Undicesima parte del saggio biografico Louis C. Fraina e la nascita del movimento comunista negli Stati Uniti d’America, pubblicato in: Louis C. Fraina – Il Socialismo Rivoluzionario – e altri scritti 1911-1921, Movimento Reale, Roma, 2026.
Nel maggio 1926, dopo anni di silenzio, Louis Fraina pubblica sulla rivista New Republic l’articolo Come viene distribuita la proprietà? firmandosi per la prima volta con lo pseudonimo Lewis Corey. Nell’articolo confuta in termini marxisti la tesi del professor Thomas Nixon Carver secondo cui la diffusione delle azioni avrebbe “democratizzato” la proprietà aziendale rendendo presto possibile il suo controllo da parte dei lavoratori. Nei tre anni successivi, continuando a lavorare come correttore di bozze, pubblica nella stessa rivista altri quattro articoli sull’economia americana, l’ultimo dei quali – sei mesi prima del crollo del 1929 – inizia con le parole: «La situazione del mercato azionario è riconosciuta come pericolosa».
Sempre nel 1929 ottiene una borsa di studio di un anno presso l’Institute of Economics della Brookings Institution di Washington e l’anno successivo pubblica il libro The House of Morgan (sottotitolo: Una biografia sociale dei padroni del denaro). Mentre scrive questo libro continua a lavorare tre giorni alla settimana come correttore di bozze e, ogni volta che ottiene un nuovo lavoro, per creargli difficoltà, i membri del Partito Comunista ormai da tempo stalinizzato si premurano di informare il datore di lavoro che Corey e Fraina sono la stessa persona.
In questo periodo ha inizio il suo progressivo assorbimento da parte del mondo accademico borghese. Il suo primo impiego intellettuale a tempo pieno arriva nel 1931 come redattore associato della Encyclopedia of the Social Sciences. Nel 1932, nel pieno della Grande Depressione, entra dietro invito a far parte di un comitato di professionisti e intellettuali a sostegno dei candidati alla presidenza e alla vicepresidenza per il Partito Comunista Americano, che però lo ha nel frattempo completamente rimosso da qualsiasi ricostruzione storica della propria fondazione.
Nel 1934 pubblica The Decline of American Capitalism, in cui tenta di analizzare da un punto di vista ancora marxista l’economia e le prospettive sociali americane e che viene definito entusiasticamente da Louis Hacker, un professore di storia economica della Columbia University «una delle migliori introduzioni al marxismo apparse in lingua inglese», «una brillante appendice, concepita interamente all’interno dell’esperienza americana, del Capitale di Marx».
Nel suo lungo saggio, Corey tenta di collegare la sovrapproduzione e il sottoconsumo che accompagnano la crisi capitalistica con la caduta del saggio di profitto e ritiene che, nella misura in cui i margini dell’accumulazione allargata vanno contraendosi, i profitti destinati al reinvestimento vengono reindirizzati verso la speculazione piuttosto che nelle imprese produttive. La bolla speculativa esplosa nel 1929 non rappresenta dunque, come affermano gli economisti borghesi, qualcosa di illogico bensì un fenomeno connaturato alla stessa dinamica critica del capitalismo.
Nel suo ponderoso volume Corey torna incidentalmente sulla questione nazionale in epoca imperialista, accostandosi molto ai concetti chiave della teoria della rivoluzione in permanenza:
Nei paesi economicamente arretrati, l’imperialismo ostacola lo sviluppo degli ideali democratici borghesi o li distorce. Infatti, mentre nella sua lotta contro l’imperialismo la borghesia locale accetta gli ideali democratici, lo fa con cautela per paura del loro effetto sulle masse di operai e contadini. Solo il movimento rivoluzionario degli operai e contadini prende in carico questi ideali e conferisce loro, sotto l’ispirazione comunista, il significato di una lotta per il socialismo. Come in Russia, le rivoluzioni borghesi storicamente tardive si fondono nella rivoluzione proletaria.[1]
Anche se, generalizzando le dinamiche degli anni Trenta e facendo notevoli passi indietro rispetto alle sue precedenti intuizioni sulla democrazia imperialista, tende a presentare la democrazia borghese come una forma di “democrazia incompleta” che il capitalismo starebbe definitivamente e irrevocabilmente abbandonando in favore della forma fascista.
In un denso capitolo dedicato alla crisi degli elementi ideologici costitutivi dell’American Dream, Corey, tenendo conto dell’ancora forte presa delle sue promesse sulla classe operaia americana, tenta di salvaguardare quanto di universalmente “progressivo” è rimasto in esso in seguito alla trasformazione della borghesia americana da classe rivoluzionaria a classe dominante e in seguito allo sviluppo del capitalismo fino alla sua fase imperialista, che ne ha parzialmente disatteso, pervertito o capovolto il significato originario.
Per Corey, tra gli obiettivi programmatici del “sogno americano” che è necessario strappare alla borghesia da un punto di vista comunista rivoluzionario e senza indulgere nella loro idealistica feticizzazione in strumenti di riforma dell’esistente, rimangono l’istruzione universale e una scienza emancipate dal capitale:
L’istruzione borghese è stata paralizzata dalla sua natura di classe e dal suo grossolano utilitarismo. È stato costruito un grande sistema educativo, ma la sua portata era limitata. Le scuole pubbliche fornivano operai e impiegati competenti. Gli istituti di istruzione superiore fornivano tecnici e professionisti competenti e difensori ideologici dell’ordine esistente; su scala minore, fornivano quella patina culturale indispensabile ad una classe dominante. […]
I liberali si aggrappano ancora all’istruzione, all’Illuminismo e alla ragione in generale. Ma la loro fede diventa sempre più disperata, assume le forme degradanti della propaganda, si trasforma in un sostegno della reazione perché ora è una fuga dalla realtà e dalla lotta. […]
La reazione del capitalismo in declino contro il progresso tecnico-economico non può che influenzare profondamente la scienza, se non altro perché oggi essa dipende dall’impiego di ingenti mezzi materiali. Come nel caso dell’istruzione, inoltre, la fede nella scienza come mezzo per risolvere i grandi problemi sociali ha completamente dimostrato la sua futilità. Eppure, gli scienziati continuano ad aggrapparsi a questa fede, ma ora essa porta all’accettazione della religione e non alla sua sfida. La rivoluzione borghese ha creato la scienza moderna; solo la rivoluzione proletaria può liberarla.[2]
Nelle conclusioni al testo Corey ribadisce che:
Il marxismo non è estraneo né all’America né a qualsiasi altra “mentalità” nazionale. Perché il marxismo è la scientifica, dinamica e sempre arricchita cristallizzazione dei bisogni e delle esperienze della classe operaia nella sua lotta per l’emancipazione, ed è accettabile per qualsiasi classe operaia che si muova in direzione della lotta per il potere.[3]
Rifiutando tuttavia qualsiasi forma di “americanizzazione” del marxismo che si risolva in un adeguamento opportunistico della teoria alle peculiarità nazionali, vere o presunte, e dunque nell’inquinamento e nella volgarizzazione dei suoi princìpi e del suo metodo in ossequio all’ideologia nazionalista dominante, Corey critica chi
… pone l’accento su ciò che può essere definito la “comprensibilità”. Insiste sul fatto che il “compito supremo” ora è quello di “americanizzare” il comunismo; quest’ultimo gruppo è leggermente più concreto di altri “americanizzatori”, ma offre solo sostituzioni: la sostituzione di “equità” a comunismo, di “incremento non guadagnato” a plusvalore e di “interazioni di gruppi sociali” a lotta di classe. Tali sostituzioni possono essere giustificate solo da uno o due punti di vista: se sono più facilmente comprensibili per le masse americane e se sono più realistiche o scientifiche della terminologia marxista. Ma queste sostituzioni non possiedono maggiore comprensibilità – il comunismo sta acquisendo un significato preciso tra le masse […]; l’“incremento non guadagnato” dovrebbe essere spiegato tanto quanto il plusvalore; e la lotta di classe e la guerra di classe sono tanto elementari per le masse quanto invece le “interazioni tra gruppi sociali” le lascerebbero completamente perplesse. Tantomeno queste sostituzioni sono maggiormente realistiche o scientifiche – “equità” vuol dire qualsiasi cosa per chiunque ed è rivendicata allo stesso modo dalla religione, dal capitalismo e dal fascismo; gli economisti borghesi non sono d’accordo sul significato di “incremento non guadagnato”, che, inoltre, giustifica parte del saccheggio capitalista; e “le interazioni dei gruppi sociali” (un prodotto tipico della sociologia americana evasiva ed apologetica) è espressione tanto indefinita quanto invece è definita la lotta di classe. Questi approcci astratti al problema non solo volgarizzano le questioni in gioco, ma possono portare alla liquidazione del comunismo. […]
… “americanizzazione” significa la necessità di un’analisi marxista concreta degli speciali problemi generati dalle peculiarità dello sviluppo dell’economia, delle relazioni di classe e del movimento operaio americani, e ciò è necessario non soltanto negli Stati Uniti, ma in tutti i Paesi.
In questo senso Corey auspica
La creazione di una letteratura marxista americana, la cui attuale inadeguatezza genera più di ogni altra cosa l’illusione che il comunismo sia “estraneo” alla scena americana.
E conclude:
… il comunismo è una lotta cosciente e determinata da parte di un’intera classe per realizzare obiettivi chiaramente percepiti e compresi. Gli obiettivi non sono una creazione artificiale dei comunisti, ma sorgono dallo sviluppo del capitalismo stesso, compresa la sua forma americana. La rivoluzione americana è necessaria; lo sviluppo delle forze socioeconomiche fornisce i mezzi per realizzare questa necessità. Essa è il compimento della storia, delle sue lotte e aspirazioni progressive. La civiltà americana dipende dalla rivoluzione comunista e, data la posizione economica dominante degli Stati Uniti, la vittoria della classe operaia americana darà un potente contributo alla costruzione del socialismo mondiale e di una nuova civiltà mondiale.[4]
Approfondendo poi una tematica già affrontata sedici anni prima in Revolutionary Socialism, Corey evidenzia le profonde differenze tra le rivoluzioni borghesi e la rivoluzione proletaria, e dunque il fondamentale ruolo che in quest’ultima svolge la coscienza teorica di classe:
La fondamentale differenza nei mezzi è determinata dal fatto che la borghesia era una classe proprietaria mentre il proletariato è una classe non proprietaria. La fondamentale differenza nelle forme del nuovo ordine è questa: la rivoluzione borghese ha significato l’ascesa al potere di un’altra classe proprietaria e sfruttatrice ed un nuovo sistema di dominio e sfruttamento di classe: il capitalismo rappresenta in parte e solo per un certo periodo le forze progressive della società; esso soffoca le nuove forze progressive e alla fine reagisce contro il progresso per conservare il proprio dominio. La rivoluzione proletaria significa l’ascesa al potere di una classe non proprietaria e non sfruttatrice e la conseguente abolizione del dominio di classe e dello sfruttamento: il socialismo rappresenta tutte e continuamente le forze progressive della società e libera le forze del moto avanzante verso il sistema sociale superiore del comunismo. […]
…l’accelerazione del processo rivoluzionario è determinata dai fattori costantemente sempre più coscienti e deliberati della rivoluzione. Nel mondo antico non c’era consapevolezza degli scopi e dei mezzi della rivoluzione. La consapevolezza compare nelle rivoluzioni borghesi, anche se in modo incompleto, e soprattutto nelle fasi successive. I fattori coscienti e deliberati appaiono completamente soltanto nella rivoluzione proletaria […] La consapevolezza diventa essa stessa una forza sociale.[5]
In continuità con la previsione di Marx, contenuta nelle Teorie sul plusvalore, circa la riduzione dei produttori di plusvalore ad una quota relativamente sempre più piccola della popolazione totale, Corey individua la forza della classe operaia industriale non tanto o non solamente nel suo numero, ma nella crescente importanza strategica che essa acquisisce all’interno di una produzione sociale sempre più concentrata e tecnologicamente sviluppata:
Questa classe è portatrice del socialismo. Essa è il cuore della classe operaia e la sua forza deriva dal controllo dell’industria, un controllo più potente che nel 1870, perché l’industria è ora più pervasiva e più complessa. Una classe rivoluzionaria, inoltre, non va al potere per superiorità numerica, ma perché rappresenta nuove forme di produzione, le forze del progresso sociale.[6]
Ad ogni modo, mentre il Fraina del 1918, riconoscendone la subdola pericolosità, rivolgeva una penetrante critica alle proposte di “socialismo municipale” o “di Stato” avanzate all’interno del SPA e non solo:
C’è una teoria che suggerisce che il controllo governativo o la proprietà governativa dell’industria risolveranno i problemi della povertà, dei bassi salari, del lavoro massacrante e nocivo per la salute. È una teoria errata. Dopo tutto, il controllo o la proprietà governativa dell’industria significa ancora il capitalismo al potere, significa ancora profitti e dividendi spremuti dal sangue e dall’agonia dei lavoratori, significa ancora il sistema dei salari e dei profitti, che è la fonte di tutti i mali che opprimono la classe operaia. No! Il capitalismo stesso deve essere rovesciato, perché fondamentalmente non fa alcuna differenza per i lavoratori se essi sono schiavi salariati del capitalismo privato o del capitalismo di Stato.[7]
Il Corey del 1934, che scrive a proposito di una «classe operaia che costruisce il socialismo in Unione Sovietica»[8] compie invece indubbiamente un passo indietro, non ravvisando nella Russia sovietica degli anni Trenta proprio quel capitalismo di Stato di cui pure aveva delineato con grande chiarezza teorica le caratteristiche. Il nemico, “visto” in astratto, non è riconosciuto concretamente nelle sue manifestazioni storiche.
Il libro, inizialmente accolto favorevolmente dagli stalinisti, viene ben presto percepito come “concorrenziale” rispetto alle scadenti “analisi” del Partito Comunista Americano e fatto bersaglio di violenti quanto deboli attacchi critici. Una delle “critiche” è che il nome di Stalin non viene mai menzionato. Ben presto il testo viene dimenticato, anche per i suoi accenni al “protofascismo” del National Recovery Act di Roosevelt, verso il quale di lì a poco si indirizzeranno stalinisti, leader sindacali e intellettuali liberal. Nei suoi confronti sono poi riesumate le vecchie accuse di “doppio gioco” e le sue pendenze con il Partito, che vengono per giunta accresciute fino a diventare l’intera somma stanziata inizialmente dal Comintern.
In questo periodo i trotskisti americani ritengono che Corey si stia avvicinando alle loro posizioni. Nel 1934 James P. Cannon discute di un’eventuale futura collaborazione politica direttamente con Trotsky, il quale suggerisce di proporre a Corey di rientrare temporaneamente nel partito stalinista per saldare le sue pendenze finanziarie in modo da potersi unire in seguito ai trotskisti libero da qualsiasi accusa e recriminazione che il movimento trotskista, ancora debole e sotto attacco, non sarebbe in grado di fronteggiare adeguatamente. Cannon, pur condividendo la proposta, non sembra avergli dato seguito.
Con il passaggio alla successiva fase dei “fronti popolari” e a causa del suo successo “letterario” l’atteggiamento degli stalinisti nei suoi confronti muta nuovamente. Il suo libro The Crisis of the Middle Class, del 1935, riceve recensioni amichevoli sulla stampa del Partito Comunista e nel 1936 Corey viene addirittura invitato a curare un numero speciale della rivista comunista New Masses sul tema della classe media. All’inizio del 1937 pubblica presso la rivista Marxist Quarterly, un lungo articolo su Le relazioni di classe in America, nel quale affronta il tema del progressivo avvicinamento della condizione sociale degli impiegati inferiori a quella della classe operaia e della loro non appartenenza alla borghesia; trascurando tuttavia di approfondire la distinzione tra impiegati dell’industria e del commercio, che scambiano la propria forza lavoro contro capitale variabile in un rapporto di oggettiva contrapposizione con il capitale, e quelli che scambiano la propria forza lavoro contro reddito in un rapporto di dipendenza non antagonistica con il capitale; e senza peraltro toccare altresì l’elemento della produzione di plusvalore come essenziale criterio distintivo del vero e proprio proletariato. Nondimeno, nell’articolo Corey affronta ancora in maniera materialistica il problema dell’identità di classe:
Il nocciolo di verità contenuto nell’affermazione «la psicologia è l’essenza delle classi» riguarda il problema della coscienza di classe. Ciò è fondamentale, come riconosce il marxismo, perché le classi devono diventare consapevoli dei propri interessi, dei propri scopi e dei propri mezzi per agire in modo decisivo nell’arena sociale. Ma le classi non possono diventare consapevoli se non esistono oggettivamente. L’argomento della “psicologia” viene tuttavia utilizzato per suggerire l’accettazione dell’attuale “coscienza della classe media” perché essa non può essere cambiata: il che significa abbandonare la lotta per un cambiamento sociale decisivo incompatibile con tale coscienza.[9]
In questo periodo gli vengono fatte proposte per indurlo a rientrare nel partito, che rifiuta. Nel frattempo, collabora con il gruppo di oppositori di destra espulsi nel 1929 dal CPUSA e guidati da Jay Lovestone e Bertram D. Wolfe, sostenitori di un “eccezionalismo americano” e presto fautori di uno stretto legame tra burocrazie sindacali e agenzie governative nel nome dell’anticomunismo.
Dopo sei mesi a Washington come economista per la Works Progress Administration, Corey diventa direttore didattico della Sezione 22 del sindacato International Ladies Garment Workers. Le grandi purghe staliniane del 1936-37 lo conducono gradualmente ad attribuire al comunismo in quanto tale le responsabilità dello stalinismo, di cui non individua la natura controrivoluzionaria. La delusione delle aspettative trasfuse nella sua analisi della crisi degli anni Trenta come crisi definitiva del capitalismo in declino poi, invece di fargli mettere in discussione alcuni elementi del proprio impianto analitico lo portano a dubitare del metodo stesso, facendogli peraltro riconsiderare in termini sempre più indulgenti una democrazia imperialista capace (soprattutto nel secondo dopoguerra) di garantire quel benessere di massa che sembrava ormai impossibile negli anni della Grande Depressione. Il completo rinnegamento del marxismo è alla fine occasionato dal patto imperialistico tedesco-sovietico del 1939.
Allo scoppio della Seconda guerra mondiale è inizialmente ancora a favore del non-intervento degli Stati Uniti e critica persino il Partito Comunista per aver «abbandonato la prospettiva rivoluzionaria in nome dell’antifascismo», ma già nel 1940 si dimette dal comitato “Keep America Out of War” ed è tra i fondatori della Union for Democratic Action che sollecita l’assistenza americana per “sconfiggere il fascismo”. Nello stesso anno, in tre articoli su The Nation intitolati Il marxismo riconsiderato, definisce il marxismo un fallimento e la missione storica del proletariato un’illusione e, nel suo libro The Unfinished Task, del 1942, si fa portavoce di una sorta di “socialismo democratico” che dovrebbe sorgere gradualmente – e pacificamente – dalla trasformazione del capitalismo stesso. La concezione contro cui in gioventù aveva lanciato i suoi strali più affilati.
La profondità del suo rinnegamento è testimoniata anche dal rivoluzionario internazionalista Tony Cliff, che, scrivendogli dalla Palestina del mandato britannico per ottenere l’autorizzazione alla traduzione in ebraico di The Decline of American Capitalism ottiene un rifiuto motivato con il disconoscimento dell’opera da parte del suo stesso autore, che aveva «smesso di essere marxista».
Sempre nel 1942, pur non avendo frequentato gli studi superiori, ottiene una cattedra come professore di politica presso l’Antioch College, nell’Ohio. Per dieci anni, sia gli stalinisti che gli ambienti conservatori, all’interno come all’esterno del corpo studentesco, gli rendono la vita difficile, gli uni diffondendo le vecchie accuse di “appropriazione indebita”, gli altri accusandolo di essere rimasto un “comunista” di primo piano e di “avvelenare” le menti degli studenti.
Durante le elezioni presidenziali del 1948, Corey denuncia il candidato del Partito Progressista, Henry Wallace, definendolo un agente di Stalin. Nello stesso anno lavora presso l’Institute of Labor dell’Università del Wisconsin ad una storia del sindacato Amalgamated Meat Cutters and Butchers Workmen, affiliato all’AFL. Nel 1951, in seguito alla pubblicazione del libro Meat and Man, il sindacato gli offre un impiego come direttore didattico. In questo periodo raccoglie materiale per una biografia di Frances Wright, femminista del XIX secolo.
Allo scoppio della Guerra di Corea si fa acceso promotore di un conflitto contro l’URSS e critica le aperture del suo sindacato al CIO, che ritiene sotto l’influenza di elementi di “sinistra”. Nel dicembre 1952, nel pieno della “caccia alle streghe” condotta dal senatore Joseph McCarthy, il governo degli Stati Uniti gli notifica nondimeno un mandato di espulsione in quanto “straniero comunista” sulla base della testimonianza dell’ex cofondatore del Communist Labor Party, Benjamin Gitlow, divenuto anch’egli fervente anticomunista, che rilascia dichiarazioni sulla passata attività politica di Fraina/Corey affermando di ignorare che questi abbia mutato le proprie convinzioni. Nello stesso anno subisce un primo attacco cardiaco. Licenziato dal sindacato, e con la prospettiva di essere deportato in Italia – in quanto la sua prima domanda di cittadinanza americana presentata nel 1916 era stata respinta dopo l’arresto come obiettore di coscienza nel 1917 – il 16 settembre 1953, mentre lavora alla sua scrivania in un appartamento di New York, viene stroncato da un’emorragia cerebrale. Due mesi dopo la sua morte il Dipartimento di Giustizia rilascia il suo Certificato di Ingresso Legale negli Stati Uniti mentre contemporaneamente arriva una comunicazione da parte di un editore per un contratto relativo ad un suo libro in progetto, Toward an Understanding of America.
È doveroso chiudere questo profilo biografico così come è stato aperto, con una citazione di James P. Cannon, rivoluzionario trotskista distante dalla nostra impostazione politica ma sulla cui leale militanza per la causa del comunismo non sussistono dubbi:
L’organo ufficiale dell’Ala Sinistra si chiamava The Revolutionary Age. Questo giornale fornì ai lavoratori americani la prima autentica spiegazione delle dottrine di Lenin e Trotsky. Il suo direttore fu il primo in questo Paese a esporre e diffondere le dottrine dei dirigenti bolscevichi. Per questo motivo, deve essere riconosciuto storicamente come il fondatore del comunismo in America. Questo direttore era un uomo di nome Louis C. Fraina. Il suo cuore non era forte quanto la sua mente. Soccombette nella lotta e si convertì tardivamente alla «democrazia» borghese nel periodo della sua agonia. Ma questa è soltanto una sua personale sventura. Ciò che fece in quei primi tempi conserva tutta la sua validità, e né lui né nessun altro può disfarlo.[10]
NOTE
[1] L. Corey, La crisi del sogno americano, da The Decline of American Capitalism, 1934.
[2] Ibidem.
[3] L. Corey, La rivoluzione americana, da The Decline of American Capitalism, 1934.
[4] Ibidem.
[5] Ibidem.
[6] Ibidem.
[7] L. C. Fraina, I problemi della ricostruzione, novembre 1918.
[8] L. Corey, La rivoluzione americana, da The Decline of American Capitalism, 1934.
[9] L. Corey, Le relazioni di classe in America, gennaio-marzo 1937.
[10] J. P. Cannon, The History of American Trotskysm, 1928-1938, Pathfinder Press, Canada, 2002, p. 20.
BIBLIOGRAFIA
- Paul M. Buhle, A Dreamer’s Paradise Lost. Louis C. Fraina/Lewis Corey (1892-1953) and the Decline of Radicalism in the United States, Humanities Press, Atlantic Highlands, NJ, 1995.
- Serena Tait, Alle origini del movimento comunista negli Stati Uniti: Louis Fraina teorico della azione di massa, in Primo Maggio, n. 1, giugno-settembre 1973, pp. 17-39.
- Theodore Draper, The Roots of American Communism, Transaction Publishers, New Brunswick, 2003.
- Esther Corey, Lewis Corey (Louis C. Fraina), 1892-1953: A Bibliography with Autobiographical Notes, articolo pubblicato su Labor History, vol. 4 (primavera 1963), pp. 103-131.
- James P. Cannon, I primi dieci anni del Partito Comunista Americano, Jaca Book, Milano, 1977.
- James P. Cannon, The History of American Trotskysm, 1928-1938, Pathfinder Press, Canada, 2002
- Jacob Zumoff, The Communist International and US Communism, 1919-1929, Brill, Boston, 2014.
- Tony Cliff, L’internazionalismo rivoluzionario in Palestina, 1937-1946, coalizioneoperaia.com

