Gli scioperi e le manifestazioni per Gaza avvenuti tra il 19 e il 22 settembre hanno molte cose da dire a chiunque si sforzi di leggerli senza le lenti deformate del rifiuto aprioristico o dell’entusiasmo acritico.
Per prima cosa è opportuno soffermarsi sulle reazioni rabbiose – diremmo quasi isteriche – che uno striscione della FIOM di Genova riportante uno slogan internazionalista ha scatenato: una sequela di insulti, di aggressioni verbali, di deliri inverecondi da parte di una serie di soggetti che hanno esecrato, nella chiamata all’unità di classe tra lavoratori israeliani e palestinesi, una “inaccettabile equiparazione” tra oppressori e oppressi, tra “colonizzatori e colonizzati”. Che di equiparazione o di equidistanza cianci una relatrice all’ONU, la versione contemporanea del “covo di briganti” imperialista, non può suscitare alcuna meraviglia. Non si può pretendere che una rappresentante della classe dominante – per quanto occasionalmente “vittima” dello scontro tra campi e potenze dell’imperialismo sull’agone internazionale – possegga una vaga idea delle distinzioni di classe che lacerano nel suo complesso la società che è chiamata a difendere collaborando ad uno dei suoi massimi organi di conservazione a livello internazionale; che riconosca il concreto e profondo solco che divide oppressi e oppressori all’interno di qualsiasi nazione di questo “meraviglioso” mondo che qualcuno fortunatamente si ostina ancora a chiamare barbarie capitalistica. È invece singolare che a scalmanarsi rumorosamente sia tutto un ambiente che insiste sfacciatamente nel definirsi “internazionalista” e persino “rivoluzionario”.
È un inequivocabile segno dei tempi. Dei tempi di ferro e fiamme su scala planetaria di cui si iniziano a distinguere i tuoni preparatori sotto le nubi dell’imperialismo che si ingrossano ad un orizzonte sempre meno distante. I lampi dei pezzi di artiglieria, dei razzi e delle bombe che da tre anni illuminano i cieli dell’Ucraina e da due quelli del Medio Oriente, si scorgono già distintamente. Parole e frasi che fino a tre anni fa sarebbero state considerate banali, scontate, al massimo accolte con una sprezzante alzatina di spallucce da parte di tanti presunti “veterani” della “lotta rivoluzionaria”, oggi rivelano tutta la loro immensa portata divisiva – anche al di là delle intenzioni di chi se ne è fatto contestualmente portavoce qualche giorno fa – rispetto ad un mondo politico e ideologico che ha fatto, fa e farà dell’internazionalismo un mero orpello di cui fregiarsi nei tempi relativamente “sereni” della contesa imperialistica. Pronto a sbarazzarsene nella sostanza ma quasi mai nella forma quando le esigenze borghesi di cui è portatore – non ha nessunissima importanza se consapevolmente o meno – lo richiamano perentoriamente all’ordine.
Lo sciopero e le manifestazioni indette per il 22 settembre hanno rappresentato indubbiamente un discreto successo per chi ha avuto l’intuito di proclamarli in un momento in cui il clima politico internazionale intorno alla distruzione di Gaza da parte dell’esercito dello Stato israeliano sta mutando sensibilmente. Lo si può percepire dalla diversa postura assunta dai media borghesi e dal maggiore spazio che questi stessi circuiti d’informazione hanno iniziato ad offrire alle voci di dissenso provenienti dal mondo della politica, della cultura, della “società civile” in generale. Ma è l’aumento di queste voci a rappresentare il dato veramente significativo. Si tratta del riflesso di un parziale riorientamento di diverse frazioni della borghesia mondiale sullo scacchiere degli interessi imperialistici in Medio Oriente o, quantomeno, di una ridefinizione di ruoli e contropartite nell’ambito di equilibri consolidati che la brutale assertività di Israele, con il sostanziale beneplacito USA, sta repentinamente e preoccupantemente mettendo in discussione? Le risposte a questi interrogativi non si faranno attendere molto. Per quanto riguarda l’Italia è innegabile che la giornata del 22 ha rappresentato un coagulo di istanze differenziate che in essa hanno trovato espressione e notevole visibilità. Se da un lato due anni di sterminio di civili, di distruzione delle più elementari condizioni di sopravvivenza e di pulizia etnica dei gazawi da parte della borghesia israeliana non potevano non alimentare un senso di indignazione e di solidarietà in una parte sempre più ampia del proletariato, dall’altro è evidente che la crescita di questo sentimento e la rottura del cerchio dell’assuefazione non può essere disgiunta da una rappresentazione mediatica borghese più “partecipata” del massacro di Gaza che a sua volta riflette una minore compattezza delle frazioni borghesi italiane e il tentativo di alcune loro espressioni politiche (anche in ambito sindacale, e non solo nelle sigle confederali) di impugnare la questione nel confronto con il governo in carica. Indubbiamente, le due cose si alimentano dialetticamente a vicenda.
D’altro canto, la dinamica che ha preceduto e accompagnato lo sciopero e le manifestazioni del 22 settembre nel contesto delle sigle del sindacalismo di base è stata desolante e, a suo modo, illuminante.
Una dinamica desolante perché le lamentele da parte di alcuni sindacati di base circa la proclamazione autonoma e intempestiva dello sciopero da parte dell’USB, insieme a CUB e SGB, lasciano il tempo che trovano. Se la tragedia palestinese – anche dal punto di vista per noi inaccettabile del nazionalismo borghese – stesse veramente a cuore a coloro che se ne dichiarano paladini «al di sopra di qualsiasi tornaconto di sigla», non avrebbero potuto esserci ostacoli di sorta alla convocazione di una mobilitazione unitaria. Se l’obiettivo fosse effettivamente l’«unità dei lavoratori» e la «fine del genocidio» le deprimenti diatribe su quale organizzazione politico-sindacale avrebbe “messo il cappello” sull’iniziativa sarebbero passate in ultimo piano di fronte alle sue possibilità di riuscita. Al contrario, abbiamo assistito ad una convocazione separata da parte del SI. Cobas, per il 3-4 ottobre, accompagnata da un prudente “via libera” a quei suoi iscritti che nei luoghi di lavoro intendessero partecipare allo sciopero del 22. Un passo presumibilmente determinato dai malumori interni e da quelle istanze territoriali del sindacato in grado di percepire che l’iniziativa “rivale” sarebbe riuscita, malgrado l’assenza della propria organizzazione e dalla volontà della sua dirigenza di non rimanere completamente esclusa dal prevedibile “ritorno di immagine”. Il tutto condito da prevedibili ma sempre desolanti rivendicazioni di primogenitura nel mobilitare i lavoratori a favore della causa palestinese e fatto seguire dall’autocertificazione di una continuità migliorativa del “proprio” sciopero e manifestazione, esibendo per sovrappiù i propri legami “privilegiati” con le “vere” associazioni dei palestinesi in Italia, – glissando – anche in questo campo in maniera tanto prevedibile quanto desolante – sulla matrice di classe chiaramente borghese di tali formazioni. L’invito rivolto in seguito alle altre sigle del sindacalismo di base a partecipare a loro volta alla chiamata del 3-4 ottobre, rivela il timore che questa si riveli un flop e il terrore di vedersi scippare la bandierina. Effettivamente, il rischio è reale, perché oltre ad aver fiutato il momento “migliore” per schierarsi apertamente sulla questione di Gaza senza esaurirsi in mobilitazioni dal fiato corto, altre organizzazioni – le cui parole d’ordine, appelli e condotte non si mostrano certo esenti da connotati ideologici borghesi e tratti opportunisti – possono giovarsi del vantaggio di aver assunto una posizione meno appiattita sulla direzione politico-militare ferocemente reazionaria della “resistenza” palestinese, mostrandosi così più in grado di proporsi come elemento catalizzatore di una protesta eterogenea convergente sul dramma di Gaza.
Una dinamica illuminante perché illustra come a coloro che oggi si schierano «senza se e senza ma» con le operazioni militari di una frazione della borghesia palestinese indissolubilmente legata agli interessi degli Stati e delle potenze borghesi che da circa un secolo strumentalizzano per i propri interessi le sofferenze della popolazione palestinese, causate da altri Stati e da altre potenze, la questione della sorte della popolazione palestinese, negli sviluppi dell’imperialismo di cui la stessa questione palestinese è di fatto ostaggio, sia drasticamente subordinata a logiche e priorità politiche molto più prossime e di bassa lega. Chi rifiuta disinvoltamente, con il coraggio della distanza e dell’incolumità, qualunque “compromesso”, qualunque “cedimento” nell’«eroica resistenza» della «patria di tutti gli oppressi» considera di fatto le reali vittime di questa oppressione soltanto un numero da giocarsi al lotto di ciò che il diritto internazionale borghese ritiene più o meno criminale.
Occorre parlare in termini materialisticamente netti. La vera esigenza di questi soggetti, delle dirigenze di queste formazioni sindacali e politiche è quella di cercare di capitalizzare alle nostre latitudini il loro porsi come unici rappresentanti della “resistenza” palestinese; da un lato per non alienarsi gli iscritti alle proprie organizzazioni, spesso lavoratori provenienti dal mondo arabo, con tutte le loro inevitabili posizioni ideologiche di partenza, dai pregiudizi nazionali a quelli religiosi, che in anni e anni di lavoro sindacale non solamente non ci si è minimamente sforzati di contrastare per incompetenza politica ma che ci si è al contrario impegnati a rafforzare per la mefitica fascinazione nei confronti di un terzomondismo borghese profondamente radicato nella propria genealogia politica e spacciato per internazionalismo; dall’altro, per tentare di egemonizzare tutta un’area di “sinistra”, per la quale la causa palestinese rappresenta un ricorrente richiamo ancestrale, in concorrenza con altre similari botteghe politiche.
È evidente che la solidarietà internazionalista non è funzionale a questi calcoli. Il feroce coro di condanne sollevato dall’invito alla solidarietà tra proletari israeliani e palestinesi, la negazione dell’esistenza di un proletariato israeliano, l’imbarazzata svalutazione degli ancora circoscritti ma crescenti fenomeni di stanchezza e di ostilità nei confronti della “guerra” che si manifestano nella società israeliana, fra i lavoratori e persino all’interno dell’esercito, rivelano infatti il sostanziale disinteresse, se non addirittura il profondo fastidio, verso l’unica possibilità concreta – per quanto non immediata – di porre fine alla barbarie imperialistica in atto a Gaza: la fine della pace sociale in Israele che sola potrebbe ingolfare la sua macchina bellica. A questo punto è ormai fin troppo evidente che il pretendere la «fine del genocidio» come risultato di una «resistenza fino alla vittoria» (rimodulando all’occorrenza la sostanza di questa “vittoria”: la liberazione della Palestina “dal fiume al mare” piuttosto che una tregua di qualche settimana; il riconoscimento dello Stato palestinese da parte della comunità degli Stati borghesi piuttosto che il mero fatto che qualche miliziano di Hamas rimanga ancora in piedi) negando qualsiasi possibile ruolo al proletariato israeliano, oltre a non avere alcun legame con una realistica valutazione delle forze in campo, significa in sostanza rinviare “al giorno del mai” la «fine del genocidio». O peggio, significa invocare apertamente l’intervento militare di potenze regionali o mondiali dell’imperialismo che eliminino dalla cartina geografica del mondo un’“entità sionista” in cui non sarebbe più ravvisabile alcuna demarcazione e contraddizione di classe, coinvolgendo senza alcuno scrupolo in questa distruzione un proletariato identificato con la propria classe dominante nell’indistinta categoria di “popolo oppressore e coloniale” – rendendo di fatto Israele una specie di “Mordor” sociale popolata di “orchi” – senza curarsi minimamente delle implicazioni, in primis per la nostra classe a livello mondiale, che comporterebbe un tale rivolgimento degli equilibri imperialistici.
Ma c’è un altro pericolo con cui fare i conti. Per quanto possa sembrare inutile precisarlo, occorre ricordare che non è abitudine dell’opportunismo smettere i panni di un internazionalismo formale. È perciò importante non dimenticare come l’eventuale utilizzo di formule, slogan corretti (talvolta sfoderati opportunamente dopo un “basso profilo” durato due anni) non può annullare una pratica politica che poco o nulla ha a che fare con la lotta rivoluzionaria. Vedere nella correttezza di queste formule il segno della possibilità di fare quadrato, come area politica internazionalista, contro le truci scempiaggini di campismi vari, scegliendo di ignorare come dietro la correttezza formale delle singole frasi permangano profonde divergenze su questioni di importanza strategica inerenti la concezione della presenza e della militanza rivoluzionarie, significa cedere ad una illusione gravida di effetti deleteri. La socialdemocrazia e lo stalinismo hanno potuto svolgere la loro funzione di inganno e di travisamento nella dinamica storica della lotta di classe senza rinnegare apertamente il grande motto “Proletari di tutti i Paesi unitevi”. Anzi tale fedeltà di facciata era parte, condizione essenziale della loro funzione.
Per quanto riguarda le iniziative di sciopero contro l’ecatombe di Gaza, i blocchi dei porti e delle infrastrutture che impediscono il trasporto di armi verso Israele (ed auspicabilmente non soltanto verso Israele), e le manifestazioni legate a queste iniziative, abbiamo preso chiaramente posizione in merito ma riteniamo che sia necessario specificare ulteriormente quale debba essere, a nostro parere, una feconda modalità di intervento rivoluzionario nel contesto generale che le rende possibili.
Non si tratta di affacciarsi occasionalmente ai margini di qualche manifestazione per esibirsi in frasi ad effetto, magari anche corrette, che non si sostanzino in un lavoro politico continuativo e che si accontentino magari di strappare una manciata di applausi gratificanti contando sulle probabilità di essere fraintesi. Ai rivoluzionari internazionalisti questo non basta e non può bastare. L’intervento delle avanguardie rivoluzionarie deve tenere conto del generale livello di consapevolezza presente nelle mobilitazioni che coinvolgono settori importanti della nostra classe, quale che esso sia, per raccordarsi ad esso con lo scopo di elevarlo, non per accontentarsene. L’intervento delle avanguardie rivoluzionarie non deve mettere in moto processi reali ma, se ne è in grado, deve individuarli, riconoscerli, cercare di rafforzare in essi e per loro tramite l’elemento cosciente e, se e quando ne esistono le condizioni, provare ad indirizzarli. L’intervento delle avanguardie rivoluzionarie non deve limitarsi ad accelerare l’acquisizione della coscienza di classe da parte del proletariato, perché lo spontaneo processo di ricapitolazione della propria esperienza storica da parte della classe operaia attraverso la propria azione non avviene nel “vuoto politico” ma in un contesto sociale in cui tutte le forze della reazione ideologica borghese intervengono massicciamente e perennemente per ostacolare, interrompere, deviare questo percorso. Le avanguardie rivoluzionarie non affrettano dunque un processo che in ogni caso avrebbe luogo presto o tardi, ma al contrario rappresentano l’unico elemento che può rendere possibile il compimento di questo stesso processo. Per portare avanti questo lavoro sono più che mai fondamentali proprio quelle battaglie teoriche, quell’esercizio del metodo di analisi marxista, quei distinguo tanto disdegnati dagli intellettuali che sentono il bisogno di affettare antintellettualismo e che temono più della morte la dissoluzione del sentimento delle loro preziosissime individualità nell’impegno collettivo, regolare, autodisciplinato. Occorre delimitare nella chiarezza uno schieramento autenticamente internazionalista, anche a costo di spaccare agglomerati uniti solo dal compromesso politico e dall’indeterminatezza teorica. Non è purtroppo ancora arrivato il momento di contarsi ma è sempre più necessario riconoscersi. Intervenire nella misura delle proprie forze in quello che abbiamo definito un “campo di battaglia”: il mobilitarsi di una parte del proletariato sul terreno della lotta mediante gli scioperi e delle dimostrazioni di massa, per intercettare gli elementi più sensibili ad un discorso classista e rivoluzionario che su questo terreno possono manifestarsi ed emergere, contrastando con vigore e perseveranza le influenze ideologiche borghesi che su questo stesso terreno operano senza requie, per costituire insieme a questi elementi il nucleo di una coscienza organizzata del proletariato che sia in grado, in un ormai non più remoto futuro di crisi imperialistica generalizzata, di porre in essere iniziative che oggi, nella fretta di ottenere risultati che non sono all’ordine del giorno (e non per scelta dei marxisti), non potrebbero che risultare abortite. A questo compito intendiamo continuare a dedicarci con serio e rigoroso impegno militante, pronti a dialogare con ogni altra soggettività autenticamente internazionalista che sia disposta a discuterne l’urgenza e la priorità, ma senza alcuna remora a marciare da soli, se sarà necessario.
Circolo internazionalista «coalizione operaia» – Prospettiva Marxista
