Alle origini dell’internazionalismo in Iran
Avetis Mikaelian, noto come Avetis Sultanovich Sultanzadeh (Maragheh, 1889 – Mosca, 16 luglio 1938), nasce nell’Azerbaigian orientale, una provincia nella parte nord-occidentale dell’attuale Iran, da una famiglia povera di etnia armena e non musulmana. Nel 1907 si trasferisce in Armenia, allora parte dell’Impero russo, dove studia presso un seminario a Ejmeyasin nel circondario di Erevan e dove inizia ad interessarsi alla politica radicale entrando in contatto con l’Hunhak, un gruppo socialdemocratico fondato a Ginevra nel 1887 da studenti armeni. Nel 1909 fonda un circolo del Partito operaio socialdemocratico russo a Erevan e l’anno successivo trova impiego come insegnante. Nel 1910 si trasferisce a Mosca per proseguire gli studi. Nel 1912, completati gli studi superiori, aderisce alla frazione bolscevica del POSDR, per il quale svolge successivamente incarichi politici nel Caucaso e a Tabriz. In questo periodo di attività clandestina assume lo pseudonimo Sultanzadeh. Sfuggito all’arresto fa ritorno a Mosca. Nel 1915 collabora al giornale Unione regionale. Impiegato in un’azienda assicurativa e di trasporti di Mosca dal febbraio all’ottobre 1917, fonda il sindacato della sua categoria. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 partecipa alla guerra civile. Nel 1919 viene nominato capo di una “Sezione Speciale” della nascente Internazionale Comunista, incaricata di produrre propaganda rivoluzionaria nei paesi dell’Asia Centrale confinanti con la Russia sovietica, dove, dalla fine del XIX secolo, molti contadini poveri persiani erano emigrati trovando lavoro nei pozzi petroliferi e nelle miniere (andando a formare il primo nucleo della classe operaia industriale iraniana) ed entrando in contatto con il movimento rivoluzionario russo. Alla fine del 1919, con il sostegno di M. V. Frunze, recluta tra gli operai persiani emigrati un distaccamento dell’Esercito Rosso per combattere contro gli inglesi in Persia. Nello stesso periodo è incaricato di riorganizzare e rivitalizzare il Partito Adalat (Partito della Giustizia), un’organizzazione politica socialdemocratica persiana fondata due anni prima, e indice a Tashkent la prima conferenza politica del gruppo, che costituirà il nucleo originario del Partito Comunista. Nel giugno 1920, nella città portuale sul Caspio di Enzeli (Bandar-e Anzali), dove arriva insieme ad un contingente dell’Esercito Rosso della RSFSR sbarcato per scacciare il generale bianco Denikin che vi si era rifugiato, è tra i principali promotori del congresso di fondazione del Partito Comunista dell’Iran (Hezb-e Komunist-e Iran). Eletto segretario del partito, membro del Comitato Centrale ed estensore del suo programma, ne rappresenta da subito l’ala sinistra ed è sostenitore di un’immediata riforma agraria. È critico nei confronti della collaborazione con l’eterogeneo movimento nazionalista contadino Jangali, guidato da Mirza Kuchik Khan, che, in seguito allo sbarco sovietico ad Enzeli instaura una effimera Repubblica Socialista Sovietica nella boscosa provincia del Gilan. Nel luglio dello stesso anno è delegato al Secondo Congresso Mondiale dell’Internazionale Comunista a Mosca, durante il quale partecipa attivamente al dibattito in merito alle Tesi e tesi integrative sulla questione nazionale e coloniale. Pur avendo espresso posizioni critiche verso una troppo stretta collaborazione con i movimenti nazionalisti borghesi in determinati paesi coloniali e semicoloniali, ritenendoli inaffidabili e tendenti al compromesso con le potenze dell’imperialismo, il Congresso lo elegge nel Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista (ECCI) come rappresentante designato delle nazionalità del Medio Oriente. Nel settembre 1920, partecipa al Congresso dei Popoli dell’Oriente organizzato dal Comintern a Baku, nel corso del quale traduce gran parte dei discorsi dal russo al turco e in cui viene eletto un nuovo Consiglio per l’azione e la propaganda in Oriente composto da 48 membri. Nello stesso anno pubblica in russo L’economia politica del capitale finanziario, definito da uno storico «l’unico libro pubblicato dal Comintern sulla Società delle Nazioni», due articoli sulla Kommunistische Internationale, l’organo ufficiale del Comintern, nonché due relazioni sulla fondazione del Partito Comunista dell’Iran. Nel 1921 è nuovamente delegato al Terzo Congresso Mondiale del Comintern, durante il quale viene rieletto membro del suo Comitato Esecutivo. L’anno seguente viene eletto delegato al Secondo Plenum Allargato dell’ECCI e al Quarto Congresso Mondiale del Comintern, tenutosi a Mosca a novembre. Scrive una serie di articoli sulla situazione politica ed economica in Iran, India e Cina, sull’industrializzazione di queste aree, sui contadini e sulla lotta delle potenze dell’imperialismo per ottenere il petrolio nella regione mediorientale, tra questi: La questione agraria nella Persia moderna e La lotta per il petrolio persiano, entrambi del 1922. Sebbene sia nuovamente delegato al terzo plenum allargato dell’ECCI nel giugno 1923, sembra che da questo momento non abbia più un ruolo decisivo nel determinare la linea politica del Partito Comunista dell’Iran e nel Comintern. Trasferitosi stabilmente in URSS, nella seconda metà degli anni Venti pubblica La crisi dell’economia mondiale e la nuova minaccia di guerra. In questo periodo, nonostante la sua presenza ad una riunione del dicembre 1925 sulla situazione in Persia, non è più considerato una voce autorevole in materia di affari iraniani e viene relegato a funzioni amministrative nel Presidium del Gosplan, nella presidenza della Banca di Mosca e presso l’Istituto Plechanov. Traduttore di testi marxisti in persiano, nel 1927, con l’approssimarsi della “svolta a sinistra” del cosiddetto Terzo Periodo della fine degli anni Venti – dettata in realtà dalle esigenze di un mutamento di tattica nel perseguimento degli interessi del capitalismo di Stato sovietico, soprattutto dopo la disastrosa politica del Comintern in Cina – viene “riesumato” politicamente e inserito nuovamente Comitato centrale del Partito Comunista dell’Iran. In questo periodo cura la redazione dell’organo teorico del PC dell’Iran Setare-ye Sorkh (Stella Rossa) e della rivista Paykar (Lotta). Nel gennaio 1928 viene pubblicato su Communist International un suo studio, Linee di sviluppo della Persia moderna, in cui, in contrasto con la formula del “socialismo in un solo paese”, afferma: «Solo con il sostegno del proletariato vittorioso dei principali paesi industrializzati la Persia sarà in grado di intraprendere con determinazione la strada dello sviluppo socialista». In luglio viene eletto delegato al Sesto Congresso mondiale del Comintern, nel corso del quale si distingue per un acceso contraddittorio con Bucharin, a cui contesta una concezione della natura e del ruolo del capitale finanziario nella fase imperialistica del capitalismo eccessivamente appiattita sulla definizione datane da Rudolf Hilferding, che reputa teoricamente errata. Nello stesso consesso, pur non individuando pienamente il ruolo dell’esportazione di capitali delle metropoli nello sviluppo dell’industria nei paesi dominati dall’imperialismo e nel conseguente formarsi di una borghesia nazionalista, ribadisce correttamente, in polemica con le tesi sulla questione coloniale presentate dallo stalinista finlandese Kuusinen, la necessità per i partiti comunisti dei paesi coloniali e semicoloniali – già espressa a suo tempo da Lenin – di preservare il proprio carattere autonomo e soprattutto di non fondersi con i movimenti nazionalisti borghesi ed anzi di far assumere al proletariato, dove possibile, la direzione del moto rivoluzionario anche nelle campagne (una lezione che, dopo un secolo di maturazione imperialista del capitalismo, i nipoti sotto mentite spoglie internazionaliste del terzomondismo di ceppo staliniano non possono fare a meno di rifiutare, prostrandosi di fronte a qualsiasi organizzazione “nazionalista” al servizio della contesa imperialistica, e ammiccando in maniera sorniona persino al brutale regime clerico-borghese degli ayatollah, oggi vacillante sotto gli altrettanto brutali – e antiproletari – colpi di maglio della potenza USA e di Israele). Tra il 1928 e il 1931 pubblica: L’imperialismo inglese e la natura socio-economica della monarchia di Reza Shah Pahlavi; Paesi coloniali ed economia mondiale; Sviluppo economico della Persia e imperialismo britannico; Classi, partiti e sindacato in Persia; Problemi dello sviluppo economico e della rivoluzione agraria in Persia. Accusato di “deviazionismo di sinistra”, nel 1932 viene rimosso dalla direzione del Partito Comunista dell’Iran e successivamente espulso dall’organizzazione. Negli anni seguenti, pur frequentemente definito sulla stampa di partito “avventurista antileninista”, viene relegato all’impiego di insegnante in un istituto sull’Oriente. Il 17 gennaio 1938 è arrestato a Mosca dalla polizia segreta staliniana con l’accusa di “spionaggio”. Dopo cinque mesi di prigionia e interrogatori, il 18 giugno 1938 viene dichiarato colpevole di essere una “spia della Germania nazista”. Condannato a morte tramite fucilazione, la sentenza viene eseguita lo stesso giorno. Verrà “riabilitato” nel 1956 dallo stalinismo “destalinizzato”, confermando la natura totalmente strumentale e grottesca delle accuse per mezzo delle quali la controrivoluzione russa distrusse un’intera generazione di bolscevichi
1) Intervento di Sultanzadeh alla Sesta sessione sulla questione nazionale e coloniale del Secondo Congresso del Comintern, 28 luglio 1920, tratto da The Second Congress of the Communist International. Procedings, Publishing Office of the Communist International, America, 1921, pp. 134-136; 2) articolo pubblicato su Communist International, n. 13, autunno 1920; 3) articolo pubblicato sul Bulletin communiste, n. 4, a II, 27 gennaio 1921; 4) articolo pubblicato sul Bulletin communiste, n. 30, a. II, 21 luglio 1921. Traduzioni di Rostrum. Le note sono redazionali. Testi pubblicati su Prospettiva Marxista, n. 128, marzo 2026.
1. Sulla questione nazionale e coloniale (luglio 1920)
SULTANZADEH (Persia): La Seconda Internazionale ha discusso la questione coloniale in quasi tutti i suoi congressi ed ha adottato eccellenti risoluzioni che non sono mai state messe in pratica. Queste risoluzioni sono state per lo più discusse e adottate senza la partecipazione o la rappresentanza dei paesi arretrati. Inoltre, quando, dopo la repressione della prima rivoluzione persiana[1] da parte dei carnefici russi e tedeschi, il Partito Socialdemocratico d’Inghilterra si rivolse al proletariato europeo allora rappresentato nella Seconda Internazionale nella speranza di ottenere sostegno per la Persia, non ottenne nulla, nemmeno una risoluzione. È qui, per la prima volta, al Secondo Congresso della Terza Internazionale, che questa questione viene discussa con la partecipazione di quasi tutti i rappresentanti dei paesi coloniali e semicoloniali dell’Oriente e dell’America. La risoluzione adottata dal nostro comitato[2] è pienamente in accordo con le aspirazioni delle masse lavoratrici dei popoli oppressi, specialmente la parte che riguarda l’incoraggiamento del movimento sovietico in quei paesi[3]. A prima vista, può sembrare piuttosto strano parlare di un movimento sovietico in paesi che sono ancora feudali o semifeudali. Ma uno studio più attento della struttura sociale di questi paesi chiarirà qualsiasi dubbio al riguardo.
Il compagno Lenin ha già parlato delle esperienze del Partito Comunista Russo in Turkestan, Bashkiria e Kirghistan. Se il sistema sovietico ha portato buoni risultati in quei paesi, non c’è dubbio che in Persia e in India, cioè in paesi in cui la differenziazione di classe ha fatto passi da gigante, il movimento sovietico si diffonderà in misura molto ampia.
Già nel 1870 questi paesi avevano raggiunto l’apice del capitalismo commerciale. Da allora la situazione è cambiata molto poco. La politica coloniale delle grandi potenze, che non ha permesso a questi paesi di sviluppare le proprie industrie, li ha ridotti a meri mercati e a fonti di approvvigionamento di materie prime per i grandi centri industriali europei. L’afflusso di prodotti manifatturieri europei sui mercati coloniali ha portato alla rovina gli artigiani poveri e i piccoli commercianti, trasformandoli in reclute dell’esercito sempre più numeroso degli indigenti. Nei paesi europei, il doloroso periodo dell’“accumulazione primaria” del capitale non è durato così a lungo e la rapida crescita dell’industria capitalistica ha celermente trasformato i vecchi artigiani e meccanici in proletari, infondendo loro una nuova ideologia. In Oriente, tuttavia, non è stato così, e la situazione che ne è derivata è che migliaia e migliaia di questi sfortunati sono emigrati in Europa e in America.
In questi paesi coloniali e semicoloniali, esistono anche grandi masse di contadini che vivono in condizioni spaventose. La schiavitù feudale prevale in tutto l’Oriente. Un pesante fardello di tasse e doveri feudali grava sulle spalle della popolazione sofferente. I contadini, essendo gli unici produttori, sono costretti a mantenere schiere di mercanti, sfruttatori e funzionari tirannici. A causa dell’oppressione sotto cui hanno dovuto vivere, le masse dell’Oriente non sono state in grado fino ad oggi di creare una potente organizzazione rivoluzionaria.
Allo stesso tempo, tra le classi dominanti prevale una grande diversità di interessi.
Gli interessi dei proprietari terrieri richiedono il proseguimento della politica coloniale delle grandi potenze, mentre gli elementi borghesi si oppongono all’ingerenza straniera; il clero protesta contro l’importazione di prodotti dai paesi infedeli, mentre i mercanti traggono profitto dalla lotta concorrenziale. Non c’è concordanza di interessi, e non vi può essere in un paese in cui una frazione della classe dominante dipende dal mercato della metropoli per lo sfruttamento dei propri lavoratori, mentre le altre frazioni sognano l’indipendenza nazionale. Tutte queste condizioni creano un’atmosfera rivoluzionaria tesa e, considerata la debolezza della borghesia, il prossimo sconvolgimento nazionale potrebbe facilmente trasformarsi in una rivoluzione sociale. Questa è, in linea generale, la situazione che prevale nella maggior parte dei paesi coloniali dell’Asia. Questo, naturalmente, non giustifica la conclusione che il trionfo del comunismo nel resto del mondo dipenda dal successo della rivoluzione sociale in Oriente, come afferma il compagno Roy[4] e come credono alcuni compagni del Turkestan. È vero che lo sfruttamento delle colonie suscita uno spirito rivoluzionario, ma è altrettanto vero che esso alimenta uno spirito contrario presso l’aristocrazia operaia della metropoli. Cedendo una parte infinitesimale del suo bottino ad una piccola frazione di aristocratici del lavoro, il capitalismo tenta di ritardare il corso della rivoluzione sociale. Ma anche supponendo che la rivoluzione comunista scoppi in India, i lavoratori di quel paese saranno in grado di sostenere l’assalto della borghesia mondiale senza il sostegno di un concomitante movimento rivoluzionario in Inghilterra e nel resto d’Europa? Certamente no. La sconfitta delle rivoluzioni persiana e cinese[5] ne fornisce una prova sufficiente.

Il fatto che le rivoluzioni turca e persiana abbiano gettato il guanto di sfida alla potentissima Inghilterra non è dovuto al fatto che siano diventate forti, ma al fatto che i briganti imperialisti sono diventati impotenti. La crescita della rivoluzione in Oriente ha rafforzato anche i rivoluzionari della Persia e della Turchia, perché è iniziata l’epoca della rivoluzione mondiale.
Il passaggio delle tesi in cui si promette sostegno ai movimenti democratici borghesi[6] dei paesi arretrati mi sembra applicabile esclusivamente a quei paesi in cui il movimento [comunista] è nelle sue fasi preliminari. Infatti, nei paesi in cui il movimento ha alle spalle dieci anni o più di esperienza, o nei paesi in cui, come in Persia, il movimento [democratico borghese] ha ormai preso il potere[7], ciò significherebbe condurre le masse nelle braccia della controrivoluzione. In tali paesi dobbiamo creare un movimento puramente comunista in opposizione al movimento democratico borghese. Qualsiasi altro atteggiamento potrebbe portare a risultati deplorevoli.
2. Il Partito Comunista dell’Iran (autunno 1920)
Il primo congresso del Partito Comunista dell’Iran si è aperto a Enzeli il 23 luglio. Questo giorno è storico, non soltanto per il movimento rivoluzionario della Persia, ma per quello di tutto l’Oriente. Nonostante tutti gli stratagemmi delle spie britanniche, 48 delegati sono arrivati a Enzeli da diverse parti della Persia. Tra i delegati c’erano rappresentanti dei comunisti di Persia, Turkestan e Caucaso. Il loro atteggiamento serio nei confronti di tutte le questioni in discussione, la loro completa unità e coscienza di classe riguardo le elezioni, hanno dimostrato che la causa della liberazione dei lavoratori della Persia è affidata a mani sincere ed affidabili. I delegati al Congresso erano per lo più operai e contadini; il congresso non poteva vantare molti membri della classe colta, ma la maggior parte dei partecipanti aveva preso parte attiva al movimento rivoluzionario persiano negli ultimi 10-15 anni.
Già nel 1914, i lavoratori persiani di Baku scesero in strada con energiche proteste contro la guerra imperialista. Nel 1916, un gruppo di lavoratori persiani inclini al bolscevismo si separò dal Partito Socialdemocratico e per lungo tempo svolse un lavoro indipendente tra le masse proletarie di Baku, dove la maggioranza dei lavoratori è persiana. Dopo la rivoluzione di febbraio, questo gruppo crebbe e la sua influenza sulle masse lavoratrici continuò a svilupparsi. Allo stesso tempo, svolse un’energica attività in Persia, inviandovi i migliori lavoratori di Baku per scopi di agitazione e organizzazione. Molti di loro sono ora nelle prigioni di Teheran, Tabriz, Kazvin e altre città. Molti sono stati esiliati in India dagli inglesi o fucilati sul posto al momento dell’arresto. Uno dei nostri migliori dirigenti, il compagno Wafarzade, ispiratore e grande organizzatore del Partito Comunista in Persia, è stato tradito e ucciso a Resht. Due mesi fa, quando le truppe rivoluzionarie persiane hanno conquistato Ardabil, hanno liberato dalla prigione 17 dei nostri compagni attivi. Molti di loro erano in prigione da oltre un anno.
Non c’è stata una sola manifestazione operaia a Baku alla quale il nostro partito non abbia preso parte attiva. Durante i giorni più bui della reazione, il Partito Comunista Persiano contava oltre 6.000 membri, che lavoravano nell’organizzazione clandestina. Circa due mesi fa abbiamo iniziato a reclutare volontari per l’Armata Rossa Persiana; il numero dei volontari era così elevato che abbiamo dovuto interrompere il reclutamento, poiché non eravamo in grado di fornire l’equipaggiamento necessario a tutti coloro che desideravano arruolarsi.

Al momento attuale, dopo il Congresso che, tra le altre cose, ha deciso di sopprimere il vecchio nome di «Adalat» e di denominare il nostro partito Partito Comunista dell’Iran, il nuovo Comitato Centrale ha approvato una risoluzione in virtù della quale ogni membro del Comitato è tenuto a lavorare illegalmente per 2-3 mesi in tutti i luoghi in cui gli imperialisti inglesi sono ancora al potere. Una settimana dopo l’approvazione di questa risoluzione, sei membri del Comitato Centrale hanno iniziato il loro lavoro.
Al momento, in tutta la Persia è in corso un’energica organizzazione e costruzione degli organi del partito. I comitati del partito che sono stati dispersi e soppressi dagli agenti inglesi stanno gradualmente rinascendo e si stanno stabilendo contatti tra il centro e le sezioni locali. Il nostro partito sta riscuotendo particolare simpatia tra le organizzazioni militari, i gendarmi e i cosacchi. Ma in questo caso questi cosacchi e gendarmi non sono paragonabili a quelli russi. Lo status sociale dei cosacchi e dei gendarmi in Persia è principalmente quello della classe contadina, e per la maggior parte si tratta di contadini affamati e senza terra; pertanto cedono molto rapidamente alla nostra agitazione. Nella stessa Persia, secondo calcoli approssimativi, abbiamo circa 10.000 membri del partito, dispersi in tutto il paese.
Oltre al lavoro in Persia, il nostro partito sta svolgendo un’operosa attività tra i lavoratori persiani in Azerbaigian, Daghestan e Turkestan. In questi paesi, mentre organizziamo i lavoratori persiani, perseguiamo un duplice obiettivo: da un lato, attraverso i corsi del partito, prepariamo lavoratori attivi e, dall’altro, arruoliamo volontari e mobilitiamo i membri del partito per scopi militari. In questi paesi le nostre organizzazioni lavorano a stretto contatto con quelle del Partito Comunista Russo. In Azerbaigian si sono persino unite al PCR. Il Partito Comunista Iraniano deve avere e avrà un ruolo decisivo nel movimento rivoluzionario persiano.
3. Gli eventi in Medio Oriente
La rivoluzione armena e l’ascesa al potere dei sovietici alle porte della Persia e della Turchia sconvolgono definitivamente i piani dei banchieri francesi. Ben presto l’Intesa sarà costretta ad ammorbidire la sua politica di brigantaggio. Il trattato di Sèvres, che ha sancito lo smembramento ed il saccheggio della Turchia da parte dei capitalisti occidentali, sarà senza dubbio rivisto. Questa ipotesi è ulteriormente rafforzata dagli eventi in Grecia, dove la caduta di Venizelos e il risultato delle elezioni testimoniano l’ostilità delle masse popolari nei confronti della politica dell’Intesa che ha trascinato il loro paese nella guerra con i kemalisti.
Così i banditi occidentali hanno perso i loro due più fedeli cani da guardia, Venizelos e i Dachnak[8]. Sono costretti dal corso degli eventi a cercare un accordo con i nazionalisti turchi, sforzandosi non solo di distaccarli dalla Russia sovietica, ma anche di rivolgere le loro armi contro di noi. Se prima della guerra l’esistenza della Turchia garantiva l’equilibrio tra le due coalizioni imperialiste, oggi è ancora necessaria per mantenere lo stesso equilibrio tra il comunismo in crescita e il capitalismo in agonia. Per questo motivo l’Intesa accetterà grandi concessioni. Del resto, le richieste dei nazionalisti turchi non sono eccessive. Presentano al governo insediato dall’Intesa a Costantinopoli le seguenti condizioni: evacuazione di Adrianopoli[9] e Smirne[10], modifica degli articoli finanziari ed economici del trattato, abolizione delle capitolazioni, amnistia generale e costituzione di un gabinetto che goda della fiducia del popolo. Viene garantita l’incolumità del sultano di Turchia, ed è questo che interessa soprattutto all’Intesa.
Per quanto riguarda gli altri articoli, i capitalisti francesi sanno bene che la maggior parte di essi rimarrà lettera morta. Qualunque siano le concessioni ottenute dai kemalisti in materia, essi rimarranno comunque nelle grinfie degli operatori di borsa di Parigi e Londra. Questo è il destino di tutti i popoli arretrati che pretendono di vivere in amicizia con le potenze imperialiste.
È ovvio che questa situazione non può soddisfare tutti gli ambienti turchi. L’ala sinistra dell’Assemblea Nazionale di Angora[11] si è pronunciata categoricamente contro qualsiasi accordo con l’Intesa. La composizione sociale di questa ala sinistra è costituita da contadini e piccola borghesia. Quest’ultima ha sofferto più di tutte le altre classi dalla guerra, poiché è stata lei a dover fornire cavalli, carri e bestiame all’esercito, senza contare tutte le corvée. Nelle città, a causa del blocco, la piccola borghesia è stata completamente rovinata dalla quasi totale soppressione del commercio. Per questo ha una mentalità più rivoluzionaria.
È certo che i capitalisti francesi avranno difficoltà a spingere i nazionalisti turchi ad entrare in guerra contro la Russia sovietica. È ancora troppo vivo il ricordo delle rapine e dei saccheggi che il popolo turco ha dovuto subire da parte loro. In ogni caso, si tratta di un’ipotesi assolutamente da escludere per il momento. La Turchia, devastata da guerre senza fine, ancor più della Russia, esiterà prima di avventurarsi in un’impresa del genere. Lo sviluppo logico della rivoluzione mondiale è tale che il movimento di liberazione dei paesi coloniali e semicoloniali nella prima fase della loro lotta contro l’imperialismo deve inevitabilmente andare di pari passo con la Russia sovietica, unico difensore dei popoli oppressi contro la politica rapace dei capitalisti occidentali.
Ma in futuro si verificherà inevitabilmente un cambiamento totale. Le classi possidenti che oggi sono alla guida della rivoluzione nazionale, dopo aver ottenuto una relativa indipendenza, saranno presto costrette, a causa dell’esasperazione degli antagonismi di classe, ad allearsi con le potenze imperialiste, proprio quelle che hanno combattuto più violentemente. Inoltre, è estremamente difficile per uno Stato arretrato fare a meno dell’aiuto degli Stati capitalisti. Ma non appena questa alleanza viene conclusa, essi cadono completamente sotto l’influenza degli imperialisti e diventano un cieco strumento nelle loro mani
D’altra parte, in un’epoca di lotta di classe accanita, anche una falsa indipendenza può soddisfare pienamente la borghesia nazionale dei paesi coloniali e semicoloniali.
D’altra parte, più crescono gli antagonismi di classe all’interno della metropoli, più la borghesia imperialista fa concessioni alle sue colonie, soprattutto a quelle che si limitano ad una rivoluzione coloniale incapace di danneggiare profondamente gli interessi economici e le forniture di materie prime di cui la metropoli ha bisogno. Ecco perché pensiamo che l’Intesa farà grandi concessioni e che le richieste dei kemalisti, con poche eccezioni, saranno soddisfatte. Il fantasma della rivoluzione mondiale spaventa a tal punto gli imperialisti che sono disposti a tutto pur di conservare i quadri della società borghese. Ma questo fantasma non spaventa solo gli imperialisti, fa tremare anche tutto il mondo capitalista. Più si sviluppa il movimento comunista, più aumenta l’antagonismo di classe e più la borghesia mondiale diventa reazionaria. Questo spiega il desiderio delle classi privilegiate di molti paesi arretrati (Persia, Georgia, Armenia, ecc.) di intrattenere relazioni amichevoli con l’Intesa, nella quale vedono il sostegno della società capitalista.
L’evoluzione della lotta di classe costringerà presto la borghesia, anche nei paesi coloniali, ad abbandonare qualsiasi tipo di idea rivoluzionaria. In molti di questi paesi, forse, il proletariato occidentale vittorioso troverà una Vandea incarnata dalla borghesia locale e dalla propria borghesia sfuggita alla rivoluzione sociale.
Il capitalismo morente sta prendendo tutte le misure possibili per ritardare la sua fine. L’umanità sta attraversando il periodo più interessante della sua storia: nell’arena della lotta di classe si affrontano due forze gigantesche, ciascuna delle quali raccoglie la simpatia e le speranze di un’intera classe universale. I banchieri di Parigi, volendo rivedere il trattato di Sèvres nell’interesse della Turchia, non fanno altro che svelare la totale impotenza degli antichi padroni del mondo. L’imperialismo occidentale, per lottare con qualche speranza contro il comunismo in crescita, è costretto a rinunciare progressivamente ai frutti delle sue conquiste ottenute con tanta fatica.
4. La posizione economica della Persia e l’opera del Partito Comunista dell’Iran (luglio 1921)
La Persia è uno dei paesi più ricchi dell’Oriente, ma la contesa criminale tra l’Inghilterra e la Russia zarista l’ha ridotta in una situazione economica estremamente grave. La politica coloniale di questi due paesi non soltanto ha impedito lo sviluppo dell’industria nazionale, ma sotto la pressione dell’importazione di merci a basso costo provenienti da questi paesi ha completamente distrutto anche la piccola industria, un tempo fiorente.
Come risultato di questa iniqua concorrenza tra produzione meccanica e produzione artigianale, centinaia e migliaia di commercianti affamati e ridotti alla mendicità sono stati gettati sul lastrico e condannati a morire di fame. Di fronte a tale prospettiva nel proprio paese e con il cuore pieno di maledizioni, hanno abbandonato il loro paese natale ed hanno cercato rifugio sotto cieli più clementi, benché stranieri: in Turkestan, nel Caucaso, a Baku, in America e altrove. Sulla loro scia sono emigrati, cacciati dall’arbitrio e dallo sfruttamento dei proprietari terrieri e dei governatori dello Shah, decine di migliaia di contadini, che, unendosi ai primi, hanno creato ricchezza nei paesi stranieri al prezzo del sudore della loro fronte e del sangue delle loro vene. Tale è il destino di tutti gli altri paesi coloniali o semicoloniali.
La guerra e la Rivoluzione russa hanno in qualche modo modificato la situazione. La continua carenza di prodotti manifatturieri di prima necessità suscitò la rinascita della piccola industria in molte regioni della Persia settentrionale, dove sono apparse in grandi quantità molte varietà di articoli prodotti localmente. Anche nel sud, dove gli inglesi continuano comunque ad esportare i prodotti della loro industria, le industrie locali si sviluppano con successo.
Molti piccoli produttori, che sono al tempo stesso piccoli proprietari, stanno facendo la loro comparsa e odiano con tutto il cuore il giogo economico degli stranieri. Finché la grande industria nazionale non avrà raggiunto uno sviluppo più o meno considerevole, la produzione locale e individuale sarà in netto contrasto con il capitalismo europeo.
Gli imperialisti inglesi, tuttavia, non fanno affidamento sulla borghesia o sui piccoli produttori persiani, ma traggono la loro forza dalla ricca aristocrazia terriera, che rappresentano forse la casta più immonda dell’Oriente. 3.000 proprietari terrieri semifeudali possiedono i tre quarti di tutta la terra coltivabile del nostro paese. Oltre 10.000.000 di contadini gemono sotto il giogo di questi agenti senza scrupoli della borghesia inglese e rivolgono il loro odio crescente anche contro questi parassiti autoctoni sostenuti da Sua Maestà lo Scià degli Scià dell’Iran.
A causa del suo ritardo economico, il paese manca di operai industriali, soprattutto nelle province settentrionali, dove di tanto in tanto si trovano fabbriche con 15-50 operai, ma mai di più. Sotto questo aspetto, la situazione è leggermente migliore nel sud. Nei giacimenti petroliferi, di proprietà dell’Anglo-Persian Trust e di altre aziende inglesi, sono impiegati oltre 250.000 operai distribuiti in 8 grandi centri: Suleiman, Shuster, Mohamer, ecc.
In tali condizioni è evidente che il Partito Comunista dell’Iran non può essere, e non sta cercando di essere, un partito di massa. Si sforza di riunire attorno a sé gli elementi più consapevoli dei contadini, degli operai e degli artigiani, di organizzarli e di educarli secondo i princìpi e sotto la bandiera della Terza Internazionale Comunista; parallelamente sta fondando sindacati nelle città[12] e unioni di lavoratori rurali nelle campagne.
Nel corso dell’ultimo anno, dopo il congresso del nostro partito tenutosi a Enzeli il 23 giugno 1920, il Comitato Esecutivo del Partito Comunista, nonostante condizioni di estrema difficoltà, ha compiuto uno sforzo organizzativo davvero colossale. Attualmente disponiamo di 4 comitati regionali e di un gran numero di comitati provinciali che raggruppano in totale 4.500 iscritti. L’anno scorso il nostro contingente era leggermente superiore, ma a causa delle provocazioni di un gruppo di avventurieri, mascherati da comunisti[13], per un periodo il lavoro del nostro partito si è interrotto in alcune regioni. Questo spiega anche la temporanea cessazione della pubblicazione di Komunist (Il Comunista), l’organo ufficiale del partito. I fatti sopra citati ci hanno indotto ad un’estrema cautela e all’adozione di metodi clandestini in misura maggiore rispetto al passato. Ciononostante, siamo riusciti a creare sindacati di operai e artigiani con circa 415.000 iscritti.

Il Partito Comunista dell’Iran è pienamente consapevole delle condizioni semifeudali in cui deve operare. Confrontando la rispettiva forza delle classi in lotta in questo paese, dove gli imperialisti inglesi insieme alla nostra aristocrazia terriera sfruttano quasi tutte le altre classi della popolazione, il partito si è posto come obiettivo immediato e programma minimo il rovesciamento del potere dello Scià e dei proprietari terrieri e la liberazione della Persia dal giogo economico e politico dei briganti britannici, vogliamo l’instaurazione di un regime che consenta di sviluppare la propaganda comunista su vasta scala[14]. E siamo più che certi che questo sia l’unico modo, per un paese arretrato come la Persia, di contribuire allo sviluppo della rivoluzione mondiale, l’unica che darà ai popoli oppressi la possibilità di liberarsi definitivamente dallo sfruttamento del capitalismo universale[15].
NOTE
* Fonti: Cosroe Chaqueri, The Soviet Socialist Republic of Iran, 1920-1921: The Birth of Trauma, University of Pittsburgh Press, 1995, p. 476; Y. V. Vasilkov, Popoli e destini. Dizionario biografico degli orientalisti – Vittime del terrore politico nel periodo sovietico (1917-1991), Studi Orientali di Pietroburgo, San Pietroburgo, 2003, p. 496; 1919 – L’Internazionale Comunista. 100 anni – 100 militanti del partito mondiale, Lotta comunista, Milano, 2019, pp. 323-324 (nella nota biografica in questo volume è riportato che la famiglia di Sultanzadeh era di fede musulmana).
[1] Riferimento alla Rivoluzione costituzionale persiana contro il regno dispotico degli ultimi Shah Qajar, tra il 1906 e il 1911.
[2] Riferimento alle Tesi e tesi integrative sulla questione nazionale e coloniale adottate dal Secondo Congresso del Comintern, luglio 1920.
[3] «… nelle colonie la guida [non può] esser lasciata nelle mani dei democratici borghesi. Al contrario i partiti proletari debbono svolgere un’intensa propaganda delle idee comuniste e, non appena se ne presenti la possibilità, creare consigli operai e contadini. Questi consigli debbono operare, così come le repubbliche sovietiche dei paesi capitalistici avanzati, per provocare il crollo definitivo dell’ordine borghese in tutto il mondo». Tesi e tesi integrative sulla questione nazionale e coloniale, in La Terza Internazionale. Storia documentaria, Editori Riuniti, Roma, 1974, vol. 1, p. 251.
[4] Il comunista indiano Manabendra Nath Roy, coautore con Lenin delle Tesi integrative sulla questione nazionale e coloniale.
[5] Riferimento alla Rivoluzione Hsinhai del 1911-1912.
[6] Nelle tesi è riportato: «Tutti i partiti comunisti debbono appoggiare nei fatti in tali paesi i movimenti rivoluzionari di liberazione», ma si aggiunge: «Le forme che tale appoggio deve assumere debbono essere discusse con il partito comunista, se esso esiste». Tesi e tesi integrative sulla questione nazionale e coloniale, in Op. cit., p. 246. A proposito della definizione “democratico borghese”, ancora impiegata da Sultazadeh, anni dopo, rievocando quello stesso consesso, Bordiga scriverà: «Abbiamo in una discussione, alla luce della nostra dottrina, stabilito di non parlare di movimenti democratici borghesi, ma di movimenti nazionalisti rivoluzionari, poiché non possiamo ammettere alleanza colla classe borghese ma solo con movimenti che stiano sul terreno della insurrezione armata». Oriente, in Prometeo, n. 2, II serie, febbraio 1951.
[7] Probabile riferimento all’esperienza della Repubblica Socialista Sovietica Persiana, anche nota come Repubblica Sovietica del Gilan, all’epoca da poco instaurata. Su questo episodio scrive Carr: «La situazione [dei rapporti del potere sovietico russo nei confronti della Persia] era complicata dalla presenza nel Gilan, la provincia più settentrionale della Persia confinante con l’Azerbaigian, del governo virtualmente indipendente di Kuchik Khan, fanatico avventuriero, che professava dottrine nazionaliste e rivoluzionarie il cui programma comprendeva l’espulsione degli inglesi, l’abbattimento dello Scià e la distribuzione della terra ai contadini. Egli era fortemente turcofilo, e si dice avesse ricevuto sussidi tedeschi durante la guerra per le sue attività antibritanniche; ciò gli rese facile, in un periodo successivo, di sostituire all’appoggio tedesco quello dei bolscevichi. […] In un incontro tra Kuchik e rappresentanti sovietici a Resht il 20 maggio 1920 venne raggiunto un accordo, e fu proclamata una repubblica sovietica indipendente del Gilan. […] L’immediata conseguenza del colpo di Enzeli fu un declino del prestigio inglese che fu fatale alle possibilità che ancora rimanevano di una ratifica del trattato anglo-persiano. Il governo persiano protestò con Mosca per l’azione sovietica nel Gilan […]. Nel frattempo il primo ministro persiano si dimise. Se il governo sovietico fosse stato in grado di approfittare rapidamente del suo vantaggio, esso avrebbe potuto stabilire la sua autorità a Teheran nell’estate 1920. La sua forza però non era ancora abbastanza grande, soprattutto a causa delle sue preoccupazioni in Europa [era in corso la guerra sovietico-polacca], per un’azione decisiva. Per di più esso era diviso tra differenti opinioni. Doveva sostenere l’autorità di Kuchik Khan, il quale non era comunista ma poteva essere impiegato contro gli inglesi o contro un governo persiano ostile? Doveva incoraggiare il piccolo partito comunista persiano che tenne il suo primo congresso ad Enzeli nel luglio 1920, proclamando “la lotta contro l’imperialismo britannico, contro il governo dello Scià, e contro tutti coloro che li appoggiano”? Oppure doveva blandire il governo persiano, il quale era ugualmente risentito per l’appoggio dato ai movimenti separatista e comunista, nella speranza di rendere preminente l’influenza sovietica a Teheran? Tutti questi orientamenti avevano i loro sostenitori, ma essi erano incompatibili l’uno con l’altro, e si doveva scegliere». E. H. Carr, La rivoluzione bolscevica, 1917-1923, Einaudi, Torino, 1964, pp. 1024-1026. È più che evidente, nel contesto delle relazioni diplomatiche della Russia sovietica del 1920 qui descritto da Carr, la coesistenza di diverse spinte contrastanti in cui quella della rivoluzione internazionale, pur indebolita dal riflusso della crisi postbellica non è ancora totalmente soverchiata dagli specifici interessi nazionali russi, che in seguito alla sconfitta a Varsavia prenderanno nettamente il sopravvento.
[8] Corrente nazionalista armena, appartenente alla Seconda Internazionale, che aveva proclamato una repubblica armena indipendente nel 1918.
[9] Oggi Edirne.
[10] Izmir.
[11] Ankara
[12] Uno dei primissimi sindacati iraniani fu l’Associazione dei Tipografi, fondato a Teheran nel 1907 e che pubblicava il giornale Ettefaq-e Kargaran (Unità degli Operai). Nel 1918 i tipografi organizzarono uno sciopero di 14 giorni, ottenendo la giornata lavorativa di otto ore e migliori condizioni sanitarie. Il Partito Comunista svolse un ruolo fondamentale nell’ulteriore sviluppo dei sindacati iraniani, sebbene questi mantenessero spesso forti legami con le tradizioni religiose. Nel 1922 nacque il sindacato dei lavoratori tessili e nel 1926, cinque anni dopo il colpo di mano di Reza Khan, i sindacati furono dichiarati illegali e le azioni collettive sistematicamente represse. Nel 1931, con il varo della “Legge sulla repressione del comunismo”, il Partito comunista dell’Iran viene definitivamente dichiarato illegale.
[13] «Definendo Kuchik Khan un ex mullah “superstizioso” con una “visione ristretta”, il teorico dell’ICP afferma che il suo “errore più grande” fu quello di pensare di poter annientare il dominio britannico sull’Iran e il potere dello Scià con l’aiuto dei proprietari terrieri liberali […] mentre questi “sostenevano lo Scià e gli inglesi”. Kuchik Khan “non sapeva come, né poteva guidare il movimento di liberazione nazionale fino alla fine” nonostante “tutta la simpatia di cui godeva presso la borghesia e le masse popolari”. Tuttavia, Sultanzadeh ammette che Kuchik Khan non era solo in questo e che la stessa linea fu adottata da alcuni partigiani di Haidar Khan (senza dubbio Abukov e Naneishvili) al congresso dell’ICP ad Enzeli, dove aveva denunciato i tentativi di formare coalizioni con i proprietari terrieri; per questo motivo aveva condotto “una forte battaglia di principio contro Haidar Khan”. […] Egli [Sultanzadeh] accusa Kuchik Khan di non aver compreso che la lotta era sia contro i britannici che contro l’élite reazionaria locale al potere in Iran, con il risultato che l’entusiasmo rivoluzionario delle masse si “dissipò” rapidamente. Egli nega quindi che il regime instaurato nel Gilan sia mai stato una repubblica sovietica. […] D’altra parte, egli cita giustamente l’opposizione di Kuchik Khan ad una politica agraria attiva e la sua collaborazione con piccoli e grandi proprietari terrieri come fattori che hanno contribuito alla confusione delle questioni e delle alleanze all’interno del movimento. […] Sultanzadeh afferma che, quando incontrò Lenin durante il Secondo Congresso del Comintern, Lenin approvò la sua linea contro quella dei suoi oppositori. Anche se lo disse ai suoi compagni del Comitato Centrale all’interno del paese, con suo “grande rammarico, gli eventi successivi si susseguirono con tale rapidità che la rivoluzione persiana non riuscì a resistere allo shock delle forze unite dello Scià e degli inglesi, e fu sconfitta”». C. Chaqueri, Op. cit., pp. 396-398. Effettivamente, in sostanziale accordo con le perplessità di Sultanzadeh a proposito del movimento Jangali di Kuchik Khan, le coeve Tesi sulla questione nazionale e coloniale evidenziavano la necessità di «lottare con energia contro il tentativo di applicare nei paesi arretrati un’etichetta comunista ai movimenti rivoluzionari di liberazione che tali effettivamente non sono». Op. cit., pp. 246-247.
[14] «…appoggiare la lotta per abbattere il dominio straniero nelle colonie non significa affatto sostenere le aspirazioni nazionali della borghesia indigena, ma piuttosto spianare al proletariato delle colonie la via per liberare sé stesso». Tesi e tesi integrative sulla questione nazionale e coloniale, in Op. cit., p. 250.
[15] Ancora nel 1928 Sultanzadeh affermerà recisamente davanti a tutto il Comintern la sua contrarietà alla tesi della “rivoluzione a tappe”: «È stato sottolineato, ad esempio, che una questione importante come quella della trasformazione della rivoluzione democratica borghese in rivoluzione socialista, questa questione teorica di enorme importanza, soprattutto nella fase iniziale della lotta in Cina, India e altri paesi, non è trattata nelle Tesi [presentate da Kuusinen]. Accogliamo con favore quella parte delle Tesi che propone al Comitato Esecutivo del Comintern di occuparsi energicamente dell’organizzazione dei partiti comunisti nei paesi coloniali, di prendere misure per il consolidamento di tali partiti in modo da rafforzare le condizioni rivoluzionarie oggettive con qualcosa di soggettivo, cioè con la volontà organizzativa soggettiva delle masse rivoluzionarie di questi paesi. Per quanto riguarda il ruolo della borghesia nella rivoluzione agraria, le Tesi ammettono che la rivoluzione agraria è possibile anche nel quadro della rivoluzione democratica borghese. Penso che la borghesia se ne terrà alla larga. Laddove il proletariato agisce insieme ai contadini, laddove avanza le sue particolari rivendicazioni di classe, la borghesia non sarà favorevole a una rivoluzione agraria, perché ha imparato qualcosa dalla Rivoluzione russa. Sa che la rivoluzione agraria è una base potente per l’ulteriore sviluppo della rivoluzione. Ma anche se la borghesia fosse favorevole alla rivoluzione agraria, i paesi imperialisti non la tollererebbero. Diversi compagni hanno già sottolineato qui che in alcuni paesi vaste aree sono di proprietà di capitalisti stranieri, specialmente dove il paese possiede ricchezze minerarie e risorse naturali. Va da sé che i paesi imperialisti interessati a questo o quel paese coloniale o semicoloniale cercheranno di impedire lo sviluppo di una rivoluzione agraria con tutti i mezzi a loro disposizione. Sono convinto che non appena il proletariato si farà avanti con energia nella rivoluzione con le proprie rivendicazioni di classe, la borghesia cercherà alleati tra i proprietari terrieri e gli imperialisti stranieri. Non è quindi così facile per la borghesia mostrare interesse per la rivoluzione agraria. Per quanto riguarda il ruolo della piccola borghesia nella rivoluzione agraria, sono convinto che nel momento decisivo tradirà la rivoluzione agraria proprio come la grande borghesia. Pertanto, non dobbiamo riporre le nostre speranze in una piccola borghesia che ci sostenga durante le lotte rivoluzionarie. L’unica forza in grado di realizzare la rivoluzione agraria è, in primo luogo, il proletariato e, in secondo luogo, quelle fasce del contadiname che si organizzano sotto la guida del proletariato e dei partiti comunisti. Solo organizzando i lavoratori e i contadini, con l’energica lotta rivoluzionaria di milioni di persone, potremo ottenere la liberazione dei popoli coloniali oppressi e rovesciare l’intero ordine capitalista». Intervento di Avetis Sultanzadeh al Sesto Congresso del Comintern da International Press Correspondence, vol. 8, nn. 61, 66 e 74, 11, 25 settembre e 25 ottobre 1928.
