Saggio introduttivo al libro di István Angyal, «Una grande pietra grezza» – Ungheria 1956 – La testimonianza di un combattente operaio della rivoluzione dei consigli, Movimento Reale, 2026, pubblicato nel n. 132 di Prospettiva Marxista, novembre 2026.
Mi avvio verso il Nulla, con un amore silenzioso che abbraccia tutti.
Ottó Korvin, 1919
Sono diventato più umano; forse abbastanza ormai da potermene andare.
István Angyal, 1958
Verso l’ottobre ungherese: stalinismo, “destalinizzazione” e risveglio operaio
In una nota pagina del 1916, troppo spesso fraintesa o piegata a logiche estranee all’internazionalismo proletario, Lenin scrive:
La rivoluzione socialista in Europa non può essere nient’altro che l’esplosione della lotta di massa di tutti gli oppressi e di tutti i malcontenti, con la partecipazione inevitabile di una parte della piccola borghesia e degli operai arretrati portatori dei loro pregiudizi ed errori. Tuttavia, essi attaccheranno oggettivamente il capitale, permettendo al proletariato avanzato di unificare e dirigere la lotta di massa per conquistare il potere, espropriare i trust e attuare le misure dittatoriali che condurranno infine all’abbattimento della borghesia e alla vittoria del socialismo, il quale si «epurerà» dalle scorie piccolo-borghesi tutt’altro che di colpo.[1]
Quarant’anni dopo, queste semplici eppure profondissime parole descrivevano con notevole efficacia la natura del moto rivoluzionario ungherese. Una classe operaia, inevitabilmente portatrice di pregiudizi, confusione ed errori, che ha attaccato oggettivamente il capitale e alla quale l’assenza o l’insufficiente presenza della sua componente di «proletariato avanzato», di una coscienza organizzata, di un partito rivoluzionario, ha impedito di unificare e dirigere la lotta di massa degli oppressi e dei malcontenti per conquistare il potere.
Quello di Lenin rappresenta un modello di impiego del metodo di analisi marxista indispensabile per comprendere, senza rinunciare a misurarne con rigore materialista i limiti, la contraddittoria complessità dell’insurrezione ungherese dell’ottobre-novembre 1956, quantomeno per coloro che non propendono ad ignorarla a priori perché la sua dinamica non si è attenuta ad uno schema precostituito.
Per capire come si sia giunti all’ottobre ungherese occorre risalire almeno al 1944, quando l’occupazione nazista prima, e la breve e sanguinaria dittatura delle Croci Frecciate poi, piegano il Paese, e all’anno successivo, quando l’esercito russo conquista Budapest casa per casa danneggiando o distruggendo circa l’80% dei suoi edifici. A guerra ancora in corso, l’apparato degli stalinisti magiari con a capo Rákosi, rifugiatisi in precedenza a Mosca e spediti per direttissima nella zona orientale dell’Ungheria controllata dai russi, si affretta prima di ogni altra cosa a mettere in piedi una “polizia di sicurezza”, quella che diventerà la famigerata ÁVH (Államvédelmi Hatóság, Autorità per la protezione dello Stato).
Il debole capitalismo “sovietico”, pienamente coinvolto dalla dinamica dell’imperialismo mondiale in una guerra fra potenze ben altrimenti strutturate, tratta l’Ungheria “liberata” come una colonia da spremere: riparazioni di guerra che nel 1945 arrivano ad assorbire più di metà del bilancio statale e per le quali lavora oltre metà dell’industria, smantellamento di intere fabbriche come bottino bellico, società miste in cui i sovietici incassano gli utili senza investire capitale, prezzi d’interscambio truccati a proprio favore. Ne segue un’inflazione spaventosa. Lo stato di guerra con l’Ungheria cessa formalmente nel febbraio 1947, ma il trattato di pace lascia comunque all’URSS il diritto di mantenere truppe “a difesa delle comunicazioni” con l’Austria occupata, e assegna ai russi – sotto l’etichetta di “beni tedeschi” – miniere e circa trecento fabbriche già confiscate illegalmente dai nazisti e dai loro complici ungheresi a proprietari ebrei o “antifascisti”. Nello stesso anno nasce il Kominform, risposta sovietica al piano Marshall e strumento per allineare i partiti dell’Est a Mosca. In Ungheria il partito stalinista, appoggiato dall’esercito d’occupazione, smantella pezzo per pezzo gli altri partiti: l’arresto per “complotto” del segretario del Partito indipendente dei piccoli proprietari Béla Kovács, le dimissioni forzate del premier Ferenc Nagy per presunta “cospirazione”, campagne di stampa denigratorie e, alle elezioni d’agosto, una coalizione di governo a guida stalinista che vince col 60,9% tra brogli conclamati e 466.000 elettori esclusi per sospetto “nazismo” (mentre il partito “antifascista” assorbe nei suoi ranghi e nell’apparato statale tecnici, militari e funzionari già compromessi col vecchio regime di Horthy) rappresentano tappe di questo processo. La fusione forzata tra comunisti e socialdemocratici – tra arresti, epurazioni ed emigrazioni – dà vita, nel giugno 1948 al Partito dei lavoratori ungheresi (MDP, Magyar Dolgozók Pártja), mentre la caccia agli elementi “titoisti” e “opportunisti” voluta da Mosca apre la strada, l’anno seguente, alla grande epurazione culminata nel processo Rajk.
Nel 1949, le elezioni con lista unica e il 95% dei voti incoronano formalmente il regime. Ernő Gerő, già boia dell’NKVD in Spagna tra il 1936 e il 1939, lancia la parola d’ordine dell’industrializzazione forzata per fare dell’Ungheria un “Paese del ferro e dell’acciaio”. Si impone così la collettivizzazione agricola sul modello dei kolchoz russi, reprimendo ogni protesta contadina; si russifica persino l’insegnamento scolastico e l’uniforme militare; la nuova costituzione ricalca quella sovietica. L’ÁVH, responsabile solo verso il Consiglio dei ministri, gode di stipendi e privilegi speciali – inclusi premi in denaro per ogni arresto compiuto, alloggi e negozi riservati – mentre la tortura diventa prassi corrente negli interrogatori e una fitta rete di informatori, protetti per legge dalle comprensibili “manifestazioni d’affetto” della popolazione, copre caseggiato per caseggiato l’intero Paese.
Scrive Peter Fryer nel suo reportage sui fatti ungheresi:
Vi erano camere di tortura del tipo di quelle della Gestapo, con scudisci, forche e strumenti per frantumare le membra dei prigionieri. Vi erano piccole celle di punizione. Vi erano pile di lettere provenienti dall’estero, intercettate dalla censura. Vi erano batterie di magnetofoni per registrare le conversazioni telefoniche. Vi erano prostitute al soldo della polizia come spie ed agenti provocatori. I giovani bruti, che avevano costruito questa forte arma dello Stato democratico del popolo, erano pagati – secondo i documenti trovati sui loro cadaveri – da 3.000 a 4.000 fiorini al mese se militi semplici, da 9.000 a 12.000 se ufficiali: da tre a 12 volte il salario medio degli operai. Inoltre essi godevano di lussuosi appartamenti, mentre migliaia di persone vivevano a Budapest in catapecchie e cantine.[2]
Tra il 1949 e il 1955 oltre un milione di persone, su una popolazione di nove milioni e mezzo, saranno denunciate; più di mezzo milione accusate o condannate, circa 300.000 tra internate e deportate. Cadono i sindacalisti socialdemocratici – l’intero vecchio apparato sindacale viene spazzato via – e cade László Rajk, già ministro dell’Interno e poi degli Esteri, accusato di voler ridurre l’Ungheria a “colonia jugoslava”, giustiziato dopo un processo-farsa: a convincerlo a confessare i suoi “crimini” viene mandato l’amico János Kádár, ministro dell’Interno, poi costretto ad accusarlo pubblicamente e ad assistere all’impiccagione.
Sempre Fryer descrive le infami modalità della sua confessione e della sua esecuzione:
Mentre ero in Ungheria, nel luglio e agosto scorsi, mi fu riferito come fecero confessare Rajk. Prima fu torturato dal figlio di Farkas. Quindi, quando il processo di ammorbidimento l’ebbe reso ricettivo al punto giusto, un comunista sovietico – «un uomo di Berija» mi fu detto – gli spiegò che l’Unione Sovietica aveva bisogno della sua confessione come arma contro Tito. Se fosse stato d’accordo e avesse compiuto questo importante lavoro politico, egli (benché ufficialmente morto) avrebbe vissuto per il resto della sua vita nell’Unione Sovietica e a suo figlio sarebbe stata data una buona educazione. Rajk fu d’accordo. Quando vennero a prenderlo per l’esecuzione, a cui fu fatta assistere sua moglie Julia, gli misero in bocca un’asticella di legno per impedire che rivelasse ai soldati il modo in cui era stato tradito. Le sue ultime parole furono: «Cosa mi state facendo?».
Il giro di vite finale fu l’allontanamento del suo bambino dalla custodia della madre e il suo allevamento, sotto altro nome, presso sconosciuti.[3]
Il primo piano quinquennale, varato nel 1950, procede tra caccia ai “kulak” e “collettivizzazioni” forzate: in due anni la terra collettivizzata passa dal 14 al 40%, e già nel 1951 la scarsità di generi alimentari costringe a reintrodurre il razionamento di zucchero, farina, pane e carne, mentre i prezzi di libero mercato – il libero mercato “socialista” – s’impennano.
La morte di Stalin, nel marzo 1953, apre crepe profonde nel blocco sovietico. Non è la prima avvisaglia – scioperi operai avevano già scosso Polonia e Cecoslovacchia negli anni precedenti – ma è ora che esplodono le prime rivolte e scioperi di massa, come quelli che all’inizio di giugno si verificano a Plzeň e Ostrava in Cecoslovacchia. Sempre a giugno in Ungheria scioperano 20.000 operai delle acciaierie Mátyás Rákosi di Csepel, con agitazioni a Ózd e Diósgyőr e manifestazioni contadine (secondo Imre Nagy fu questa minaccia a spingere Mosca al «nuovo corso»[4]). Nella stessa URSS, nell’estate 1953, insorgono i lager minerari di Vorkuta e Noril’sk, e a Berlino Est, il 16 giugno, gli operai edili della Stalinallee scioperano contro l’aumento del 10% delle norme di lavoro, trascinando in pochi giorni l’intero Paese in un’ondata di scioperi e comitati operai che reclamano “un governo di operai” gridando «i veri comunisti siamo noi»[5]. Solo l’intervento dei carri armati sovietici, il 17-19 giugno, soffoca nel sangue la rivolta: almeno 55 morti, circa 10.000 arresti nelle prime tre settimane, decine di condanne a morte comminate e 7 eseguite (cinque di tribunali sovietici, due della RDT) – salvo poi, pochi giorni dopo, aprire a concessioni economiche che riconoscono implicitamente la natura operaia della protesta. In Ungheria, temendo un contagio dei fatti di Plzeň e un’estensione degli scioperi di Csepel – e forse una rivolta contadina insieme a quella operaia –, Mosca impone già a metà giugno la sostituzione del satrapo Rákosi con Imre Nagy alla presidenza del Consiglio, pur lasciando al primo la segreteria del partito: Nagy, di origini contadine, reduce dal carcere di Horthy e da un lungo esilio sovietico (1930-1944), vecchio “buchariniano”, espressione di una linea capitalistica nazionale tendente a non acuire eccessivamente lo squilibrio tra produzione di beni industriali e beni di consumo e fautore di una “via ungherese al socialismo”, concede l’amnistia ai detenuti politici e chiude i campi di internamento, taglia gli investimenti nell’industria pesante per aumentare la produzione di generi di prima necessità, decreta lo stop alla collettivizzazione forzata e la libertà di uscire dalle cooperative.
Nel 1955 Mosca, che in virtù degli accordi commerciali con la Cina di Mao non può permettersi una flessione della produzione di beni industriali nei Paesi satelliti, cambia direzione: Nagy viene destituito, accusato di “deviazionismo di destra” ed espulso dal partito. Sul piano internazionale, la firma del Trattato di Stato austriaco (15 maggio), che prevede il ritiro delle truppe d’occupazione fa venire meno il pretesto ufficiale con cui l’URSS giustificava la propria presenza militare in Ungheria; il giorno prima, però, è nato il Patto di Varsavia, comando militare unificato sotto un maresciallo sovietico che consente comunque il mantenimento di truppe russe nei Paesi satelliti “in base ai bisogni della mutua difesa” – definiti, va da sé, dal Cremlino.
Le condizioni materiali della classe operaia ungherese, intanto, sono peggiorate non soltanto rispetto all’anteguerra ma persino rispetto a quelle dell’operaio sovietico: i salari reali sono scesi sotto il livello del 1938, mentre il tempo di lavoro necessario per procurarsi gli stessi generi alimentari, che nel 1938 era per l’operaio ungherese inferiore a quello del collega russo, lo supera ormai ampiamente. Ritmi di lavoro sempre più serrati, “norme” di produzione rialzate quasi ogni anno grazie alle “prodezze” pilotate degli “stachanovisti”, ore straordinarie “volontarie” imposte anche nei giorni festivi (persino nel compleanno del “padre dei popoli” Stalin), prestiti forzati “per la pace” che sottraggono fino al 12% della busta paga: la risposta operaia prende la forma dell’assenteismo, della fuga da una fabbrica all’altra – solo un quarto dei lavoratori mantiene lo stesso posto per cinque anni –, del furto per necessità – un quinto della popolazione operaia, in pieno inverno continentale, è privo di cappotto – e del silenzio ostinato nelle obbligatorie riunioni di partito. Cresce parallelamente il malcontento tra gli studenti, nella stragrande maggioranza provenienti da famiglie operaie e moltiplicatisi con la rapida scolarizzazione voluta dallo sviluppo industriale.
Nel frattempo, in URSS, la controrivoluzione muta pelle. Le correnti politiche del partito unico che rappresentano le frazioni del capitalismo sovietico – statale e non – interessate ad una maggiore apertura ad investimenti dall’estero ed alla proiezione sul mercato mondiale alla ricerca di più elevati saggi di profitto, vincono lo scontro interno all’apparato, estromettendo i “vecchi arnesi” dell’autarchia staliniana. È in questo clima che il XX Congresso del PCUS, nel febbraio 1956, ascolta a porte chiuse il rapporto segreto di Chruščëv: si denuncia il “culto della personalità” e si riabilitano alcune vittime delle “purghe” – prevalentemente i solerti carnefici divenuti a loro volta vittime – senza ovviamente condannare la liquidazione della vera vecchia guardia bolscevica; le “purghe” vengono opportunamente attribuite alle paranoie di un individuo malato. Il messaggio viene frainteso: alcuni settori della vasta rete di interessi economico-politici legata ai capitalismi statali delle varie “democrazie popolari” vorrebbero approfittare dell’opportunità apertasi con la “destalinizzazione” per estromettere gli elementi più compromessi con la “vecchia linea” e rimodulare i rapporti con il capitalismo sovietico, magari cavalcando – senza però allentare le briglie – il crescente malessere della classe operaia e più in generale della “società civile”.
In Ungheria, e più in generale nei Paesi del blocco sovietico, la “destalinizzazione” assume la forma di uno scontro interno alle classi dominanti nazionali. Da un lato si collocano le frazioni disposte a condividere con la potenza russa lo sfruttamento della classe operaia del proprio Paese, versando sotto forma di tributo imperialistico una quota del plusvalore estorto; dall’altro, quelle per le quali la subordinazione imposta dalla sfera d’influenza sovietica è divenuta troppo gravosa e che, pertanto, mirano a conquistare una maggiore autonomia dall’imperialismo russo, così da contendergli o rinegoziare con esso il monopolio del plusvalore estorto entro i propri confini.
Ma il proletariato va per la sua strada. Il 28 giugno, in Polonia, Poznań insorge: gli operai della fabbrica di locomotive “Stalin”, delusi da una delegazione tornata a mani vuote da Varsavia, scendono in sciopero e sono seguiti da decine di migliaia di lavoratori di altre fabbriche. Si chiedono pane, libertà, salari più alti, revisione delle norme di produzione; si grida «è la nostra rivoluzione». La polizia spara sui manifestanti, che si armano e assaltano sede della polizia, tribunale, carceri – da cui liberano i detenuti politici – e la stazione che disturbava il segnale delle radio straniere, prima che carri armati e truppe polacchi schiaccino la rivolta nel sangue: i morti sono almeno 57 (secondo alcune stime oltre cento), centinaia i feriti e gli arrestati – tra le accuse di “piani di agenti provocatori internazionali” rilanciate all’unisono da Mosca, da l’Unità e da L’Humanité. In settembre si apre a Poznań una serie di processi che tenta di ridurre le cause economiche della rivolta a semplici episodi di saccheggio. L’eco degli scioperi arriva comunque immediata tra i lavoratori ungheresi, che manifestano solidarietà – fatto sottovalutato dai dirigenti del partito: «nessuna Poznań si produrrà in Ungheria», sentenzia Gerő il 19 luglio – mentre in ottobre la reintegrazione di Gomułka al vertice del partito polacco, contro la minaccia di intervento armato del maresciallo Rokossovskij, apre la breve “primavera di ottobre” polacca, fatta di comitati eletti in fabbriche e scuole, di una nuova Unione della gioventù rivoluzionaria e di una stampa studentesca indipendente che chiede a gran voce “verità”.
Già il 17 marzo, intanto, in Ungheria tiene il suo primo dibattito pubblico il Circolo Petőfi, nato nel 1954-55 come circolo di discussione della DISZ (Dolgozó Ifjúság Szövetsége, Unione della gioventù lavoratrice) e animato da intellettuali, artisti, giornalisti e scrittori iscritti all’organizzazione ufficiale della gioventù ungherese ma critici nei confronti del regime. Il Circolo è tollerato come valvola di sfogo e per far venire allo scoperto gli oppositori ma ben presto si trasforma in un polo di opposizione a cui guardano anche gli operai. La dinamica ricorda quanto era già avvenuto nella Russia zarista di metà Ottocento: sotto una rigida cappa censoria, i vari Černyševskij, Belinskij, Dobroljubov, Pisarev e altri intellettuali rivoluzionari avevano fatto della critica letteraria e filosofica, sulle pagine di riviste come il Sovremennik e il Russkoe slovo, uno spazio di elaborazione e di battaglia politica.
Rákosi è costretto ad ammissioni pubbliche di “errori” e a liberare trecento condannati dei processi Rajk, ma non basta: il malcontento operaio si somma a quello intellettuale – le lettere di protesta al giornale di partito passano da 4.400 al mese a 6.400, quasi tutte critiche verso burocrazia, governo e partito –, finché il 18 luglio, sotto pressione diretta di Mikojan, Rákosi è costretto alle dimissioni (il generale Farkas, massimo dirigente delle forze di sicurezza ungheresi, braccio del terrore staliniano, viene espulso dal partito ma non arrestato). Gli succede Gerő, affiancato da Kádár: un ricambio di facciata, che nulla toglie al fatto che ad agosto oltre 120.000 operai, nelle assemblee di fabbrica, continuino ad esprimersi contro l’iniquo sistema di differenziazioni salariali imposto dall’alto.
Sullo sfondo internazionale, il 26 luglio in Egitto Nasser annuncia la nazionalizzazione del canale di Suez e il sequestro dei beni della compagnia internazionale che lo gestiva: Francia e Gran Bretagna, le più colpite, non escludono l’opzione militare insieme ad Israele mentre gli Stati Uniti la respingono, e una conferenza di Londra patrocinata dalle tre potenze fallisce rapidamente – una crisi che, di lì a poche settimane, “distrarrà” l’attenzione occidentale proprio nei giorni decisivi per l’Ungheria.
In Ungheria, il 6 ottobre, il partito celebra i funerali del “riabilitato” Rajk davanti a oltre 100.000 persone; in quel periodo Gerő, Kádár e altri dirigenti si intrattengono a Mosca con Mikojan e Suslov. Il 12 ottobre si annuncia l’arresto del generale Farkas, per “violazione della legalità socialista”; il 14 ottobre Imre Nagy viene reintegrato nel partito. Il 19 ottobre nuove concessioni sull’istruzione accendono, anziché placare, le manifestazioni studentesche: a Szeged, già il 16, gli studenti avevano abbandonato l’organizzazione giovanile ufficiale fondandone una indipendente, il MEFESZ (Magyar Egyetemisták és Főiskolások Egyesületeinek Szövetsége – Unione delle associazioni degli studenti universitari e degli istituti superiori ungheresi), imitati il 22 ottobre da cinquemila studenti del Politecnico di Budapest, riuniti in un’assemblea che redige un lungo elenco di rivendicazioni universitarie insieme a una lista di richieste sulle «gravi questioni politiche del giorno». Saputo che l’Associazione degli scrittori intende deporre una corona di fiori sulla statua del generale polacco Bem, eroe della rivoluzione ungherese del 1848-49, in solidarietà con la Polonia, gli studenti decidono di parteciparvi in massa: è la sera in cui la Radio governativa, e con essa l’organo ufficiale della gioventù, si rifiuta di dare voce alle loro richieste. Da questo rifiuto, il giorno dopo, si scatenerà l’insurrezione.
L’insurrezione di ottobre e l’intervento russo
Il 23 ottobre il divieto di manifestare, deciso a fine mattinata dal ministro dell’Interno, cade nel primo pomeriggio di fronte alla determinazione degli studenti; in migliaia sfilano verso la statua del generale Bem:
In testa, alcuni giovani portano immensi ritratti di Lenin. Ci sono molte bandiere ungheresi e una sola bandiera rossa, quella degli allievi dell’Istituto Lenin che scandiscono gli stessi slogan dei loro compagni: «Nagy al potere», «Via i russi», «Processo per Rákosi». Gli studenti hanno prodotto striscioni enormi: «Non ci fermiamo a metà strada: liquidiamo lo stalinismo», «Vogliamo nuovi dirigenti: abbiamo fiducia in Nagy», «Indipendenza e libertà» e, ovviamente, «Viva i polacchi».[6]
Si cantano l’Internazionale, la Marsigliese e la Canzone di Kossuth. Non è un corteo improvvisato: da giorni università, scuole e circoli discutono e votano in assemblea liste di rivendicazioni – sette, dieci, sedici punti – che chiedono l’estromissione del gruppo Rákosi e l’ingresso di Nagy, la revisione delle norme di lavoro e l’autogestione operaia nelle fabbriche, libertà di stampa, di riunione e voto segreto, la liberazione dei detenuti politici e processi pubblici ai funzionari stalinisti, il ritiro delle truppe sovietiche, rapporti di piena parità con l’URSS e la libera disponibilità delle risorse del Paese. La manifestazione, ingrossata dalla fine dei turni di fabbrica, dilaga verso piazza del Parlamento; il governo tenta di disperderla spegnendo le luci della piazza, ma la folla risponde con una selva di torce improvvisate fatte di giornali arrotolati. Il discorso di Gerő alla radio, che liquida i manifestanti come “nemici del popolo” e “sciovinisti”, non fa che incendiare gli animi. Mentre gruppi di operai abbattono a colpi di martello e di fiamma ossidrica la statua di Stalin alta otto metri, davanti alla sede della Radio gli ÁVH aprono il fuoco sulla folla che chiede solo di poter trasmettere le proprie richieste: sono i primi morti, e sono loro a trasformare la protesta in insurrezione. Le truppe regolari mandate a rinforzare gli assediati passano dalla parte dei manifestanti; operai dei quartieri industriali di Csepel e Újpest si armano nelle caserme e nei depositi di polizia e scendono in città. In poche ore l’intero apparato statale ungherese, il suo esercito, la sua polizia, si sgretolano; nella notte il Comitato centrale, previa consultazione con il Cremlino, reintegra frettolosamente Nagy come primo ministro, ma alle due i primi carri armati sovietici sono già in movimento verso la capitale.
Il 24 ottobre Mosca annuncia l’intervento come se fosse stato “richiesto” dal governo ungherese, benché le colonne corazzate fossero in marcia già da ore prima che un qualunque governo potesse deliberare alcunché; viene proclamata la legge marziale. Ma lo sciopero è ormai totale, e di fronte ai carri armati gli insorti – in massima parte operai, giovani e adulti, affiancati da studenti – non arretrano: improvvisano una guerriglia urbana fatta di piazzeforti (il cinema Corvin, l’isola di Csepel, via Tűzoltó, più tardi la caserma Kilián, dove il colonnello Pál Maléter passa dalla parte della rivolta) e di piccoli gruppi mobili, senza coordinamento e imprevedibili per il nemico, che sfruttano le strade strette della città contro la potenza di fuoco sovietica. Nell’esercito russo si registrano diserzioni e fraternizzazioni. Significativa la descrizione degli avvenimenti lasciata dal questore della polizia di Budapest, Sándor Kopácsi, che in seguito si schiererà con il governo di Nagy:
I carri armati sfociarono sul viale. I carristi videro la folla, la folla vide il distaccamento blindato, ma era già troppo tardi: si trovavano faccia a faccia.
I carri armati si fermarono e rimasero sul luogo, con il motore al minimo. La folla non si poté assolutamente fermare: passò oltre, aggirando i tre blindati.
[…] Da un momento all’altro le armi automatiche dei carri potevano scatenare un fuoco infernale. Invece le cose andarono diversamente.
Un ragazzo, sicuramente uno studente – la scena si svolgeva proprio sotto i nostri occhi – si fece strada fino al primo carro e introdusse qualcosa nella feritoia.
Non era una bomba a mano. Era semplicemente un foglio di carta. Altri lo imitarono.
Quei fogli – i miei uomini ne avrebbero poi recuperati parecchi – erano dei volantini scritti in russo dagli studenti della facoltà di lingue orientali. Ricordavano ai soldati sovietici i desideri della nazione ungherese e il ruolo da gendarme che il governo sovietico faceva fare al proprio esercito. I volantini cominciavano con una citazione di Marx: «Un popolo che ne opprime un altro non può essere libero».
Contavamo i minuti. Non accadde nulla.
Poi, la parte superiore della torretta del primo carro si socchiuse e nell’interstizio spuntarono gli occhi, il casco di cuoio, poi le spalline dorate del comandante. La folla non era armata. In mezzo c’erano donne e bambini. Il comandante aprì la torretta e si sedette sul carro.
Immediatamente le mani si tesero verso di lui. Alcuni giovani saltarono sul carro armato. Una ragazza salì, baciò il comandante. A quel punto anche la folla capì. Ci fu un’esplosione di gioia.
Qualcuno tese al comandante una bandiera ungherese tricolore. Un minuto dopo la bandiera fu inalberata sul carro. L’ovazione della folla raddoppiò, diventò frenetica. In quell’atmosfera esultante, il casco del comandante fu lanciato in mezzo alla folla; qualcuno, in segno di scambio, gli pose un berretto dell’esercito ungherese in testa… La folla cantava la Canzone di Kossuth, poi l’inno nazionale ungherese. La gente gridava a squarciagola:
«Viva l’esercito sovietico!».
Erano gli stessi che, un’ora prima, scandivano con determinazione:
«Russki go home!».
[…] Mi sembrava di assistere alla scena culminante di un film, una sequenza fantastica – l’incontro di due mondi ostili – provocata da una semplice frase di Marx. […] Una parola di Marx, passata attraverso una feritoia, può far scoppiare un carro d’assalto diretto contro la folla.[7]
Riferisce Broué, riprendendo il resoconto di un corrispondente britannico e altre testimonianze, che il 24 ottobre
… alcuni equipaggi dei carri armati hanno tolto dalla loro bandiera lo stemma sovietico e si battono, così, a fianco dei rivoluzionari ungheresi sotto la «bandiera rossa del comunismo». Un testimone dichiara di aver visto carri russi unirsi agli insorti: «Di solito l’equipaggio di un carro prendeva una decisione collettiva. I soldati abbassavano la bandiera sovietica e issavano al suo posto la bandiera ungherese. Gli ungheresi li coprivano di fiori». Il 28 ottobre il giornale dei sindacati ungheresi, Népszava, esigeva il diritto di asilo per i soldati russi passati nelle file dei rivoluzionari. In altre zone molte unità rimasero neutrali; abbiamo visto che la guarnigione di Győr si ritirò… Un testimone britannico ha visto nella periferia di Budapest insorti che portavano latte negli accampamenti russi: «Latte per i bambini russi», spiegavano. «Hanno stipulato un accordo. Ogni giorno i patrioti portano cinquanta litri di latte per i bambini russi». Il fatto è che i rivoluzionari ungheresi ogni volta che possono circondano i soldati russi, a cui mostrano le loro mani callose di operai: «Guarda le mie mani, compagno… Sono le mani di un operaio. Mi sono battuto contro i vostri carri. Ho mani da fascista?»[8]
Sotto la pressione di Mikojan e Suslov, arrivati in segreto, Gerő è sacrificato e sostituito alla segreteria del Partito da Kádár; ma è un cambio di facciata. Il vero rivolgimento è altrove: è nella classe operaia ungherese, che in pochi anni è raddoppiata fino a un milione e seicentomila lavoratori, in una Budapest cresciuta di settecentomila abitanti grazie all’annessione amministrativa di Újpest, Kispest, Csepel nella Grande Budapest (1° gennaio 1950) e all’afflusso di giovani dalle campagne verso le fabbriche. Oltre la metà dell’industria ungherese è concentrata nei sobborghi di Budapest. I tre principali poli industriali si distribuiscono a nord: IV distretto, Újpest e XIII distretto; a sud: XI, XXI distretto e Csepel; a sud-est: X, XVIII, XIX e XX distretto. Nella capitale si concentra inoltre gran parte dell’industria meccanica, che impiega 119.000 lavoratori, insieme alla produzione di mezzi di trasporto – locomotive elettriche e diesel-elettriche, materiale rotabile e cantieristica navale – e al maggiore complesso metallurgico-meccanico del Paese, situato a Csepel.
Durante la rivoluzione, i lavoratori più attivi provengono dalle maggiori fabbriche metallurgiche, di macchine utensili, di apparecchiature elettriche e di strumenti ottici. Fra questi spiccano gli operai di Csepel; quelli delle fabbriche di macchine utensili del XIII distretto, come la Láng e la Magyar Acél; e quelli degli stabilimenti Beloiannis, Egyesült Izzó, Gamma e Magyar Optikai Művek. Nella seconda metà degli anni Cinquanta, queste fabbriche, insieme a quelle di Újpest, impiegavano complessivamente tra i 200 e i 250 mila operai.
In questi stessi giorni nascono gli organi veramente rappresentativi dell’insurrezione: i consigli operai (Munkástanácsok).
Il 25 ottobre, in piazza del Parlamento, gli ÁVH aprono il fuoco dai tetti con mitragliatrici pesanti su una folla disarmata di donne, ragazzi e manifestanti. Testimoni del massacro e del panico generale, alcuni carristi sovietici presenti decidono di aprire il fuoco contro le forze di sicurezza. Esautorati Gerő e Hegedüs, che presto (il 28) partono in aereo per l’URSS, il potere è passato, sulla carta, alla coppia Nagy-Kádár, mentre lo stesso giornale di partito è costretto ad ammettere il «fallimento della nostra economia» e “l’irresponsabilità” di chi ha governato finora. Ma gli appelli alla calma e al ritorno al lavoro cadono nel vuoto, e il 26 ottobre, mentre a Mosonmagyaróvár una trentina di ÁVH sparano su un corteo uccidendo oltre cinquanta persone – i “martiri di Mosonmagyaróvár”[9], tra cui ragazzi e ragazze, vendicati sul posto dalla popolazione – Budapest si copre di una cinquantina di barricate fatte di tram, autobus e binari divelti, e decine di carri sovietici vengono incendiati a colpi di bombe Molotov da ragazzini che li affrontano mentre sono in corsa. Nonostante negozi sventrati e merci di ogni valore alla portata di tutti, non si registra un solo saccheggio. I contadini, dal canto loro, mostrano il proprio appoggio rifornendo gratuitamente di viveri “i liberatori del popolo”: Budapest non è mai stata meglio approvvigionata che nei giorni d’insurrezione.
Nelle cancellerie occidentali la crisi ungherese trova ben poco spazio: proprio in quei giorni Francia, Gran Bretagna e Israele preparano l’intervento a Suez dopo la nazionalizzazione del canale voluta da Nasser, e gli stessi Stati Uniti – come ammetterà il premier britannico Eden – sospettano un uso strumentale della “questione ungherese” per distogliere l’attenzione dal canale; il Consiglio di sicurezza dell’ONU lascerà cadere la questione ungherese proprio per concentrarsi su Suez, questione sulla quale Gran Bretagna e Francia porranno il veto a una mozione, sostenuta anche dall’URSS, che condanna l’invasione israeliana dell’Egitto. In Italia la CGIL di Di Vittorio esprime un iniziale cauto dissenso sull’intervento in Ungheria, un centinaio di intellettuali del PCI firma una lettera di critica – il cosiddetto «Manifesto dei 101» – che l’Unità si rifiuta di pubblicare; la direzione del partito serra subito i ranghi attorno a Togliatti, «l’uomo che più di ogni altro è in grado di garantire una giusta direzione»[10].
Il 29 ottobre Nagy abolisce formalmente l’ÁVH e il generale Király si appresta ad organizzare una Guardia nazionale riunendo in assemblea presso la caserma Kilián ottocento delegati dei gruppi di combattimento, in maggioranza di estrazione proletaria – come i quattro quinti degli effettivi delle unità insorte – selezionati sul campo in una settimana di battaglie. Il giorno dopo Mosca proclama solennemente “l’eguaglianza” fra Stato sovietico e “democrazie popolari” – mentre già dispone, dietro le quinte, il riposizionamento mascherato delle proprie divisioni corazzate verso i punti strategici della pianura danubiana, in vista del secondo intervento. A Budapest Nagy annuncia la fine del partito unico e la ricostituzione dei vecchi partiti del 1945 (piccoli proprietari, contadini, socialdemocratici, e un rifondato “partito operaio” guidato da Kádár), mentre il cardinale Mindszenty viene liberato da ufficiali e soldati di un reggimento corazzato di provincia e la dirigente socialdemocratica Anna Kéthly, che entra nella coalizione di governo, ribadisce che fabbriche, miniere e terra devono restare «nelle mani del popolo». Polonia e Jugoslavia, per bocca di Gomułka e Tito, invitano gli ungheresi a deporre le armi e ad appoggiare il “legittimo” governo Nagy.
Il 1° novembre Kádár si presenta alla radio come garante di un “comunismo nuovo”, ungherese, elogiando gli stessi insorti – operai, studenti, vecchi combattenti usciti dalle galere di Rákosi – che di lì a tre giorni farà massacrare; lo stesso giorno L’Humanité lo dipinge come vittima di una “San Bartolomeo” anticomunista scatenata da Nagy, salvo salutarlo meno di tre giorni dopo, appena insediato dai carri armati russi, come garante del “potere del popolo”. Di fronte ai nuovi, inequivocabili movimenti di divisioni sovietiche verso le frontiere e gli aeroporti, Nagy convoca l’ambasciatore russo Andropov, che nega tutto parlando di normali avvicendamenti di truppe; ottenuta la conferma dei peggiori sospetti, Nagy denuncia il Patto di Varsavia e proclama per radio la neutralità ungherese, appellandosi invano all’ONU e alle quattro grandi potenze. Da Mosca la TASS (Telegrafnoe agentstvo Sovetskogo Sojuza, l’agenzia di stampa sovietica) agita intanto lo spettro del “terrore bianco” e di un dilagare delle “attività fasciste”.
Dopo le dure battaglie della prima settimana, l’Ungheria ha sperimentato un’autentica esplosione di libertà, tradottasi in una fraternità fra tutte le classi che si erano opposte ai russi e in una certa confusione: niente è più tipico dell’apparire dei giornali più diversi, da quelli “ufficiali”, stampati, a quelli ciclostilati, dattiloscritti o persino scritti a mano e poi attaccati ai muri. In questa atmosfera alcuni reazionari hanno potuto infiltrarsi e “ficcare il naso” nel movimento. Niente più di questo. È comparso un solo giornale reazionario: Virradat (l’Aurora). Ne è uscito un solo numero perché il giorno seguente gli operai hanno rifiutato di stamparlo.[11]
Il 4 novembre l’Esercito sovietico – un dispositivo assai più potente di quello del primo intervento: oltre 30.000 uomini e più di 1.000 tra carri armati e cannoni d’assalto secondo le fonti ungheresi – si abbatte sulla capitale col pretesto di “aiutare” il nuovo governo rivoluzionario che nel frattempo Kádár ha già proclamato, accusando Nagy di debolezza verso gli “elementi controrivoluzionari”: gli ufficiali russi arrestano a tradimento la delegazione guidata dal ministro della Difesa di Nagy, Pál Maléter, invitata a discutere un accordo sul ritiro delle truppe. La Cina del “grande timoniere” Mao Zedong applaude all’ingresso dei carri armati russi in Ungheria per sopprimere i consigli operai.
A partire dal 4 novembre la burocrazia del Cremlino ha deciso di far intervenire truppe provenienti dall’Asia sovietica, nella speranza che la barriera linguistica impedisca la fraternizzazione tra gli operai ed i contadini sovietici in divisa e la gioventù rivoluzionaria ungherese. Allo stesso tempo i burocrati facevano credere a queste truppe di essere inviate a difendere il canale di Suez, nazionalizzato da Nasser, contro la spedizione degli imperialisti anglo-francesi del 4 novembre [sic]; ed ai combattenti ungheresi toccava di spiegare che il Danubio non era il canale di Suez…[12]
I combattimenti riprendono. La resistenza è ovunque dura ma frammentata: cade in tre giorni, a caro prezzo, la caserma Kilián; tengono più a lungo i quartieri operai. Insieme ai combattenti del vicino cinema Corvin, il gruppo di via Tűzoltó, guidato dal militante operaio István Angyal, continua a combattere tra le macerie del quartiere fino a quando, l’8 novembre, l’impossibilità di ricevere rifornimenti e la disparità di forze li costringono a cedere. Csepel, la “cittadella rossa” che dal primo dopoguerra è sempre stata all’avanguardia del movimento operaio ungherese, con i suoi quarantamila operai e ottantacinque pezzi d’artiglieria, resiste fino all’11 novembre sotto i cannoneggiamenti; il 7 novembre, in occasione del 39° anniversario della Rivoluzione russa, il Consiglio operaio di Dunapentele, che può contare su ottocento uomini addestrati, invoca ancora una volta l’internazionalismo proletario presso le truppe sovietiche:
Soldati! Il vostro Stato è stato creato al prezzo di una lotta sanguinosa perché voi aveste la vostra libertà. Perché voler schiacciare la nostra libertà? Potete constatare coi vostri occhi che a prendere le armi contro di voi non sono stati i padroni delle fabbriche, i proprietari terrieri, i borghesi ma il popolo ungherese che combatte per gli stessi diritti per i quali voi avete lottato nel 1917. Soldati sovietici! Avete dimostrato a Stalingrado come eravate in grado di difendere il vostro Paese. Soldati, non vi servite delle vostre armi contro la nazione ungherese.[13]
Il Consiglio risponde all’intimazione di resa sovietica rivendicando la città come «la più socialista d’Ungheria», dove case e fabbriche sono state costruite dagli operai stessi che ora le difendono «dagli eccessi fascisti ma anche dalle truppe sovietiche»: cadrà dopo duecentoquaranta morti e venti carri armati distrutti. A Pécs vengono allagate le miniere di uranio prima dell’arrivo dei russi[14]; a Tatabánya i minatori resistono, a Veszprém l’assedio dura tre giorni prima delle deportazioni di massa dei superstiti. Il comandante sovietico della piazza di Budapest, generale Grebennik, minaccia di radere al suolo ogni edificio in cui si trovino armi: interi isolati vengono distrutti seppellendo i civili rifugiati nelle cantine, e sotto il tiro finiscono perfino le code per il pane e le ambulanze. Schiacciata la resistenza militare, i sovietici passano al terrore sistematico – rastrellamenti, esecuzioni sommarie, treni piombati di deportati verso i campi in URSS, talvolta intercettati dai combattenti che sabotano le linee verso l’Est – ma non riescono a piegare la volontà operaia: gli scioperi continuano, i consigli restano in piedi, e persino l’ironia resiste: «i quarantamila aristocratici e fascisti delle fabbriche di Csepel continuano lo sciopero»[15], recita un volantino.
La formazione dei consigli operai nelle province e a Budapest
Il 24-25 ottobre erano sorti i primi comitati operai nelle fabbriche di Budapest e nelle province del Paese. Con il passare dei giorni i comitati si moltiplicano, eletti direttamente dagli operai scavalcando ogni tentativo delle vecchie direzioni sindacali asservite al regime di imporre propri candidati. Il loro programma è inequivocabilmente di classe: autogestione operaia delle aziende, allontanamento dei quadri dirigenti imposti dall’alto, distruzione degli schedari del personale con le note di demerito e disciplinari, abolizione delle norme di cottimo, riduzione del ventaglio salariale e aumenti in busta paga per tutti i lavoratori, organizzazione di corpi di guardia per proteggere gli stabilimenti. Laddove il dissolversi del potere centrale lascia campo libero all’iniziativa operaia, accanto ai consigli di fabbrica nascono presto consigli territoriali, spesso eletti dai delegati delle fabbriche, che assumono la direzione politica, economica e amministrativa di città, di intere regioni industriali e – accogliendo i rappresentanti dei contadini – anche delle campagne, sostituendo i funzionari statali con uomini di fiducia dei lavoratori. I consigli operai diventano dunque organi di amministrazione pubblica, occupandosi della distribuzione dei viveri ai lavoratori, alle famiglie operaie, ai combattenti e agli ospedali; e talvolta svolgono anche funzioni giudiziarie: i tribunali popolari raccolgono la resa degli ÁVH in fuga dalla collera delle masse.
A Miskolc – città di 100.000 abitanti, cuore minerario e industriale della regione di Borsod – già il 24 si forma un consiglio operaio cittadino. A Győr, Debrecen, Sopron e nella stessa Miskolc gli organismi consiliari si dotano di una propria emittente radio e spingono apertamente per una «Repubblica dei Consigli»; il Consiglio di Miskolc chiede «che ai posti di maggior responsabilità del partito e dello Stato siano messi dei comunisti devoti al principio dell’internazionalismo proletario» e invoca un nuovo governo «nello spirito di Béla Kun e di László Rajk»[16], quello di Sopron rivendica un nuovo parlamento eletto dai consigli stessi. Contro gli immancabili tentativi di qualche fascista di intrufolarsi nel movimento ed appestarlo, la radio del Consiglio di Győr dichiara:
Agli insorti si sono mescolati elementi bacati con tendenze fasciste e controrivoluzionarie. Noi non vogliamo che ritorni il vecchio sistema capitalista; vogliamo un’Ungheria libera e indipendente.[17]
Il programma del Consiglio di Magyaróvár chiede:
… elezioni libere e democratiche sotto il controllo dell’Onu, la libertà dei partiti democratici, la libertà di stampa e di riunione, l’indipendenza dei sindacati, la liberazione dei carcerati, lo scioglimento dell’ÁVH, la partenza dei russi, lo scioglimento delle aziende agricole collettive imposte con l’uso della forza, la soppressione delle differenze di classe.[18]
Anche nella capitale i lavoratori cercano di darsi una struttura indipendente dalla precedente amministrazione e dai partiti esistenti: il primo consiglio di fabbrica a sorgere in città, il 24 ottobre, è quello della Egyesült Izzó, una fabbrica di lampadine e componenti elettrici con circa 10.000 operai. Nei quartieri operai come Újpest e Csepel i consigli di fabbrica finiscono per rappresentare interi distretti, e singoli delegati di fabbrica si aggregano in consigli di quartiere, sul modello di quelli sorti nelle grandi aziende.
Su un punto sono unanimi: i mezzi di produzione devono appartenere «alla società», la terra non deve tornare ai latifondisti, le fabbriche e le miniere non devono tornare ai vecchi padroni, l’esercito non deve tornare ai vecchi generali horthysti.
I sindacati, dai quali i lavoratori hanno epurato la direzione stalinista, richiedono la costituzione di consigli di fabbrica in tutte le aziende, con
… diritto di opinione sulla pianificazione e la fissazione delle norme lavorative. Questi consigli consentiranno di instaurare una autentica «direzione operaia» dell’economia, e di conseguenza una «trasformazione radicale del sistema di pianificazione e di direzione dell’economia». Coscienti del ruolo parassitario della burocrazia installata nelle imprese, i sindacati chiedono, assieme all’aumento immediato dei salari inferiori a 1.500 fiorini, lo stabilimento di un tetto massimo di 3.500 fiorini per tutti i salari. Questa rivendicazione, analoga a quella avanzata dagli studenti di Szeged prima dell’inizio dell’insurrezione, dimostra quanto i lavoratori avessero preso coscienza del ruolo giocato nella divisione dei lavoratori dalla differenziazione salariale, una delle chiavi di volta del sistema burocratico stalinista. I sindacati esigevano anche il diritto di sciopero e la denuncia delle norme di lavoro vigenti.[19]
Il 31 ottobre un’assemblea di rappresentanti di ventiquattro grandi complessi industriali di Budapest approva un documento in nove punti sui diritti dei consigli di fabbrica: il primo punto afferma che «la fabbrica appartiene ai lavoratori», il secondo che l’organo supremo di direzione aziendale è il consiglio eletto democraticamente dagli operai; altri punti attribuiscono ai consigli il potere di dirimere le controversie su assunzioni e licenziamenti, di ratificare i piani produttivi, di fissare i salari, di approvare i contratti d’esportazione con l’estero e le operazioni creditizie, di nominare un direttore che risponda al consiglio stesso.
Lo stesso giorno anche i delegati delle fabbriche dell’XI distretto si riuniscono adottando una risoluzione congiunta: segno che il coordinamento operaio tendeva già a superare i confini della singola azienda per darsi un respiro territoriale. Il passaggio a un organismo ancora più centralizzato era nell’ordine naturale delle cose.
Il 4 novembre – il giorno dell’inizio del secondo massiccio intervento sovietico – i consigli operai, che in precedenza avevano deciso di far cessare lo sciopero alla data del 5, decidono di proseguirlo ed estenderlo. Lo sciopero è compatto e generalizzato – oltre agli operai aderiscono i lavoratori del commercio e dei servizi, gli impiegati pubblici, il personale scolastico e universitario – e, fino al 10 novembre, si intreccia con la resistenza armata nelle grandi zone industriali.
I dati ufficiali sui danni agli edifici indicano che le distruzioni si concentrano nell’VIII, nel IX, nel XX e nel XXI distretto – quartieri operai per eccellenza – mentre il XII, zona residenziale benestante, viene sostanzialmente risparmiato; le cifre sulle vittime confermano la stessa geografia: il 22% nell’VIII distretto, il 14% nel IX, il 13% nel VII. Fonti ospedaliere indirette riferiscono che fra l’80 e il 90% dei combattenti feriti sono giovani lavoratori, contro appena il 3-5% di studenti. Sono dunque indiscutibilmente gli operai la spina dorsale dell’insurrezione, coloro che ne pagano il prezzo più alto in termini di sangue[20].
Nelle settimane che seguono l’intervento sovietico, mentre Nagy cerca scampo nell’ambasciata jugoslava e Mindszenty in quella americana, sono proprio i consigli operai a condurre l’ultima, e più lunga, battaglia della rivoluzione ungherese.
Il 10 novembre una delegazione operaia della grande fabbrica elettrica Ganz si reca da Kádár per rivendicare, tra le altre cose, l’armamento dei lavoratori; nel resoconto reso in un incontro successivo, il capo delegazione ricorda come due settimane prima fossero state promesse garanzie sul coinvolgimento operaio nei servizi di sicurezza senza che però fino a quel momento fosse stata intrapresa alcuna azione in merito, e rivendica la costituzione di guardie armate di fabbrica, perché «non è solo il governo a volere garanzie dalla classe operaia che non permetterà il ritorno del fascismo […] anche la classe operaia vuole garanzie che […] nessun’altra forza sarà in grado di snaturare gli scopi […] della rivoluzione»[21].
Queste rivendicazioni – proprietà collettiva, milizie operaie armate, autonomia dei lavoratori – e la tendenza al coordinamento e alla centralizzazione dei consigli operai li rendono oggettivamente incompatibili tanto con il governo Kádár – un sedicente «governo rivoluzionario di operai e contadini» che, lungi dal rappresentare gli operai, si oppone alle loro iniziative autonome esattamente come farebbe qualunque altro governo capitalista – quanto con la presenza militare sovietica.
Il Consiglio operaio centrale della Grande Budapest
Già nei primi giorni di novembre i consigli di fabbrica iniziano a comprendere che la loro forza è soltanto potenziale fintantoché rimane informale, disorganizzata, fondata unicamente sulla presenza fisica e sul peso numerico delle masse operaie, senza alcun coordinamento reciproco né capacità decisionale collettiva. Per cercare di ovviare a queste carenze, sorgono consigli di livello distrettuale – nell’XI, XIII e XIV distretto, a Újpest e a Csepel – incaricati essenzialmente di mettere in comune le attività e le rivendicazioni delle singole fabbriche.
Il potere del governo Kádár è ancora lontano dall’essere effettivo: boicottato dalla popolazione come complice civile di un esercito d’occupazione, privo di qualunque amministrazione reale – i suoi decreti vengono pubblicati ma nessuno li applica –, è costretto fin dal primo giorno ad appoggiarsi interamente, anche sul piano amministrativo, all’apparato militare sovietico, che di fatto governa il Paese al suo posto.
Per i lavoratori ungheresi il nemico da affrontare non è soltanto Kádár, ma l’esercito sovietico stesso, sempre più impegnato a imporre con metodi di polizia il ritorno al lavoro: ed è contro questo avversario, prima ancora che contro il governo fantoccio, che lo sciopero si configura come arma di resistenza. Non riscontrando alcuna forza politica realmente capace di difendere gli interessi della rivoluzione, i lavoratori cercano di farsi carico di questo ruolo attraverso i propri organismi consiliari.
Il 12 novembre i delegati dei consigli dell’XI distretto si riuniscono per fissare, in otto punti, un programma comune. Vi si proclama che «la classe operaia rivoluzionaria considera le fabbriche e la terra proprietà dei lavoratori»[22] – rifiutando recisamente qualsiasi restituzione degli stabilimenti tanto ai vecchi proprietari quanto ai burocrati stalinisti[23] – e si rivendica un’estensione dei poteri dei consigli, una vera e propria «amministrazione operaia» dotata di ampia autonomia rispetto allo Stato; si chiedono elezioni libere riservate però ai soli partiti che riconoscono la proprietà collettiva dei mezzi di produzione, e si esige che le forze armate del Paese siano composte da operai di fabbrica e da reparti dell’esercito fedeli al popolo.
Con la fine del governo Nagy, la sconfitta militare dell’insurrezione e l’Unione Sovietica, ormai dominatrice incontrastata della situazione, prendono forma e slancio vari progetti di compromesso, tra i quali quello elaborato da István Bibó, già ministro di Stato nel governo di Imre Nagy, socialista contadino populista e uno dei leader del Partito Petőfi: mantenere intatte le conquiste essenziali della rivoluzione del 23 ottobre – a cominciare dal sistema dei consigli operai e dei comitati rivoluzionari – fino a che un’assemblea costituente non stabilisca i nuovi princìpi sociali e costituzionali del Paese, con la proprietà collettiva dei mezzi di produzione come orizzonte[24].
Alla ricerca di una forza reale capace di tradurre in pratica questo programma, diversi intellettuali si rivolgono ai consigli, invitandoli a darsi una struttura organizzata: così, all’assemblea del Consiglio Rivoluzionario dei Lavoratori di Újpest, alcuni tra i giovani intellettuali presenti si fanno promotori di un appello per la costituzione di un Consiglio centrale – proposta accolta immediatamente, perché corrisponde al diffuso bisogno di coordinamento degli operai. Un intellettuale spiega ai presenti che i lavoratori dovrebbero aggirare il governo Kádár, trattando direttamente con chi detiene il potere reale – esercito e governo sovietici –, e che solo un organismo capace di rappresentare l’intera classe operaia, godendo della sua fiducia unanime e di un controllo tattico su sciopero e lotta politica, potrebbe negoziare con autorità; se questo organismo insistesse invece sul negoziato con Kádár ne riconoscerebbe di fatto l’autorità, trasformandosi in uno strumento che questi potrebbe manipolare o smantellare al momento opportuno.
Il testo dell’Appello che viene prodotto dall’assemblea precisa di non volere «un ordine qualsiasi, ma un ordine rivoluzionario basato sulla realizzazione delle grandi rivendicazioni della rivoluzione»[25], promettendo battaglia tanto contro chi disonora la rivoluzione con atti criminali quanto contro chi la riconosce a parole per liquidarla nei fatti; e convoca i delegati di tutte le fabbriche di Budapest al municipio di Újpest per il 13 novembre.
Il 13 novembre una delegazione presenta personalmente a Kádár le rivendicazioni dei lavoratori: reintegro di Imre Nagy come primo ministro, pluralismo di partiti “socialisti” e convocazione di un’assemblea elettiva; ritiro delle truppe sovietiche; riconoscimento dei consigli operai e del loro diritto a gestire le fabbriche come proprietà collettiva; diritto di sciopero; ripristino di sindacati che rappresentino realmente le istanze dei lavoratori e fine delle organizzazioni ridotte a semplici “cinghie di trasmissione” del potere. Rispetto al programma dell’XI distretto, queste richieste appaiono più circoscritte e prudenti – dall’estensione generale dei poteri dei consigli si passa al semplice riconoscimento della loro esistenza –, e non è chiaro se per ripensamento o per calcolo tattico[26].
Nel frattempo, vengono scelti democraticamente dal basso, fabbrica per fabbrica, i delegati per l’assemblea costitutiva del Consiglio centrale: come testimoniato dal consiglio dei lavoratori della fabbrica telefonica del XIV distretto, è stato «l’insieme dei lavoratori a sceglierli, non il solo consiglio dei lavoratori»[27]. All’assemblea del 14 novembre, che si tiene presso lo stabilimento Egyesült Izzó, le fonti indicano la presenza di quattrocento-cinquecento persone fra delegati e operai già presenti per altre riunioni e mescolatisi spontaneamente alla folla:
… molti dei delegati più anziani erano lavoratori militanti di lunga data nel movimento. Si erano fatti le ossa nella lotta sindacalista durante la Repubblica Sovietica Ungherese del 1919 e nel Partito Socialdemocratico. Durante il periodo stalinista, molti di loro erano stati incarcerati per le loro idee e pratiche socialiste. Molti di loro avevano fatto parte del Partito Comunista subito dopo la guerra, quando questo si presentava come un vero partito dei lavoratori. Con il passare del tempo, pur rimanendo operai, si resero conto di quale «grande menzogna» fosse il partito, sia in prigione che ai margini del movimento. Il novanta per cento dei membri del consiglio operaio della fabbrica di telefoni, ad esempio, era iscritto al Partito Comunista.[28]
Figura emblematica di questo percorso è Sándor Bali, operaio della Beloiannis, a lungo socialdemocratico, poi iscritto al Partito Comunista dopo la “liberazione” del 1945 ma progressivamente estraniatosi dall’apparato di partito e rimasto semplice operaio nonostante la grande ondata di promozioni degli anni successivi. Accanto a questi veterani che confluiranno nel Consiglio senza la mediazione di apparati o partiti – ma quasi tutti ex sindacalisti, socialdemocratici e comunisti critici del sistema – si conta una massiccia presenza giovanile: quasi la metà dei delegati ha fra i 23 e i 28 anni, una generazione che si è interamente formata dal punto di vista politico sotto la “democrazia popolare” e che nondimeno rifiuta il sistema in cui è cresciuta. Sono rappresentate pressoché tutte le grandi aziende della capitale – dal complesso siderurgico di Csepel alla Beloiannis, dalla fabbrica telefonica alle officine Ganz, dalla Láng alla Magyar Acél, fino a delegazioni di province particolarmente attive come il bacino industriale di Borsod e la città di Győr.
Il dibattito che ne segue è caotico: delegati e non delegati prendono la parola allo stesso titolo, in uno spirito di democrazia diretta che gli operai rivoluzionari ungheresi, memori della dittatura appena abbattuta, custodiscono gelosamente – financo respingendo, in un episodio, l’intervento di un intellettuale perché non rappresenta alcuna fabbrica. Un’osservazione ricorrente è che «tutti, pur provenendo da fabbriche diverse, volevano esattamente la stessa cosa, come se avessero concordato le loro opinioni in anticipo»[29]: i punti più insistiti riguardano ancora la proprietà “veramente collettiva” delle fabbriche – che si ritiene il fondamento stesso dell’autorità dei consigli – e un sistema multipartitico riservato però ai soli partiti “socialisti”, poiché nessun lavoratore accetterebbe forze politiche che mettano in discussione – almeno apertamente – quella che considera “proprietà sociale”.
Mentre fra i delegati delle grandi fabbriche-guida come l’Egyesült Izzó e quelli dei consigli di quartiere come Újpest emerge una certa rivalità di campanile, l’assemblea respinge a maggioranza la proposta di costituire subito un Consiglio nazionale – organismo che sarebbe politicamente più efficace e maggiormente temibile per il governo – perché il mandato ricevuto riguarda solo la Grande Budapest e mancano delegati provinciali sufficienti a legittimare una simile decisione.
Tuttavia, resisi conto della difficoltà per l’assemblea di prendere decisioni rapide, i presenti decidono infine di affidare ad un piccolo comitato – composto da un rappresentante per distretto – il compito di redigere una risoluzione da sottoporre al voto: nasce così il Comitato esecutivo, che presto diventerà il Consiglio centrale vero e proprio, senza che venga mai meno il legame diretto con la base operaia e senza trasformarsi in un organo burocratico. Fra i suoi membri, sette su undici sono operai metalmeccanici (saliti a otto con il successivo ingresso di Sándor Rácz[30]), gli altri ingegneri di estrazione operaia; fra i più anziani, József Balázs, tornitore della Magyar Acél, iscritto al Partito Comunista dal 1945 e tra i principali promotori dell’iniziativa.
La risoluzione istitutiva, approvata quello stesso 14 novembre, proclama il rigoroso rispetto dei princìpi socialisti e la volontà di difendere in ogni momento i mezzi di produzione come proprietà collettiva, articolando otto richieste precise: 1) l’affidamento della guida del governo a Imre Nagy, considerato l’unica figura capace di riscuotere la fiducia popolare; 2) la protesta contro la presenza di ex agenti dei servizi di sicurezza statali nei nuovi organi preposti all’ordine, da affidare invece a giovani rivoluzionari e a membri di polizia ed esercito rimasti fedeli al popolo; 3) piena libertà per tutti i combattenti, incluso Pál Maléter, e il rilascio di ogni detenuto; 4) il rapido ritiro delle truppe sovietiche, a garanzia di un’amicizia autentica fra i due Paesi e di una ricostruzione pacifica; 5) la fine della disinformazione radiofonica e di stampa; 6) la riduzione del lavoro al minimo indispensabile alla vita quotidiana della popolazione fino a quando le richieste non vengano soddisfatte; 7) l’abolizione del sistema a partito unico in favore dei soli partiti di orientamento socialista; e, infine, 8) la piena ripresa dell’attività produttiva solo a fronte di risposte soddisfacenti. Tre princìpi cardine reggono l’intero impianto: proprietà collettiva dei mezzi di produzione, integrazione operaia nei servizi di sicurezza, pluralismo di partiti socialisti – cui se ne deve aggiungere un quarto, implicito ma fondativo: il sistema stesso dei consigli[31].
Dopo aver redatto la risoluzione, il comitato dei delegati sceglie tra i presenti il gruppo di dodici o quattordici membri che incontrerà Kádár quella notte stessa. Nell’incontro che segue, Kádár tergiversa, prende tempo: sul reintegro di Imre Nagy si trincera dietro l’impossibilità di comunicare con un uomo rifugiato in un’ambasciata straniera; sul pluralismo dei partiti ammette in teoria di non voler difendere il monopolio comunista, pur spiegando che solo un “partito operaio” può davvero tutelare fabbriche e terra – fingendo di non intendere che gli stessi lavoratori non chiedono affatto la partecipazione politica di partiti “generici”, bensì dei partiti che ritengono socialisti; quanto alla presenza sovietica, la giudica necessaria e inevitabile, parlando di manifestazioni “controrivoluzionarie” senza mai spiegare perché, se davvero teme una controrivoluzione di destra, non cerchi proprio l’appoggio dei lavoratori armati, a meno che non li consideri direttamente i promotori di questa “controrivoluzione”. La delegazione attende invano concessioni reali. Kádár, pur giudicando necessario un atteggiamento conciliante, ritiene ancora limitata la reale capacità di pressione del movimento, motivo per cui, in definitiva, non cede di un millimetro sulla sostanza.
Il giorno seguente, il 15 novembre, è lo stesso Sándor Bali a proporre la linea che il Consiglio alla fine adotterà: continuare a non riconoscere formalmente il governo Kádár, senza tuttavia ignorarlo nei fatti, dal momento che, mancando ai lavoratori fondi e riserve alimentari, uno sciopero generale protratto a tempo indeterminato finirebbe per esaurirsi da sé, isolando i consigli dagli stessi lavoratori che intendono rappresentare. Si ritiene opportuno negoziare la fine dello sciopero generale in cambio di concessioni reali strappate al governo, per mantenere intatta la combattività operaia e il legame quotidiano fra consigli e fabbriche. Diversi consigli di Budapest e delle province sono però contrari alla ripresa del lavoro.
Le delibere adottate il giorno successivo, passate alla storia come le “decisioni del 16 novembre” – il giorno in cui Kádár è costretto ad aprire le trattative con i consigli –, completano così la nascita del Consiglio centrale dei lavoratori della Grande Budapest, che da quel momento si impone come l’organo supremo della classe operaia cittadina.
Quando, il 19 novembre, il Consiglio di Budapest lancia un appello ufficiale a tutte le fabbriche e province d’Ungheria, invitando i delegati a riunirsi il 21 novembre 1956 nel Palazzo dello sport (Sportcsarnok) di Budapest per dare vita a una vera e propria Assemblea Nazionale dei Consigli Operai, Kádár getta la maschera: un decreto svuota i poteri dei consigli, li vieta nei trasporti e nelle telecomunicazioni, riconferma ai ministeri la nomina dei direttori; quando gli operai tentano comunque di riunirsi, i carri armati sovietici circondano l’edificio e vi fanno irruzione con le truppe, mentre bloccano le principali vie d’accesso a Budapest per impedire l’arrivo dei delegati dalle province. Non potendosi riunire pubblicamente nel Palazzo dello sport, i delegati rimasti si incontrano clandestinamente nella sede del Consiglio centrale di Budapest e decidono la ripresa per quarantotto ore dello sciopero generale, eccetto che nel settore alimentare.
Kádár, nel frattempo, pur non ricostituendo formalmente la polizia politica, crea i «reggimenti rivoluzionari degli ufficiali» (Forradalmi Tiszti Ezredek, detti “pufajkás”, dalle giubbe imbottite), formati da ufficiali, ex agenti della sicurezza e funzionari di partito[32], e passa all’intimidazione aperta («…una tigre non può essere domata con gli zuccherini, può essere domata e costretta alla mansuetudine solo battendola a sangue… Ogni lavoratore, invece di compilare e scarabocchiare rivendicazioni farà meglio a cominciare a lavorare al meglio delle sue capacità, immediatamente ed incondizionatamente», proclama[33]), mentre inizia una campagna di arresti mirati di dirigenti dei consigli sostituiti da uomini di partito infiltrati nelle fabbriche. A dicembre la repressione è quotidiana: il 6 sono arrestati i presidenti dei consigli delle fabbriche Ganz e MÁVAG (Magyar Állami Vas-, Acél- és Gépgyárak – Fabbriche statali ungheresi del ferro, dell’acciaio e delle macchine), l’8 a Salgótarján forze di sicurezza ungheresi e truppe sovietiche sparano su diecimila minatori e operai che protestano per l’arresto di due dirigenti del loro consiglio: le stime variano tra alcune decine di morti e oltre cento. Sempre l’8 dicembre, il Consiglio di Budapest, che, a causa dell’ondata di arresti dei leader operai, non ha potuto formalizzare la struttura di un Consiglio nazionale permanente ed esteso a tutto il territorio e assume quindi, di fatto, una funzione di guida nazionale per diverse settimane, proclama per l’11 e il 12 dicembre un nuovo sciopero generale di protesta della durata di 48 ore.
Il governo risponde il giorno successivo sciogliendo definitivamente il Consiglio e dichiarandolo illegale; lo stesso giorno viene decretata la legge marziale con pena di morte, in vigore dall’11, e vengono sciolte le milizie operaie. L’11 dicembre, durante una trattativa, Sándor Rácz e il suo vice Sándor Bali vengono arrestati a tradimento, accusati di voler rovesciare il “sistema democratico popolare”; nei giorni seguenti oltre quattrocento membri dei consigli finiscono in carcere.
Per dimostrare a Kádár ed ai russi di quale appoggio godono ancora i consigli operai tra i lavoratori di tutto il Paese, inizia il grande, storico, Sciopero Generale di 48 ore. La rispondenza è pressoché unanime.
[Il] 12 dicembre 1956 [ad] Eger la polizia apre il fuoco su una vasta folla di dimostranti – due lavoratori vengono uccisi, altri feriti. Quindi, dei dimostranti che avevano per breve tempo occupato un piccolo edificio, nel quale si trovava una tipografia, lanciano delle granate. Vengono prodotti e distribuiti dei volantini e manifesti rivoluzionari. Il Nepszabadsag commentando lo sciopero di 48 ore afferma: «Uno sciopero del quale non si è mai visto l’eguale in precedenza nella storia del movimento operaio ungherese…», ma pretende che sia il risultato di intimidazioni da parte dei “controrivoluzionari”. A Budapest viene completamente interrotta la fornitura di energia elettrica. Ciò non era avvenuto neppure nel mezzo delle recenti battaglie. le ferrovie e gli altri mezzi di trasporto sono bloccati in tutto il Paese. Le fabbriche sono immobili. I carri armati russi vengono mandati nelle strade della capitale in quantità massicce. Il Governo Kádár attribuisce a Tribunali Sommari la facoltà di passare automaticamente all’esecuzione di quanti sono dichiarati colpevoli. A Kutfej un operaio ventitreenne viene condannato a dieci anni di reclusione per aver tenuto in casa una pistola e delle munizioni. Continuano grandi rastrellamenti casa per casa, spesso eseguiti dall’esercito russo.[34]
Tra gennaio e giugno 1957 la repressione si fa sistematica: assemblee vietate senza permesso di polizia, diritto della polizia di internare chiunque fino a sei mesi, censura sulla stampa, tribunali speciali che dal 13 gennaio possono comminare la pena di morte per il solo appello allo sciopero; impiccagioni di operai per il solo possesso d’armi, un centinaio di soldati e ufficiali passati agli insorti giustiziati nonostante le promesse contrarie dello stesso Kádár, scioglimento dell’Associazione degli scrittori, migliaia di licenziamenti, nuove deportazioni. In molte fabbriche, tra cui Csepel, dove tornano i vecchi direttori, gli operai reagiscono rassegnati chiamandosi ironicamente “barone” e “conte”[35] – ma non senza nuovi episodi di lotta aperta, come i tre giorni di combattimento a Csepel dell’11 gennaio. Nel complesso, tra morti in combattimento e successiva repressione, le vittime ungheresi si contano a migliaia – si stimano tra i 2.500 e i 3.000 caduti (di cui 2.045 nella sola Budapest) e 20.000 feriti nei combattimenti (la metà delle vittime aveva meno di 30 anni), 720 soldati uccisi e 51 dispersi le perdite sovietiche[36], oltre duemiladuecento le abitazioni distrutte nella sola Budapest – e tra 200.000 e 250.000 ungheresi scelgono l’esilio. Circa 26.000 persone vengono processate, 22.000 condannate al carcere e 13.000 internate.
Nel giugno 1958 Mosca e Budapest annunciano insieme, nella stessa notte, l’esecuzione di Imre Nagy, arrestato più di un anno prima fuori dall’ambasciata jugoslava con un salvacondotto firmato da Kádár in persona e rivelatosi una trappola, nonché di Pál Maléter, Miklós Gimes e József Szilágyi, che, processato separatamente, era stato “giustiziato” già in primavera. Géza Losonczy muore in carcere durante uno sciopero della fame, probabilmente assassinato per non doverlo presentare al processo-farsa nelle precarie condizioni mentali in cui era caduto[37]. La “colpa” di Nagy e del suo governo, installato con il beneplacito di Mosca per “salvare il salvabile”, era stata quella di non aver saputo – malgrado tutti i tentativi – arginare e controllare il moto proletario e di aver provato ad allentare troppo il guinzaglio russo. Certi “sbagli” si pagavano ancora cari al Cremlino.
Il 10 settembre 1957 István Angyal viene messo in stato d’accusa per direzione di un’organizzazione armata volta a rovesciare la Repubblica popolare. L’atto d’accusa del febbraio 1958 attribuisce al gruppo di via Tűzoltó un ruolo eminente nella «organizzazione controrivoluzionaria» e accusa Angyal di aver rivendicato «con millanteria» la resistenza più lunga di Budapest. Gli addossa i danni dei combattimenti nella zona, il danneggiamento doloso di “proprietà sociale” con entità particolarmente grave e il furto ripetuto in associazione. Il 1° dicembre 1958, rivendicando con orgoglio le proprie idee e le proprie azioni, Angyal viene impiccato. Le sue ultime parole rivolte ai carnefici sono: «Preferisco morire piuttosto che vivere nella vergogna come voi». La prevista confisca totale dei suoi beni non può avere luogo perché tutti i suoi averi sono stati distrutti dai cannoni russi[38]. L’anno dopo sono giustiziati i nove membri del Consiglio operaio di Újpest. Alla fine, le condanne a morte eseguite saranno circa 230.
Anche i soldati e gli ufficiali sovietici inviati in Ungheria pagano un prezzo elevato. Diverse decine di militari sovietici vengono presumibilmente fucilati per aver disertato o manifestato apertamente la propria solidarietà agli insorti. Rapporti d’archivio ungheresi riferiscono inoltre del ritrovamento, nei pressi delle caserme e dei quartier generali sovietici, di cadaveri di militari russi giustiziati dai loro stessi comandi, spesso privati delle insegne. Per coloro che, riconosciuti colpevoli, sfuggono alla fucilazione, la repressione può tradursi nella deportazione nei campi di lavoro forzato del Gulag, con condanne comprese tra i dieci e i venticinque anni. Gli ufficiali ritenuti responsabili di aver perduto il controllo dei propri reparti vengono, infine, degradati e sottoposti a pesanti condanne[39]. Come già era accaduto a diversi militanti e funzionari sovietici inviati in Spagna tra il 1936 e il 1939, il timore che il contatto diretto con l’atmosfera rivoluzionaria ungherese potesse produrre una qualche forma di contagio politico fa sì che, per decenni, molti di coloro che erano stati inviati in Ungheria rimangano sospetti agli occhi delle autorità sovietiche.
Continua…
NOTE
[1] Lenin, Risultati della discussione sull’autodecisione, 1916, in Opere, vol. 22, Lotta Comunista, Milano, 2002, pp. 353-354.
[2] P. Fryer, La tragedia ungherese, 1956, reprint Centro Studi Pietro Tresso, Foligno, 1989, p. 17.
[3] Ibidem, p. 16.
[4] B. Lomax, Hungary 1956, Allison & Busby, London, 1976, p. 19.
[5] Cfr. Ungheria 1956, necessità di un bilancio, Lotta Comunista, Milano, 1986.
[6] P. Broué, La rivoluzione ungherese dei consigli operai. Il testo fu scritto a caldissimo, a poche settimane di distanza dall’epilogo della rivoluzione, tra la fine del 1956 e l’inizio del 1957. Fu pubblicato per la prima volta a Parigi nel 1957 sulla rivista La Vérité. All’epoca, lo storico trotskista Pierre Broué scelse di firmarlo con lo pseudonimo di François Manuel per motivi di sicurezza legati alle sue attività militanti. Disponendo solo di una versione digitalizzata del documento non siamo in grado di segnalare gli specifici riferimenti di pagina.
[7] S. Kopácsi, Abbiamo quaranta fucili compagno colonnello, Edizioni e/o, Roma, 2006, pp. 186-187.
[8] P. Broué, op. cit.
[9] I feriti ufficiali furono 78. Si ritiene che il vero numero delle vittime possa essere stato superiore a 100, ma i parenti delle persone coinvolte convinsero il personale medico che curava i feriti a indicare altre cause di morte, per evitare ritorsioni dopo la repressione della rivoluzione. Cfr. Four in court for Hungarian uprising massacre, The Guardian, 12 ottobre 1999.
[10] Cfr. Ungheria 1956, necessità di un bilancio, op. cit.
[11] P. Broué, op. cit.
[12] Ibidem.
[13] Ibidem.
[14] Ungheria 1956, op. cit.
[15] Ibidem.
[16] P. Broué, op. cit.
[17] Ibidem.
[18] Ibidem.
[19] Ibidem.
[20] Cfr. Balázs Nagy, How the Budapest Central Workers’ Council Was Set Up, 1961, Living History Library, Liverpool, 2006. Disponendo solo di una versione digitalizzata del documento non siamo in grado di segnalare gli specifici riferimenti di pagina.
[21] Ibidem.
[22] Ibidem.
[23] Una delle accuse rivolte agli insorti ungheresi dal canagliume stalinista di tutto il mondo (Italia compresa) era proprio che volessero riconsegnare le fabbriche e le terre agli antichi proprietari emigrati. Ad affermazioni di questo tenore di Togliatti risponderà György Pálóczi – Horváth, scrittore ungherese, ex prigioniero nelle carceri di Rákosi e tra i protagonisti della rivolta, in una lettera aperta pubblicata su Azione Comunista del 15 giugno 1957: «Se lei s’informa presso l’Ufficio Studi del suo partito, le diranno che una parte notevole dell’industria ungherese è stata creata dallo Stato al tempo degli Asburgo e con essa le ferrovie e parte delle miniere. Nel periodo 1938-45 vi fu in Ungheria un’ulteriore industrializzazione. Anche queste nuove fabbriche erano dello Stato. Nel periodo 1946-56 l’industria pesante ungherese fu nuovamente ingrandita dallo Stato. Pertanto, mettendo anche da parte il fattore psicologico (cioè a dire che i lavoratori non combattono per restituire le fabbriche ai vecchi proprietari) nella massima parte dell’industria ungherese questi proprietari non esistono. I trecentomila operai che lavorano nei centri di Újpest, Kispest, Csepel, Kőbánya ecc. devono quindi aver combattuto in ottobre e novembre per qualche altra causa. Giacché lei deve sapere che hanno combattuto, hanno avuto 15.000 morti [cifra del 1957, assai superiore alle stime correnti di 2.500-3.000 caduti – N.d.R.] e hanno resistito fino all’ultimo contro i carri armati sovietici». Ungheria 1956, op. cit., p. 57. Ma i lavoratori ungheresi non rifiutavano soltanto di “restituire”. Il principe Esterházy, il maggior proprietario terriero dell’Ungheria anteguerra, emigrato immediatamente in Austria una volta liberato insieme a tutti i detenuti politici della sua prigione, provò a inviare pubblicamente «soccorsi e vestiti ai contadini dei suoi antichi possedimenti in Ungheria. Tutto gli è stato rispedito senza nemmeno essere stato toccato». P. Broué, op. cit.
[24] B. Nagy, op. cit.
[25] Ibidem.
[26] Ibidem.
[27] Ibidem.
[28] Ibidem.
[29] Ibidem.
[30] «Ricordo di aver parlato nel 1992 con Sándor Rácz, il presidente del Consiglio dei lavoratori della Grande Budapest e uno dei leader della resistenza. A quel tempo era ormai un personaggio pubblico profondamente reazionario, ma anche un patriota ungherese coraggioso e onesto. Gli chiesi se ritenesse che il suo ruolo attuale fosse in linea con il suo passato. Lui rispose ridendo: “No, nel 1956 ero comunista; sono diventato cattolico e nazionalista solo in prigione”. Durante la rivoluzione aveva 23 anni, era un convinto esponente dell’estrema sinistra e un negoziatore astuto e scaltro che riuscì a impedire per mesi lo scoppio della violenza di Stato». G. M. Tamás, Hungary 1956: a socialist revolution, 7 ottobre 2016, in International Socialism (https://isj.org.uk).
[31] Ibidem.
[32] E. A. Schmidl – L. Ritter, The Hungarian Revolution 1956, Osprey, Oxford, 2006, p. 31.
[33] Cfr. A. Anderson, Ungheria ‘56. La Comune di Budapest. I Consigli Operai, Editrice Zero in condotta, Milano, 1990, p. 176.
[34] A. Anderson, op. cit., pp. 185-186.
[35] Cfr. Ungheria 1956, op. cit.
[36] Cifre ufficiali sovietiche: 720 morti, 1.540 feriti e 51 dispersi; quelle ungheresi ufficiali: 2.502 morti e 19.226 feriti, verosimilmente inferiori al reale. Cfr. E. A. Schmidl – L. Ritter, op. cit., p. 26.
[37] Cfr. S. Kopácsi, op. cit., pp- 325-328.
[38] Cfr. L. Eörsi (a.c.d.), Angyal István önvallomásai (Le confessioni di István Angyal), Noran, Budapest, 2008, pp. 177-235.
[39] Sui processi sommari a porte chiuse del KGB e le fucilazioni per insubordinazione nelle caserme sovietiche a Budapest prima dell’Operazione “Vichr” (Turbine) del 4 novembre, si veda E. Mutičenko, Tragedija sovetskich soldat v Vengrii (La tragedia dei soldati sovietici in Ungheria), Mosca, 2001; e J. Györkei, Soviet Military Intervention in Hungary, 1956, CEU Press, Budapest, 1999, pp. 241-244.

