IL MATERIALISMO E “IL RITMO DELLA REALTÀ CHE DIVIENE”

Dal saggio La scienza probabilistica della rivoluzione, in appendice al testo di Roman Rosdolsky Il ruolo del caso e dei «grandi uomini» nella storia.


[…] Tanti pretesi “critici”, e tra questi anche diversi sedicenti “marxisti”, hanno più volte accusato Friedrich Engels di inclinare verso il “positivismo”, o di essere corresponsabile delle ridicolaggini dogmatiche del diamat – l’acronimo che fossilizzava il “materialismo dialettico” [1] nell’URSS di Stalin e dei suoi successori –, perché, a dire di questi critici, avrebbe voluto trasporre, segnatamente nel suo testo (incompiuto e pubblicato postumo) Dialettica della natura, le “leggi della dialettica” dalla società alla natura.

Per questi critici la “colpa” di Engels sarebbe quella di considerare il materialismo  storico  una  Weltanschauung  totale  che,  oltre  alla  storia, comprenderebbe anche la natura, imponendole forzature derivanti dalla trasposizione di leggi operanti nella società umana. Coloro che muovono questa accusa si sforzano di creare uno iato tra il metafisico naturalista Engels e il dialettico logico Marx [2], dimenticando ciò che quest’ultimo scrisse quasi quarant’anni prima che il suo amico e collaboratore iniziasse a lavorare alla Dialettica della natura:

La storia stessa è una parte reale della storia naturale, della natura che diventa uomo. La scienza naturale sussumerà in un secondo tempo sotto di sé la scienza dell’uomo, allo stesso modo che la scienza dell’uomo sussumerà la scienza della natura: allora ci sarà una sola scienza.[3]

Va da sé che la trasposizione meccanica di “leggi” attinenti ad un particolare ambito del reale ad un altro è una tara del positivismo, sempre alla ricerca della formula generale dell’universo o di una definitiva teoria del tutto. Ma è giustificato attribuire ad Engels una concezione positivistica e riduzionistica? Ci risponde egli stesso affrontando la questione del cosiddetto “darwinismo sociale”:

Tutta la teoria darwiniana della lotta per l’esistenza è semplicemente la trasposizione dalla società nella natura vivente della dottrina hobbesiana del bellum omnium contra omnes e di quella – derivata dall’economia borghese  – della concorrenza, insieme alla teoria malthusiana della popolazione. Dopo aver completato questo gioco di prestigio […], allora si riportano indietro le stesse teorie dalla natura organica di nuovo nella storia e si sostiene, dunque, di averne dimostrato la validità come leggi eterne della società umana. […] La differenza sostanziale tra la società umana e quella animale è data dal fatto che gli animali al più raccolgono, mentre gli uomini producono. Questa unica, ma enorme differenza rende, da sola, impossibile l’immediata trasposizione delle leggi delle società animali in [quelle] umane.[4]

Da quello che possiamo desumere dalla Dialettica della natura, ciò che Engels vuole dirci è che, accettando il punto di vista di una concezione materialista della realtà, ovvero concordando con i postulati dell’oggettività e dell’aseità della materia e della sua progressiva e inesauribile conoscibilità [5], è possibile riconoscere alcune caratteristiche generali – al massimo della loro astrattezza – della dinamica del reale, del suo incessante movimento e trasformazione. Riscontrando nelle modalità di funzionamento del pensiero una dinamica dialettica, e riconoscendo che il pensiero altro non è che il prodotto di una particolare forma di organizzazione della materia, Engels conclude che se noi pensiamo dialetticamente è perché il nostro pensiero è il riflesso della dialettica del reale nel suo complesso. Per dirla con Antonio Labriola:

… nella concezione dialettica s’intende di formulare un ritmo del pensiero, che riproduca il ritmo più generale della realtà che diviene. [6]

Oppure, con Paul Mattick:

Il metodo dialettico è soltanto lo svolgimento reale, concreto, che viene registrato nella coscienza e in parte da essa determinato: il processo che si svolge è stato capito e come conseguenza di questa comprensione si interviene nel processo.[7]

Con le sue “leggi della dialettica” Engels non vuole imporre alle scienze naturali dei binari prestabiliti entro i quali operare. Al contrario. È proprio contro il rischio di forzare e mutilare i fenomeni della realtà – costringendoli nel letto di Procuste di sistemi filosofici chiusi, metafisici e meccanici alla maniera di quei filosofi che Musil definisce “dei violenti che non dispongono di un esercito e perciò si impadroniscono del mondo rinchiudendolo in un sistema[8]  – che Engels auspica l’assunzione da parte di tutte le scienze particolari di un punto di vista generale. Un punto di vista che permetta di cogliere al meglio i nessi dei fenomeni all’interno dei singoli ambiti e fra tutti gli ambiti del reale.

È arbitrario interpretare dialetticamente i fenomeni della natura così come quelli sociali? Perché di questo si tratta per Engels, non certo di sussumerli in un sistema codificato. Natura e storia possono essere meglio comprese adottando una medesima visione dialettica della realtà. Non si tratta di postulare che entrambe abbiano le medesime leggi, ma che entrambe hanno leggi specifiche che è possibile indagare con la stessa concezione filosofica, il materialismo, e lo stesso metodo, quello dialettico. Se si accetta come  scuola di pensiero filosofica il materialismo per quel che riguarda il funzionamento della società, non si può rifiutare di considerare materialisticamente anche la natura, di cui la società umana è prodotto nonché parte integrante. Si cadrebbe in un paradosso: considerare la società come qualcosa di separato in linea di principio dalla natura, in una sorta di dualismo idealistico che erige un muro invalicabile tra ciò che è naturale e ciò che è prettamente umano, quando invece si tratta soltanto di una distinzione operata dall’uomo di una medesima realtà. Nell’Ideologia tedesca Marx ed Engels contrastarono le tesi di Bruno Bauer riguardo l’antitesi tra natura e storia, concepite come fossero oggetti separati e come se “l’uomo non avesse sempre di fronte a sé una natura storica e una storia naturale” [9].

Per Marx ed Engels

Noi conosciamo un’unica scienza, la scienza della storia. La storia può essere considerata da due lati, distinta nella storia naturale e nella scienza degli uomini. Tuttavia i due lati non possono essere separati; finché esistono uomini, storia della natura e storia degli uomini si condizionano a vicenda.[10]

Con buona pace di coloro che tendono a relegarlo esclusivamente nel ruolo di metodo, mera interpretazione storico-sociale, oppure a quello di pura dottrina economica, il materialismo storico, pur non essendo un sistema filosofico, una filosofia della storia, uno schema metafisico, è altresì una concezione complessiva del mondo che ha in sé il suo metodo, la sua teoria della conoscenza e la sua teoria dell’essere. Ciò che sembrano non voler comprendere coloro che tentano disperatamente di contrapporre Engels a Marx è che l’alternativa al materialismo storico inteso come concezione del mondo, quindi applicabile ad ogni campo del reale, risiede nell’adozione di altre concezioni filosofiche. Sarebbe coerente essere materialisti in storia sociale e idealisti in storia naturale? No. Esattamente tanto quanto può esserlo il contrario.

Continua…


NOTE

[1] La definizione “materialismo dialettico” a quanto ci risulta non è mai stata usata né da Marx né da Engels, il quale tutt’al più ha accennato ad una “dialettica materialista”, nel senso di una dialettica svincolata dalla concezione idealista di Hegel e adoperata dal materialismo. Riteniamo che nell’aggettivo “storico”, inteso come “processuale”, sia implicito il carattere metodologicamente dialettico del materialismo di Marx ed Engels.

[2] Cfr. M. Rubel, Karl Marx – Saggio di biografia intellettuale, Colibrì, Milano, 2001.

[3] K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844, Einaudi, Torino, 2004, p. 117.

[4] Engels a Pëtr Lavrovich Lavrov 17 novembre 1875. È interessante notare la conclusione simile a cui giunge il biologo e genetista Richard C. Lewontin: “Di fatto, l’intera teoria dell’evoluzione per selezione naturale di Darwin mostra una strana rassomiglianza con la teoria politico-economica del primo capitalismo come fu sviluppata dagli economisti scozzesi. […] Quel che fece Darwin fu di prendere l’economia politica dell’inizio del secolo XIX e di espanderla fino a includere tutta l’economia naturale”. R. C. Lewontin, Biologia come ideologia, Bollati-Boringhieri, Torino, 2010, p. 9.

[5]  Cfr. Lenin, Materialismo ed empiriocriticismo, Editori Riuniti, 1970 e D. Lecourt, Lenin e la crisi delle scienze, Editori Riuniti, Roma, 1974.

[6] A. Labriola, Discorrendo di socialismo e di filosofia, Saggi sul materialismo storico, Editori Riuniti, 1977, p. 264.

[7] P. Mattick, Critica dei neomarxisti, Dedalo, Bari, 1979, p. 59.

[8] R. Musil, L’uomo senza qualità, Einaudi, Torino, 2010, p. 284.

[9] Marx-Engels, L’ideologia tedesca, Opere complete, Editori Riuniti, Roma, 1971, Vol. V, p. 25.

[10] Ibidem, p. 14. In questo passo fondamentale crediamo di trovare un’esauriente illustrazione del perché le definizioni “materialismo storico” e “concezione materialistica della storia” si riferiscano ad un campo di ricerca decisamente più ampio di quello prettamente storico-sociale, economico o “sociologico”. La storia non è che il divenire del reale.

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