Karl Radek – LARISA REJSNER

In occasione dei cento anni dalla morte della militante rivoluzionaria internazionalista Larisa Rejsner, della quale nel 2023 abbiamo pubblicato il testo Amburgo sulle barricate, riproponiamo il necrologio che ce ne ha lasciato colui che al momento della sua precoce morte per tifo, il 9 febbraio 1926, era suo compagno non solo nella lotta ma anche nella vita: Karl Radek. Scrittrice talentuosa e combattente dotata di un coraggio al limite della temerarietà, Larisa Rejsner viene così ricordata nelle pagine de La mia vita di Trotsky: «Larisa Rejsner occupava un posto preminente nella V armata, come in tutta la rivoluzione. Questa donna giovane e bella, che aveva incantato tanti uomini, passò come una sfolgorante meteora sullo sfondo degli avvenimenti. Simile a una dea dell’Olimpo, ella univa a uno spirito finemente ironico, il valore di un guerriero. Quando Kazan’ fu occupata dai bianchi, si recò, travestita da contadina, a spiare in campo nemico. Ma la sua bellezza era troppo straordinaria. Fu arrestata. Un ufficiale giapponese del servizio del contro-spionaggio, la interrogò. Durante una pausa dell’interrogatorio, riuscì a sgusciar fuori dalla porta quasi incustodita e si eclissò. Da allora fu sempre mandata in esplorazione. In seguito, sulle navi da guerra, prese parte ai combattimenti. Ella ha dedicato alla guerra civile saggi che resteranno nella letteratura. E non meno brillantemente ha descritto le industrie dell’Ural e l’insurrezione operaia della Ruhr. Desiderava vedere tutto, conoscere tutto, partecipare a tutto. In pochissimi anni era diventata una scrittrice di primo piano. Uscita indenne dalle prove del fuoco e dell’acqua, questa Pallade della rivoluzione fu bruscamente portata via dal tifo nella tranquillità di Mosca: non aveva ancora trent’anni». Nel commosso ricordo di Radek emerge il disagio della militante internazionalista che, in seguito al defluire della marea rivoluzionaria inaugurata dall’Ottobre russo, percepisce il pericolo di un rafforzamento della borghesia nella Russia sovietica e il suo desiderio, condiviso da tanti altri rivoluzionari (tra gli altri Victor Serge) di lanciarsi anima e corpo nella mischia laddove le prospettive della rivoluzione mondiale sembravano ancora gravide di fiammeggianti speranze, come nella Germania del 1923. Lo stesso Radek ci rivela però, indirettamente, quanto nemmeno Larisa Rejsner (né lui stesso, d’altro canto) seppe intravedere il vero pericolo di un rafforzamento del capitalismo in quella che veniva da alcuni presentata come “costruzione del socialismo”; quanto nemmeno questa sincera rivoluzionaria sia stata in grado di riconoscere che il lavoro e le sofferenze degli operai russi non fossero affatto spesi “in nome del socialismo” – benché molti di questi stessi operai, nonostante i “brontolii” per condizioni di esistenza brutali, ne fossero almeno inizialmente e generosamente convinti; e quanto invece il “pugno di ferro” di “vecchi compagni del fronte” assurti al ruolo di manager “goffi e rozzi” fosse del tutto funzionale alle necessità dello sviluppo dei rapporti capitalistici in Russia. Si tratta di uno degli aspetti della tragedia del “nemico non visto” e della controrivoluzione che ne fu la violentissima espressione: Se molti tra i bolscevichi intesero correttamente la “costruzione del socialismo” nel senso leniniano della costruzione delle sue basi materiali, al tempo stesso anche i più avveduti si preoccuparono esclusivamente del ritorno del “borghese proprietario” illudendosi che i rapporti capitalistici – inestirpabili nel quadro della Russia isolata proprio a causa della sua arretratezza industriale – se circoscritti al “capitalismo di Stato” non avrebbero prodotto i propri “funzionari” e le proprie espressioni politiche. Non possiamo sapere se al momento della sua morte Larisa Rejsner avesse del tutto fugato i suoi dubbi e i suoi timori sulle possibilità del partito rivoluzionario di “gestire” rapporti mercantili, né se con il passare degli anni avrebbe riconosciuto che il pericolo non proveniva tanto dal ritorno in sella della “vecchia” classe dominante russa quanto dall’affermazione del “nuovo” capitalismo di Stato sovietico e degli strati sociali interessati al suo mantenimento ed alla sua crescita. Ciò che sappiamo per certo è che, poco più di un decennio dopo la sua scomparsa, chi ne scrisse il necrologio sarebbe caduto vittima della controrivoluzione staliniana… non prima di aver contribuito in parte alla sua affermazione, degradandosi come rivoluzionario comunista. Una tragica sorte ed un triste spettacolo che, per sua fortuna e per quella dei militanti internazionalisti ancora oggi interessati a leggerne le splendide pagine – scritte e vissute –, “madre natura” risparmiò alla “Minerva della rivoluzione”.


Pubblicato originariamente nel 1926, il testo è stato tradotto in: Karl Radek, Portraits and Pamphlets. R. M. McBride Publishers, New York, 1935. Traduzione dall’inglese di Rostrum, dalla versione riportata nel sito revolutionsnewsstand.com, note redazionali.


Ci avviciniamo al decimo anniversario di quel momento in cui, nella scura notte dell’umanità, sopra le trincee si levò in tutto il suo splendore la stella rossa dei Soviet. Dal fuoco delle armi, dal sangue dei massacrati, dal sudore degli operai delle fabbriche di munizioni, dalle sofferenze di milioni di persone che si chiedevano a cosa servissero quelle sofferenze, nacque la Rivoluzione d’Ottobre. Il rombo dei cannoni e le urla della stampa capitalista e socialdemocratica cercarono di soffocarla, ma essa rimase salda ed incrollabile, rimase in piedi e tutta l’umanità la guardò con timidi sguardi; alcuni con benedizioni e speranza, altri con imprecazioni e maledizioni. Divenne un confine tra due mondi: un mondo che moriva nel luridume e un nuovo mondo in travaglio. Divenne una pietra di paragone dello spirito. Tutto ciò che era “spirituale” nel mondo borghese, non soltanto i suoi sacerdoti ed i suoi studiosi, non soltanto i suoi scrittori ed i suoi artisti, ma tutti gli “intellettuali” del movimento operaio (vale a dire la grande maggioranza dell’intellighenzia borghese) – tutti coloro che si degnavano gentilmente di “salvare” il proletariato – erano terrorizzati dalla forma della rivoluzione proletaria. Uomini come Kautsky, Plechanov e Guesde, che avevano trascorso una vita a chiamare uomini e donne alla rivoluzione, ora gli voltavano le spalle.

Una parte dell’intellighenzia dell’Europa occidentale che mostrò una certa simpatia per la Rivoluzione d’Ottobre non vide in essa altro che la fine della guerra, una rivolta contro la guerra. Rari furono coloro che intuirono l’inizio di un mondo nuovo, e la maggior parte di essi era in preda al nervosismo. Solo una parte insignificante dell’intellighenzia si unì ai bolscevichi in Russia. Gli intellettuali russi, anche quelli che erano stati vicini al proletariato, non riuscivano a concepire che questo paese arretrato potesse spezzare il fronte del capitalismo mondiale.

Tra i pochi che si unirono al proletariato in lotta non soltanto con determinazione, ma anche con una profonda comprensione del significato mondiale di ciò che stava accadendo e con una fede incrollabile nella vittoria, con un grido di gioia, c’era Larisa Rejsner. Aveva solo ventidue anni quando giunse l’ora della morte della Russia borghese, ma non le fu dato di vedere il decimo anniversario della rivoluzione nelle file della quale aveva servito con tanto coraggio, le cui lotte aveva descritto come solo una persona in cui l’anima di un grande poeta fosse unita all’anima di un grande combattente poteva descrivere.

Larisa Rejsner ci ha lasciato solamente alcuni articoli e piccoli libri. Il suo unico tema è la Rivoluzione d’Ottobre. Ma finché le persone lotteranno, penseranno e sentiranno, finché vorranno sapere «come tutto ciò è avvenuto», leggeranno quei libri e, una volta iniziati, non li poseranno finché non saranno arrivati all’ultima pagina, perché in essi si respira la rivoluzione.

Non è ancora il momento di scrivere la biografia di questa donna eccezionale. La sua biografia dovrebbe includere non soltanto pagine mozzafiato sulla storia politica della Rivoluzione d’Ottobre, ma dovrebbe anche approfondire la storia della vita spirituale della Russia prerivoluzionaria, la storia della nascita dell’Uomo Nuovo. La mia intenzione qui è semplicemente quella di annotare alcuni pensieri, uno schizzo di massima, alcune note che possano servire da guida per un’opera del genere.

Larisa Rejsner nacque il 1° maggio 1895 a Lublino (Polonia), dove suo padre era uno dei membri dello staff del Pulawa Agricultural College. Il sangue baltico-tedesco di suo padre si mescolò felicemente con il sangue polacco di sua madre. Ereditò sia l’antica cultura tedesca di generazioni di disciplinati giuristi, che l’ardente passione della Polonia.

Studiò in Germania e in Francia, paesi in cui suo padre si era recato inizialmente per motivi di studio scientifico e dove era rimasto come rifugiato politico. A casa assistette ad una dura lotta spirituale, poiché suo padre passò dall’essere un giurista conservatore e monarchico a repubblicano e socialista. L’atmosfera in cui Larisa crebbe subì cambiamenti fondamentali. I democratici tedeschi – Bratt e Treger – e i socialdemocratici presero il posto dei professori russi.

Gli occhi vivaci e intelligenti della ragazza erano molto attenti. Vide sia Bebel che l’allegro Karl Liebknecht, con cui il professor Rejsner, massimo esperto nel processo di Koenigsberg, si incontrava spesso. Per tutta la vita Larisa ricordò le sue visite alla “zia Liebknecht”[1]. Come se fosse ieri, raccontava della caffettiera fumante portata in tavola durante queste visite e dei biscotti che sua “zia” le offriva. Questi ricordi furono il terreno fertile in cui crebbe in seguito il suo caldo attaccamento alla Germania. I figli degli operai di Zehlendorf con cui andava a scuola, Theresa Benz, la donna della classe operaia che aiutava sua madre in casa, vivevano tutti nella memoria di Larisa, così che quando nel 1923 visse illegalmente presso una famiglia di operai a Berlino si sentì completamente a casa. Sia la domestica che un tempo l’aveva rimproverata, ormai anziana, sia la nipote della domestica, con cui Larisa andava a passeggiare nel Tiergarten, vedevano in lei una persona vicina a loro, non una straniera intellettualmente superiore.

Il processo rivoluzionario russo, le cui onde si propagarono oltre il confine tedesco, riecheggiò nella bambina. Suo padre e sua madre mantennero rapporti amichevoli con i rifugiati rivoluzionari russi. Naturalmente la piccola non sapeva che le lettere che Lenin scriveva a suo padre sarebbero state un giorno motivo di orgoglio per lei. I compagni che apparivano e scomparivano misteriosamente erano, naturalmente, ben più eccitanti per la sua immaginazione. Poi scoppiarono le rivoluzioni del 1905-1906 e suo padre poté tornare in Russia. Così Larisa si ritrovò a San Pietroburgo. Fino ad allora la sua strada l’aveva condotta dritta alla rivoluzione. Ora avrebbe deviato, anche se la cosa notevole è che ella non fu completamente sviata dalla vera strada, la strada di tutta la sua vita. Suo padre, docente di diritto pubblico, ma marxista, entrò in conflitto con il corpo docente liberale dell’Università di San Pietroburgo. Il grande mondo della scienza è, dopotutto, solo un minuscolo mondo di scienziati. E non c’era lordura, meschinità, malvagità che questi grandi scienziati non fossero disposti ad impiegare nella loro lotta contro un nemico. Erano sospettosi nei confronti dei socialisti – e quale era il peggior sospetto che potessero nutrire nei confronti di un socialista? Che fosse in segreto contatto con il movimento reazionario. Spinto in parte da motivi personali, il vecchio pettegolo Búrcev [Vladímir L’vóvič] diffuse tali voci. Per anni il professor Rejsner lottò per il suo onore politico contro il “mostro con un occhio solo” di Peer Gynt[2], contro calunnie, bugie, voci, contro sospetti contro i quali non era possibile intraprendere alcuna azione legale. Abbandonò la vita politica. La casa si riempì di bisogni e preoccupazioni, ed alla fine Rejsner ne fu irrimediabilmente amareggiato e disilluso. La bambina, legata ai genitori da stretti legami d’amore, sapeva bene perché la casa dei genitori fosse sempre più deserta, perché la voce di suo padre si sentisse sempre meno spesso, perché lui camminasse avanti e indietro senza sosta per ore. I ricordi di questo periodo lasciarono un segno profondo nel suo cuore e, sebbene erigessero un muro tra lei e i circoli rivoluzionari, non riuscirono a distrarla dai problemi del socialismo. Mentre frequentava ancora la scuola secondaria, che era una vera tortura per questa ragazza talentuosa e vivace, scrisse un’opera teatrale, Atlantis, che fu pubblicata nel 1913 da Šipovnik. Questo dramma, sebbene non ben sviluppato nella forma, mostrava già la direzione dei suoi pensieri. Descrive un uomo il cui obiettivo è salvare la società dalla rovina a costo della propria vita. Un vero lavoro da bambina! Nessun individuo, qualunque cosa faccia, può salvare il mondo dalla distruzione. Ma la ragazza che lo scrisse trascorse sicuramente lunghe notti seduta sul letto a pensare all’umanità ed alle sue sofferenze. Il materiale per questa prima opera di Larisa proveniva dalla Storia del comunismo e del socialismo nel mondo antico di Pelman. Ciò che rende il tutto ancora più interessante è che in quel periodo Larisa era sotto la diretta influenza di Leonid Andreev. Questo scrittore fortemente individualista non era solo il suo insegnante di letteratura, ma influenzò anche il suo sviluppo spirituale. Tuttavia, non riuscì a distoglierla dal percorso che aveva scelto. Né lui, né il gruppo di poeti «acmeisti» – come Gumilëv, che influenzò il suo stile – furono in grado di farlo.

Quando nel 1914 tutti questi poeti divennero difensori della guerra imperialista, lei, come suo padre, senza un attimo di esitazione, difese con determinazione il socialismo internazionale. Impegnarono i loro ultimi beni per ottenere i mezzi per pubblicare una rivista, Rùdin, e iniziare una lotta contro i traditori della solidarietà internazionale. Solo l’isolamento politico della famiglia Rejsner, ben noto alla polizia politica, spiega come una rivista del genere abbia potuto vedere la luce. Altrimenti le spietate vignette contro Plechanov, Búrcev e Struve sarebbero state sufficienti per fermarla. La lotta contro la censura e le difficoltà finanziarie fu portata avanti dalla diciannovenne Larisa. Fu lei a portare avanti la battaglia di ingegno, con versi taglienti e note sarcastiche. Ma la lotta doveva finire. Come ogni guerra, richiedeva denaro, e loro non ne avevano. Quando non c’era più nulla da impegnare, la rivista cessò di esistere. Larisa iniziò a lavorare al Létopis’ (Cronaca), l’unica rivista internazionalista allora legalmente esistente in Russia.

Fin dall’inizio della rivoluzione di febbraio, Larisa iniziò a lavorare nei circoli dei lavoratori. Oltre a questo, scriveva per il giornale di Gor’kij Novaja Žizň (Nuova Vita) che, pur non riuscendo a decidere se schierarsi apertamente a favore del potere sovietico, almeno continuava a lottare contro qualsiasi coalizione con la borghesia. L’opuscolo di Larisa contro Kerenskij dimostra che, con il suo raffinato senso artistico, ella comprese immediatamente la falsità e la vacuità interiore del governo Kerenskij. I piccoli schizzi e saggi in cui descrive la vita dei circoli operai e dei teatri nei giorni che precedettero l’Ottobre sono molto interessanti. Ciò che colpisce in questi saggi è la profonda comprensione del naturale impulso delle masse verso il lavoro creativo.

Nei primi goffi tentativi di operai e soldati di mettere in scena la propria visione della vita, che per gli intellettuali superiori era motivo di disprezzo e scherno, Larisa vedeva una manifestazione delle capacità creative della nuova classe, dei nuovi strati sociali, che non volevano solo percepire la realtà, ma anche rappresentarla e trasmetterla. La sua natura profondamente creativa percepiva l’impulso creativo della rivoluzione e lei ne seguì il richiamo.

Nei primi mesi dopo la Rivoluzione d’ottobre lavorò alla ricezione e alla catalogazione dei tesori artistici portati nei musei. Con la sua eccellente conoscenza della storia dell’arte, contribuì a salvaguardare per il proletariato gran parte del materiale culturale lasciato dalla borghesia. Ben presto, però, iniziarono le prime battaglie con la controrivoluzione. Ora la prima necessità era lottare per la vita stessa, per il diritto all’esistenza della rivoluzione, in modo da gettare le basi per il suo lontano trionfo. Larisa, che ora era entrata nel Partito, partì per il fronte cecoslovacco. Non poteva accontentarsi di essere solo una spettatrice nella lotta tra il vecchio e il nuovo mondo. Lavorò a Svijažsk, dove nella lotta con i cechi l’Esercito Rosso si stava temprando. Partecipò alla battaglia della flotta del Volga. Ma non ne fa menzione nel suo libro Il Fronte. In esso racconta solo della lotta dell’Esercito Rosso e omette modestamente di dire quale ruolo lei stessa vi ebbe. Dobbiamo quindi lasciare che sia un altro partecipante a quelle battaglie, A. Kremlev, compagno di Larisa, a parlare di lei. Nella Krasnaja Zvezda [Stella Rossa], organo del Consiglio Militare Rivoluzionario, scrisse in occasione della sua morte:

«Era vicino a Kazan. I bianchi stavano avanzando rapidamente. Avevamo appena saputo che alle nostre spalle, a Tyurlema, i bianchi avevano sfondato, massacrato le nostre guardie e fatto esplodere diciotto camion di munizioni. La nostra unità era stata tagliata in due. Lo stato maggiore era con noi, ma che fine avevano fatto quelli che erano rimasti isolati?

Il nemico si stava muovendo verso il Volga non solo alle spalle dell’esercito, ma anche della flotta.

Ordine: sfondare, andare in ricognizione e mettersi in contatto con coloro che erano rimasti isolati.

Larisa partì, portando con sé un ragazzo di nome Vanjuška Rivakov e un terzo, non ricordo esattamente chi.

Notte, freddo gelido, soli, senza sapere cosa li aspettasse. Ma Larisa si incamminò con sicurezza, oh con quanta sicurezza, lungo la strada sconosciuta!

Vicino al villaggio di Kuročkino furono avvistati. Spararono su di loro da ogni direzione. Riuscivano a malapena a strisciare. Copertura! Eppure lei scherzava… la sua agitazione interiore rendeva la sua voce ancora più vellutata.

Uscirono dalla linea di fuoco: ce l’avevano fatta.

«Sei stanco, fratello? E tu, Vanja? …»

Con la sua sollecitudine sembrava elevarsi al di sopra degli altri.

Avrebbero potuto baciare le mani sporche di terra di quella donna meravigliosa.

Si muoveva velocemente, a grandi passi, dovevano quasi correre per starle dietro…

E al mattino erano nel campo dei bianchi. I resti dei fuochi da campo, i cadaveri – Tyurlema. Da qui, quasi crollando dalla stanchezza, si diressero verso Šigali, dove si trovava il reggimento lituano rosso.

Il fronte era riunito. E questa donna con il suo sorriso fragile era il legame che lo univa.

“Compagni, prendetevi cura di questi ragazzi… Io? No, non sono stanca”…

E poi: ricognizioni intorno a Verkhnij Uslon… fino a Pyani Bor. Ottanta verste di viaggio a cavallo senza mostrare fatica.

C’era poco da divertirsi in quei giorni, anche se spesso Larisa sorrideva durante quelle pesanti marce.

Poi vennero Enzeli, Baku e Mosca!

Questo è il racconto di un marinaio che faceva parte di uno dei gruppi di sbarco.

Non è Larisa Rejsner che è morta, ma una donna delle barricate».

I marinai sul campo impararono ad amarla, calorosamente, come una di loro, perché il suo coraggio era unito alla semplicità e all’umanità. Non c’era falsità nell’atteggiamento delle masse nei suoi confronti. A nessuno sul fronte venne in mente che lei non era solo una loro compagna d’armi, ma anche la moglie del comandante della flotta. Aveva sposato Raskol’nikov nel 1918. E allo stesso modo, quando nel 1919 era commissario aggiunto allo Stato Maggiore della Marina a Mosca, riuscì a stabilire rapporti davvero amichevoli con gli specialisti dell’ufficio che erano passati dalla nostra parte: gli ammiragli Altvater e Behrens. La sua cultura, la sua delicatezza, il suo tatto impedirono a questi ex ammiragli della flotta zarista di sentire troppo acutamente di essere sotto il controllo di qualcuno a loro estraneo.

Nel 1920 partì per l’Afghanistan, dove suo marito era stato nominato plenipotenziario. Trascorse due anni alla corte del despota orientale, recitando la parte che le era stata assegnata nelle colorate feste diplomatiche, portando avanti il gioco diplomatico nella lotta per influenzare le mogli dell’emiro. Un “brillante” e sporco lavoro, e non sarebbe stato sorprendente se avesse rovinato questa giovane donna, ormai così lontana dal proletariato in lotta e strappata alla Rivoluzione. Ma Larisa Rejsner leggeva seria letteratura marxista. Studiava l’imperialismo britannico, la storia dell’Oriente, la storia della lotta di liberazione nella vicina India. Lì, sulle montagne dell’Afghanistan, si sentiva parte della rivoluzione mondiale e si preparava ad una nuova lotta. Il suo libro L’Afghanistan mostra l’ampliamento dei suoi orizzonti, come dall’essere una rivoluzionaria russa sia diventata una combattente nell’esercito proletario internazionale.

Nel 1923 tornò nella Russia sovietica. La terra degli operai e dei contadini aveva ora un aspetto completamente diverso da quando l’aveva lasciata. I giorni spartani del comunismo militare, che sembravano un salto diretto dal capitalismo al socialismo, avevano lasciato il posto alla Nuova Politica Economica. Larisa capì, come tutti noi, la necessità di questo passo. Era essenziale dare spazio all’iniziativa economica dei contadini, non soltanto per ottenere materie prime per l’industria, ma semplicemente per non morire di fame. Larisa lo comprese con la ragione. Ma si chiedeva se fosse possibile arrivare al socialismo per quella strada. Le risposte che le diedero il Partito e la sua stessa mente non riuscirono a placare il suo disagio. Capiva che non era possibile continuare il regime del comunismo di guerra. Ma nel profondo del suo cuore si rammaricava dell’impossibilità di una svolta eroica immediata, armi in pugno, verso il nuovo ordine sociale. Sì, era pronta ad ammettere che le strade delle nostre città erano tornate a vivere. I camion erano carichi di merci, i negozi erano aperti, le sirene delle fabbriche suonavano di nuovo, ma forse non eravamo solo noi a diventare più forti, ma anche la nostra borghesia. Saremmo stati in grado di gestirla? La corruzione non avrebbe penetrato anche le nostre file? Se costretti a partecipare al commercio, i nostri dirigenti economici non sarebbero stati contagiati dal veleno della morale capitalista? Il marciume non avrebbe raggiunto anche il corpo del partito? Per tutta l’estate del 1923 Larisa visse in uno stato di ansietà, guardandosi intorno con apprensione interiore.

A settembre venne da me con la richiesta di aiutarla ad andare in Germania. Questo avvenne dopo gli scioperi di massa contro il governo Cuno, in cui le masse proletarie tedesche fecero un altro tentativo di liberarsi dalle loro catene. Poincaré aveva occupato la Ruhr, il marco stava crollando a una velocità vertiginosa e il proletariato russo osservava la situazione in Germania con attenzione trepidante. Larisa desiderava ardentemente essere lì. Desiderava ardentemente combattere nelle file del proletariato tedesco e avvicinarlo ai lavoratori russi. La proposta mi piacque molto. Se era vero che la classe operaia tedesca non capiva chiaramente cosa stesse succedendo in Russia, era anche vero che i nostri lavoratori russi erano soliti rappresentare la lotta del proletariato tedesco in una forma troppo semplificata e schematica.

Ero convinto che Larisa sarebbe stata la persona più adatta a stabilire un collegamento vitale tra questi due eserciti del proletariato. Non era solo un’artista contemplativa, ma anche un’artista combattiva, capace di vedere la lotta dall’interno e di descriverne la spinta essenziale in avanti, la spinta in avanti del destino umano. Eppure non potevo fare a meno di pensare che il suo viaggio in Germania fosse una fuga da dubbi irrisolti.

Larisa arrivò a Dresda il 21 ottobre 1923, proprio nel momento in cui le truppe del generale Müller rioccupavano la capitale della Sassonia rossa. Da soldato, comprese la necessità della ritirata. Ma quando, pochi giorni dopo, giunse la notizia della rivolta ad Amburgo, la vita tornò in lei. Voleva partire immediatamente per Amburgo e brontolava perché era costretta a rimanere a Berlino. Per giorni, tra bancarelle e negozi, si mescolò alle masse disoccupate e affamate, che cercavano di comprare un pezzo di pane per qualche milione di marchi. Rimase seduta per ore negli ospedali pieni di operai esausti e venne a conoscenza dei loro amari pensieri e delle loro preoccupazioni. A quel tempo vivevo illegalmente in Germania (con un nome falso) e incontravo solo i dirigenti del partito, che non potevano entrare in contatto diretto con le masse. Larisa viveva la vita di quelle masse.

Sia nelle conversazioni con i disoccupati al Tiergarten, sia il 9 novembre, alla celebrazione socialdemocratica della rivoluzione tedesca, sia celebrando con il gruppo comunista il suo quinto anniversario, sapeva come trovare la chiave per entrare nel cuore delle persone, era sempre in grado di cogliere un pezzo della loro vita. Viveva tra le masse lavoratrici di Berlino, che le erano vicine quanto le masse proletarie di Pietroburgo o i marinai della flotta del Baltico. Tornò orgogliosa da una manifestazione al Lustgarten, dove, nonostante i blindati del generale Seeckt, il proletariato berlinese aveva dato prova visibile dell’esistenza del “proibito” Partito Comunista.

Finalmente Larisa ebbe l’opportunità di partire per Amburgo per descrivere e immortalare per il proletariato tedesco e mondiale le lotte dei lavoratori di Amburgo.

«Dopo tutta quella flaccidità e untuosità, ecco qualcosa di solido, forte e vitale», scrisse subito dopo essere arrivata ad Amburgo. «All’inizio è stato difficile vincere la loro diffidenza e i loro pregiudizi. Ma non appena i lavoratori di Amburgo mi hanno riconosciuta come una compagna, ho potuto sondare le profondità delle loro semplici, grandi e tragiche esperienze».

Visse tra le mogli desolate dei combattenti per la libertà di Amburgo, cercò i fuggitivi nei loro rifugi, assistette alle udienze del tribunale e alle riunioni dei socialdemocratici. Di notte leggeva Laufenberg, lo storico di Amburgo e del movimento amburghese. Le pile di materiale che raccolse nel corso di quelle settimane sono ammucchiate davanti a me mentre scrivo. Testimoniano di come lavorò, con quale senso di profonda responsabilità, di soggezione, perché ogni episodio insignificante di quella lotta le sembrava un «cantico dei cantici» dell’umanità. Anche quando tornò a Mosca, trascorse molte ore con un compagno che era stato uno dei dirigenti della rivolta e che in seguito era stato costretto a fuggire. Con lui esaminò tutto questo materiale e, quando sorsero dubbi su fatti particolari, ne discusse con altri compagni. Il suo piccolo libro Amburgo sulle barricate è stato scritto non solo da un’artista entusiasta, ma anche da una combattente per dei combattenti. Il proletariato tedesco ha combattuto centinaia di scontri e battaglie con i suoi nemici, ma nessuno è stato descritto con tanto amore e apprezzamento quanto questa lotta del proletariato di Amburgo. Larisa Rejsner trattò generosamente coloro che amava, e il rispettabile Tribunale del Reich non commise alcun errore quando ordinò che questo piccolo e sottile libro di una comunista russa fosse consegnato alle fiamme.

Tornò dalla Germania, ma la sconfitta non la scoraggiò. Ad Amburgo aveva visto il fuoco sotto la cenere. Sapeva che anche le lotte infruttuose producono uomini forti per le lotte future. Ma imparò anche che era inutile aspettarsi una vittoria imminente della rivoluzione in Europa.

Dopo il suo ritorno in Russia sovietica, aveva bisogno di esaminare sé stessa e anche di scoprire cosa stava succedendo tra le masse, che dopo tutto sono ora il fattore determinante della storia. Ed essendo una persona che percepiva direttamente la realtà, non poteva ottenere la chiarezza che desiderava semplicemente attraverso la lettura e la discussione. Si recò nei distretti industriali e carboniferi degli Urali e del bacino del Don, nel distretto tessile di Ivanovo-Voznesensk e tra la meschina classe media bianca in Russia. Trascorse intere giornate su camion, carri trainati da cavalli e a cavallo. Ancora una volta visse con famiglie della classe operaia. Scese nelle miniere, partecipò alle riunioni delle direzioni delle fabbriche, dei comitati e dei sindacati e parlò con i contadini. Per tutto il tempo ha cercato di orientarsi nell’oscurità, cogliendo con sensibilità la realtà della vita. Il suo libro Il ferro, il carbone e gli esseri umani è stato il frutto di questo lavoro, un lavoro duro sia fisicamente che moralmente. Eppure, il suo libro riflette solo una piccola parte di ciò che ha vissuto, pensato e provato.

Con questo libro è iniziato un nuovo periodo artistico e ideologico nella vita creativa di Larisa Rejsner. Con questo libro ella prese posizione su un terreno ideologico solido come comunista e, come scrittrice, trovò il proprio stile. I suoi dubbi erano scomparsi. Vide come la classe operaia potesse guidare la costruzione. Stavano costruendo il socialismo. Anche se grondavano sudore dagli altiforni, o scendevano seminudi nelle miniere, o a volte brontolavano per i loro salari, la maggior parte di loro era fermamente convinta che il loro lavoro e le loro sofferenze fossero in nome del socialismo. In un manager goffo e rozzo riconobbe un vecchio compagno del fronte, che anche qui doveva tenere le redini con pugno di ferro, ma allo stesso tempo ascoltava attentamente le masse per tenere conto di ogni possibile fattore. Vide la forza colossale che la rivoluzione aveva risvegliato negli strati più bassi della popolazione. Questo rafforzò la sua fede nel fatto che avremmo superato tutte le difficoltà legate alla rinascita delle tendenze capitalistiche. Sapeva che gli elementi piccolo-borghesi erano come una palude che minacciava di inghiottire le forze più potenti, ma imparò anche a vedere gli strani fiori che sbocciano in questa palude. Allo stesso tempo, ora vedeva chiaramente come doveva essere condotta la lotta contro i pericoli che minacciavano la repubblica del lavoro e con quali barriere il proletariato e il Partito Comunista dovevano proteggersi. Quando sentì di aver acquisito una chiara comprensione e decise che il suo posto era in questa lotta, cominciò ad affilare la sua arma. La sua penna era la sua arma. In precedenza, Larisa non aveva riflettuto particolarmente sulla questione di chi fossero i destinatari dei suoi scritti. Aveva un’ottima conoscenza della storia della letteratura e delle arti. Il suo stile, ricco e raffinato, rivelava non solo la sua naturale acutezza di osservazione, ma anche la cultura poliedrica che incarnava. Lo stile de Il Fronte e L’Afghanistan ricorda il pizzo fine, la filigrana. Ma ora lei abbandonò consapevolmente parte di questi ornamenti e semplificò i disegni dei suoi ricami, anche se questo non significava che cercasse di diventare una scrittrice “popolare” per i lettori operai. Il suo desiderio era quello di creare per il proletariato un’arte ricca e piena di tutti i valori reali.

Larisa lavorò molto verso la fine del 1924 e per tutto il 1925. Lesse un gran numero di libri sull’economia russa e mondiale. Non voglio dire che fosse un’amante dei numeri. Dopo aver letto uno o due noiosi libri di testo, ti pregava di darle qualcosa “di gustoso” sul petrolio o sul grano, e si rilassava leggendo l’opera di Delaisi sui trust petroliferi e l’epopea di Norris sulla coltivazione del grano.

Allo stesso tempo studiava seriamente la storia della rivoluzione. Preparò delle lezioni sulla rivoluzione del 1905 per la cellula del partito della scuola di carristi. E quando, dopo aver studiato il materiale vero e proprio, iniziò a leggere gli articoli di Lenin di quel periodo (1904-1908), scoprì la grandezza della semplicità dello stile del nostro maestro e apprezzò il suo lavoro da un punto di vista puramente estetico. Così la sua arte arrivò a includere nuovi elementi. Lo si può vedere leggendo la sua descrizione degli stabilimenti Krupp o il suo resoconto delle fabbriche Junkers in Nel Paese di Hindenburg e ne I Decabristi. Nelle prime due descrizioni mantiene uno stile rigorosamente tecnico. Con questo non intendo dire che abbia costellato il suo linguaggio di termini tecnici, ma che il suo interesse per l’economia le aveva insegnato a pensare in modo metodico. Aveva imparato a percepire una macchina o un edificio industriale non solo visivamente, ma anche mentalmente. Lo stile de I Decabristi era influenzato da una visione storica. Ma anche in questo caso non c’è nulla di falso, nessuno stile deliberatamente arcaico. Lei vedeva semplicemente quelle persone nel loro contesto reale.

Ma né la storia né l’economia erano i suoi principali interessi. Erano semplicemente mezzi per indagare le relazioni umane, come uomini e donne vivono e lottano in determinate condizioni. Accanto agli impianti colossali, Larisa descriveva le misere baracche dei lavoratori. Nel decabrista Kachovskij ha mostrato una persona “degradata e insultata” disegnando un profilo indimenticabile di una mente giuridica tedesca, che ha abbozzato una burocrazia ideale per lo zar e ha concluso la sua vita nelle nevi della Siberia, deriso e dimenticato. Ci ha mostrato esseri umani pietosi, schiacciati da una gigantesca macchina o dalla ruota della storia.

Ora matura come artista e rivoluzionaria, Larisa Rejsner iniziò a progettare una nuova opera. Progettò una trilogia sulla vita dei lavoratori degli Urali. La prima parte doveva mostrare un opificio di lavoratori in condizioni di servitù della gleba al tempo della rivolta di Pugačëv; la seconda lo sfruttamento degli operai durante il periodo dello zarismo e la terza la costruzione socialista. Insieme a questo, aveva progettato una galleria di ritratti dei predecessori del socialismo: non solo ritratti di Thomas More, Müntzer, Babeuf, Blanqui, ma anche ritratti di eroi proletari sconosciuti fino alla titanica lotta dei nostri giorni. A volte era spaventata dai compiti che si era prefissata. Era molto modesta e spesso dubitava del potere del proprio talento. Ma non c’è dubbio che li avrebbe portati a termine, perché le sue capacità crescevano di giorno in giorno.

Ma non era destinata a esprimere tutto ciò che era latente in lei. Non cadde nella lotta con la classe capitalista, non in quella lotta in cui così spesso aveva guardato la morte in faccia, ma in una lotta con quella Madre Natura che aveva amato così appassionatamente. Sul letto di morte, il suo ultimo barlume di coscienza fu una gioia per il sole, i cui raggi le stavano inviando un saluto d’addio. Parlò di quanto sarebbe stato bello in Crimea, dove sarebbe andata a riprendersi, e di quanto sarebbe stato bello quando il suo cervello stanco si fosse riempito di nuovo di nuovi pensieri. Promise di lottare per la vita fino alla fine. E si ritirò dalla lotta solo quando finalmente perse conoscenza.

Alcuni articoli e libri sono l’unica eredità di Larisa Rejsner. Articoli sparsi su giornali e riviste, diverse decine di lettere, tutto questo deve ancora essere raccolto. Vivranno finché vivrà il ricordo della prima rivoluzione proletaria. Porteranno la notizia di ciò che questa rivoluzione ha significato per tutti i popoli, per l’Occidente e per l’Oriente, per Amburgo, per l’Afghanistan, per Leningrado, per gli Urali. E questa donna guerriera, nel cui intelletto e nel cui cuore tutto trovava una risposta, risorgerà dopo la morte attraverso i suoi libri e sarà una testimone vivente della rivoluzione proletaria.


NOTE

[1] Probabile riferimento alla prima moglie di Karl Liebknecht, Julia Liebknecht.

[2] Riferimento letterario ad un poema drammatico di Henrik Ibsen, del 1867.

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