FRONDE NEL PORTO

Mentre alcuni americani si percepiscono essenzialmente in quanto lavoratori, e in quanto appartenenti alla classe lavoratrice, per via della tradizione che hanno fatto propria e delle esperienze personali, altri non incorporano il fatto di essere lavoratori nella loro nozione di identità personale. Ma la realtà della suddivisione della società in gruppi distinti si impone, che le persone si identifichino con la loro collocazione di classe oppure no. È una nozione che, anche in tempi relativamente tranquilli, i lavoratori assimilano, a un grado più o meno elevato, attraverso i fatti della vita quotidiana, le idee di coloro che li circondano, gli eventi storici che, a volte, la mettono a nudo. Nei periodi di scioperi di massa, improvvisamente diviene essenziale per ognuno la percezione di sé in quanto lavoratore e membro di una classe sociale, e la consapevolezza che i problemi di ciascuno e le loro potenziali soluzioni non possono che venire dall’esistenza delle classi e dalla possibilità di agire in quanto classi.

Jeremy Brecher, Sciopero!, 1997

Anche alla stampa borghese in Italia lo sciopero dei lavoratori portuali statunitensi è andato di traverso.

L’agitazione dei longshoremen è stata accompagnata da toni allarmistici, talvolta al limite dell’apocalittico. Evidentemente questi lavoratori in sciopero hanno messo in discussione quello che non deve essere più considerato semplicemente un rapporto economico, una condizione contrattuale ma un ordine immutabile, una legge di natura in base alla quale al capitale vanno riservati profitti intangibili mentre sulla forza lavoro vanno scaricati esclusivamente i costi della competizione e le contraddizioni del mercato, dovendo dopo tutto considerarsi fortunata e persino mostrarsi grata se mantiene ancora un’occupazione.

Una menzione speciale merita, per ovvie ragioni storiche e di coinvolgimento diretto e immediato negli effetti della vertenza, la copertura dei fatti proposta da Il Secolo XIX di Genova (2 ottobre).

Tra titoloni in cui si annuncia che «ora l’economia trema» e il grido di dolore di imprenditori e manager del settore del commercio marittimo e dei prodotti alimentari (uno di questi rivela allarmato di aver ricevuto un’«informativa» dalla West Coast secondo cui i portuali locali starebbero simpatizzando con l’agitazione dell’East Coast: «Se lo sciopero si estende è un disastro», urge intervento del Governo di Washington), ci ha particolarmente colpito l’apertura di uno degli accorati articoli dedicati alla questione. Per colpa dello sciopero, «gli italiani potrebbero invece essere costretti a rinunciare alla dolcezza della frutta secca, tradizionalissima conclusione di pranzi e cenoni natalizi».

Insomma, l’agitazione degli operai dei porti statunitensi starebbe minacciando non soltanto l’«economia» – quella fantastica barca che ci vede tutti a bordo e uniti dal comune interesse ad una felice navigazione che non distingue più classi sociali – ma addirittura la sacra tradizione gastronomica italica (anche il patriottismo dell’odierna borghesia italiana è quello che è…) e perfino la «dolcezza» delle feste natalizie.

Un tempo non lontano queste centrali di diffusione delle ideologie, degli inganni, delle illusioni borghesi volavano più alto, quantomeno come ambizione: la fine della Storia, la fine delle guerre, il mercato pacificatore, la cosiddetta globalizzazione dispensatrice di benessere generalizzato, la fine delle classi e, a maggior ragione, della lotta di classe, i lavoratori da poco approdati alla terra promessa del mercato globale e della matura industrializzazione destinati a percorrere il cammino occidentale verso la stabilità, la gratificazione consumistica, la sicurezza economica fino alla trita fandonia dell’immancabile e “scientifico” effetto a cascata (tanto meglio se la passano i capitalisti, gli investitori e tanto meglio staranno i detentori della sola forza-lavoro).

Oggi, invece, le condizioni dei lavoratori dei Paesi a più recente sviluppo capitalistico sono diventate i modelli della corsa alla ulteriore precarizzazione della condizione proletaria delle metropoli imperialistiche, e l’ideologia borghese, a corto di possibilità di favole a lieto fine per la classe operaia, deve rovistare tra le vecchie carabattole (in fondo sempre disponibili alla bisogna) del proprio sgabuzzino di inganni e di retorica al servizio del proprio dominio di classe.

Per la verità lo sciopero dei portuali ha ricevuto commenti assai critici anche da parte di certi ambienti della sinistra extraparlamentare e del sindacalismo di base, gettatisi “senza se e senza ma” nella mobilitazione a favore di una “resistenza” palestinese da sottrarre ad ogni analisi di classe.

Il Pungolo Rosso ci informa che quello dell’International Longshoremen’s Association «È un sindacalismo del sistema, non contro il sistema capitalistico, che esprime gli interessi di una aristocrazia operaia corporativa e sostenitrice della politica imperialista americana»[1].

Curiosa esigenza questa di puntualizzare e rimarcare i limiti – per altro reali – del movimento di lotta dei portuali americani, come l’appartenenza all’aristocrazia operaia di ampi strati della forza lavoro occupata nei porti, i tratti corporativi, la pesante influenza dell’ideologia nazionalista, l’integrazione delle burocrazie sindacali nella sfera della borghesia statunitense, l’acquiescenza nei confronti delle politiche imperialistiche del proprio Stato e la sua assenza di obiettivi rivoluzionari… da parte di sigle politiche e sindacali che hanno sistematicamente rigurgitato stizza e stridule scomuniche nei confronti di chiunque osasse sottolineare la matrice di classe reazionaria borghese delle organizzazioni che hanno diretto e guidano le iniziative della “resistenza” palestinese, con un bilancio in termini di massacri di proletari palestinesi e di margini di manovra offerti al ben più potente imperialismo israeliano che è oggi sotto gli occhi di chiunque non rifiuti di vedere. Sigle politiche e sindacali che si prestano a spacciare per “forza” la propria impotenza mettendola in bella evidenza nei “recinti per tori” di piazze blindate dal governo della “sicurezza” e dell’“ordine” capitalistico, articoli di consumo tanto anelati dalle sordidamente aggressive mezze classi che ne costituiscono il principale referente sociale, e che, pur proclamandosi a gran voce “internazionaliste” – con molti se e fin troppi ma – non sembra nutrano imbarazzi a sfilare all’ombra di bandiere nazionali: da quella palestinese a quella del Libano, l’ultimo arrivato nella elastica confederazione delle “patrie degli oppressi” in virtù della sua recente condizione di Stato “aggredito” (una classificazione borghese di cui il marxismo si è sbarazzato da più di un secolo e mezzo). È ben strano che chi si prodiga nel fare i conti nelle tasche dei dirigenti sindacali americani non batta ciglio nel sostenere uno Stato retto da borghesi miliardari.

Quelli del tradeunionismo statunitense (che, in quanto tradeunionismo, non può rappresentare una forza rivoluzionaria, è il caso di rammentarlo) sono limiti, contraddizioni e subalternità reali, ma che non possono essere considerati senza porre in risalto anche altri, importantissimi, significati della recente lotta dei portuali americani. Innanzitutto non ci deve stupire che siano componenti della classe operaia inserite nei gangli nevralgici del sistema – e che spesso associano forza contrattuale e condizioni economiche migliori della media – a poter innescare fenomeni di vasta lotta, fermo restando che tali condizioni tendono poi a costituire gravi freni e fattori di contrasto nei confronti della lotta quando si tratta di portare mobilitazioni e rivendicazioni su un terreno politico in cui sono chiamati in causa i nessi e i rapporti con il proprio imperialismo.     

I longshoremen sono lavoratori sotto molti aspetti privilegiati rispetto ad altre componenti del proletariato americano, indubbiamente, ma hanno sollevato almeno un paio di questioni fondamentali.

Il segretario dei Trasporti ha sottolineato come, mentre i datori di lavoro hanno visto i loro profitti aumentare di circa il 350 per cento in dieci anni, i salari dei portuali siano aumentati solo del 15 per cento (Internazionale, edizione online, 7 ottobre). L’agitazione dei portuali esprime con forza un principio di classe (proprio di una lotta economica, certo, ma non per questo scarsamente interessante o, peggio ancora, sgradito per dei militanti rivoluzionari): la crescita dei profitti, le fortune dell’impresa capitalistica non devono tradursi in uno svantaggio per la forza lavoro che quei profitti e quelle fortune ha reso possibili. E per ottenere che una maggiore quota di plusvalore venga indirizzata nel capitale variabile, nei salari, gli operai devono organizzarsi e scendere in lotta contro il padronato. È persino ovvio che si tratta di una rivendicazione che non mette in discussione il sistema di sfruttamento capitalistico. Ma attraverso il sostegno ad essa, appoggiandola concretamente, strati rilevanti di lavoratori possono iniziare a riconoscersi come parte di una comune e condivisa condizione salariata contrapposta all’azienda, al capitale. Poca roba? Robetta insignificante per chi vorrebbe accreditarsi come militante rivoluzionario? Può darsi, ma non per dei marxisti. È indiscutibile che le burocrazie, le dirigenze di questi sindacati siano interpreti e veicoli delle peggiori influenze opportuniste e socialscioviniste. Ma si può escludere davvero a priori che nella lotta si formino anche gli spazi e le contraddizioni che potrebbero essere utilizzate da una soggettività rivoluzionaria per allontanare almeno una parte dei lavoratori – magari la più combattiva e sensibile nel cogliere le implicazioni politiche della propria mobilitazione – da questa influenza? Davvero, di fronte ad una lotta come questa, i militanti rivoluzionari possono limitarsi a fare la conta delle molte storture di un tradeunionismo sviluppatosi per giunta nel tessuto sociale dell’imperialismo più forte al mondo e perciò più capace di esercitare le sue influenze corruttive? Di fronte ad un conflitto tra capitale e lavoro, che vede opporsi mille freni e deviazioni al processo di acquisizione di una coscienza di classe ma che si apre nel cuore della potenza imperialistica statunitense, i militanti rivoluzionari possono limitarsi a stilare l’elenco di tutto ciò che separa questi lavoratori da un modello ideale di operaio che mette in discussione il sistema capitalista o devono invece chiedersi, devono ragionare su come sarebbe possibile (in modo che sia possibile) inserire, nella lotta, dei cunei tra la massa dei lavoratori, o tra alcune sue componenti più suscettibili di maturazione politica, e le loro dirigenze vendute al capitale? E non ci si risponda che oggi non esiste sul suolo americano alcuna forza reale che possa svolgere questo ruolo. È un vecchio e inflazionato alibi. Se pure non è questione di immediato intervento politico, una lotta su questa scala e in questi ingranaggi del sistema capitalistico solleva comunque temi e problemi tali da porre questioni di metodo, di impostazione politica, di criteri di fondo di una azione che intenda essere veramente rivoluzionaria e internazionalista. Temi e problemi che impongono di ragionare in una prospettiva non confinata entro i margini di ciò che è possibile ottenere come risultato immediato nel presente della lotta di classe, ma che spinga i militanti rivoluzionari a formarsi misurandosi con compiti che si proiettino in un orizzonte strategico che, senza alcuna concessione all’utopismo e al velleitarismo, deve ispirare lo sforzo di costruzione di una presenza internazionalista in grado di esprimere un’azione politica e una funzione di riferimento per i vari comparti del proletariato mondiale. Oggi questa presenza non esiste, non ce lo nascondiamo, ma è oggi che bisogna lavorare alla sua formazione.

La lotta dei lavoratori portuali ha peraltro sollevato anche la questione dello sviluppo tecnologico che, incardinato e piegato nelle logiche capitalistiche, si ritorce contro la forza lavoro. Ancora una volta, è facile concludere che questo problema è stato affrontato in maniera sbagliata: una rivendicazione corporativa che non prevede la riduzione d’orario a parità di salario. Giusta critica, ma, ancora una volta, è privo di significato che una lotta attraverso cui decine di migliaia di lavoratori hanno bloccato un’infrastruttura strategica del maggiore imperialismo al mondo abbia, pur tra mille incongruenze e limiti, sollevato una questione di tale importanza?

Davvero, nel nostro lavoro politico tra il proletariato italiano, la capacità dello sciopero nei porti statunitensi di sollevare simili questioni cruciali, che investono i lavoratori anche in Italia, non ci offre spunti, argomenti che non siano il pontificare sulla prevalenza delle “ombre” sulle “luci”? Davvero si può pensare di salire in cattedra lamentando la scarsità di “luci” di un movimento della logistica capace di bloccare il 60% delle merci importate via mare negli USA, provocando perdite stimate intorno ai 4 miliardi di dollari ogni 24 ore, senza contemporaneamente ragionare sulle “ombre” proiettate in Italia dalle evidenti difficoltà riscontrate dal tentativo di organizzare per intero quel solo settore da più di un decennio?

Che dire poi del rapporto tra questa attitudine alla svalutazione del significato complessivo dell’agitazione con quello che dovrebbe essere un impegno internazionalista? Un collegamento con la classe operaia “amerikana” (è con simili espressioni che qualche sedicente “internazionalista” ama ancora baloccarsi mentre saluta come l’”avvento” qualsiasi altro sciopero della stessa natura a qualsiasi “altra” latitudine e longitudine) è escluso a priori oppure passerà esclusivamente attraverso le sue componenti non inserite nei gangli, nelle infrastrutture vitali, nel cuore produttivo del capitalismo statunitense? È evidente che, se si intende evitare le secche di queste due finte soluzioni, occorre porsi il problema di come, in quali condizioni, attraverso quali sviluppi possono aprirsi spazi per il radicamento di una coscienza di classe internazionalista anche nel comparto di classe posto al cuore del processo capitalistico statunitense. Il problema di come le soggettività politiche proletarie e internazionaliste possono prepararsi al meglio per cogliere e sfruttare questi spazi e queste condizioni. Solo in questo senso, e non per concludere che i lavoratori portuali americani siano persi ad una più coerente lotta di classe e all’internazionalismo, è opportuno ragionare sui limiti, le incoerenze, le oggettive compromissioni della loro mobilitazione.

Su una constatazione possiamo in una certa misura, e con un diverso utilizzo della prima persona plurale, concordare con Il Secolo: «Questo sciopero è negli Usa ma riguarda tutti noi».

Prospettiva Marxista – Circolo internazionalista «coalizione operaia»


NOTE

[1] https://pungolorosso.com/2024/10/08/luci-ed-ombre-della-lotta-dei-portuali-della-costa-atlantica-negli-usa.

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