DISFATTISMO RIVOLUZIONARIO E FRATERNIZZAZIONI

PER IL «LETTORE PERSPICACE» – «Genesi e struttura» della tattica leniniana del disfattismo rivoluzionarioIX

Dalla postfazione al testo di Roman Rosdolsky – STUDI SULLA TATTICA RIVOLUZIONARIA, Movimento Reale, Roma, giugno 2025, pubblicata anche in opuscolo.


Nel ricostruire l’operato delle minoranze rivoluzionarie in Francia durante la Prima guerra mondiale in rapporto all’“aspirazione alla pace”, Alfred Rosmer non si discosta dall’analisi di Trotsky:

La parola d’ordine della pace, circondata da sviluppi che le danno l’aspetto di una rivendicazione socialista, permette il raggruppamento attorno ai primi oppositori, condizione indispensabile per rompere l’isolamento paralizzante. […] Quando, travagliate dalla stanchezza, dal malcontento, dalla rabbia, dal sentimento di essere state ingannate, le masse cominciano a sfuggire all’ipnosi nazionalista, la propaganda presso di loro si scontra ancora con estrema difficoltà […]. La parola «disfattismo» è molto usata durante la guerra. La stampa la utilizza senza sosta per sviare e spaventare. Inutile darle un rinforzo se non è assolutamente necessario. Ricorderò qui una replica di Noah Ablett che citai nel 1915. Poiché i minatori gallesi scioperavano, tutta l’Inghilterra sciovinista si drizzava contro di loro gridando: «Voi favorite il nemico! Siete germanofili!». Al che Noah Ablett, a nome dei minatori, replicava tranquillamente: «Non siamo germanofili; siamo classe operaia». Credo che quella sia la base migliore, una base sicura e sufficiente per condurre la lotta operaia contro la guerra e giustificarla agli occhi di tutti gli operai. Il «disfattismo», anche seguito dall’epiteto «rivoluzionario», mette l’accento sulla disfatta mentre dobbiamo metterlo sulla rivoluzione.[1]

Solamente se non si fuoriesce dall’ottica borghese secondo la quale il disfattismo rivoluzionario significa «favorire il nemico» si può ritenere che la risposta del minatore gallese Ablett di fronte all’accusa di germanofilia: «siamo classe operaia», sia sostanzialmente diversa da quella che in circostanze simili avrebbe fornito qualsiasi sostenitore della tattica del disfattismo rivoluzionario.

Corrisponde certamente a realtà che le masse – ed in particolare quelle mobilitate – intraprendano il cammino che le conduce alla lotta contro la guerra partendo dall’aspirazione alla pace (cosa che, per inciso, Lenin stesso non aveva mai negato[2]), e che queste stesse masse rifiutino inizialmente la prospettiva della disfatta. Tuttavia, il rischio in cui incorre Rosmer è quello di “mettere l’accento sulla pace” proprio mentre afferma di doverlo mettere «sulla rivoluzione». Sicuramente Rosmer è d’accordo sul fatto che una pace che non sia una tregua imperialista può ottenersi soltanto per mezzo della rivoluzione socialista, ma è la disfatta che crea i presupposti oggettivi e soggettivi del rovesciamento del potere borghese, non l’aspirazione alla pace; è la disfatta che indebolisce lo Stato borghese, che estende ed approfondisce nelle masse quella «stanchezza», quel «malcontento», quella «rabbia», quel «sentimento di essere state ingannate» che qualsiasi guerra prolungata può suscitare ma che una guerra “vittoriosa” può rapidamente riassorbire, dileguare, rinsaldando l’«ipnosi nazionalista».

Se la guerra produce il bisogno di pace è la disfatta a creare i presupposti materiali della rivoluzione e a consentire di acquisire la consapevolezza della necessità della rivoluzione, di quel sovvertimento del potere che può realizzare una pace che non rappresenti soltanto una pausa tra due guerre imperialiste. È questo il motivo per cui i proletari coscienti, i rivoluzionari, devono augurarsi che la lotta di classe condotta contro la guerra durante la guerra contribuisca a produrre la disfatta.

Rosmer può affermare che

Le conseguenze della nostra azione ci interessano solo rispetto al nostro fine – la rivoluzione, e non rispetto alla «vittoria», che è la faccenda della borghesia imperialista.[3]

Ma non è possibile interessarsi alle conseguenze dell’attività rivoluzionaria in relazione al suo scopo (la rivoluzione) senza interessarsi alle conseguenze di tale attività (la disfatta) che possono facilitare il raggiungimento di quello stesso scopo. Non è possibile, nel corso di una guerra imperialistica mondiale, “mettere l’accento sulla rivoluzione” senza posizionarsi chiaramente di fronte alle alternative reali costituite dalle conseguenze dei successi o delle difficoltà della propria borghesia. Conseguenze che, lungi dall’essere esclusivamente «faccenda della borghesia imperialista», sono “faccenda” di primaria importanza per il movimento rivoluzionario, che non opera in un contesto astratto ma in quello assai concreto della crisi dell’imperialismo. Lenin comprende questa verità ed è disposto ad affrontare il più duro isolamento proprio per non rimanere “paralizzato” di fronte ai successivi sviluppi storici. Troppo spesso l’incapacità di concepirsi come minoranza, di affrontare un inevitabile isolamento iniziale, ha condotto anche i rivoluzionari meglio intenzionati sulla via dell’opportunismo. Peraltro, le mezze verità ed il “non detto” oltre a non sviluppare e rafforzare la consapevolezza rivoluzionaria delle avanguardie di classe, non ingannano né ammansiscono la classe dominante e sono soggette alle stesse mistificazioni ed alle stesse manovre della stampa borghese «per sviare e spaventare» le masse che colpiscono le parole d’ordine più chiare e decise. L’unico modo per “proteggersi” dalle mistificazioni e dalle accuse della borghesia è rinunciare a qualsiasi programma rivoluzionario. Quanto alla classe operaia, escogitare a tavolino una «base sicura e sufficiente per condurre la lotta operaia contro la guerra e giustificarla agli occhi di tutti gli operai» – ammesso che sia possibile – non consentirà mai di elevare il livello generale di consapevolezza del proletariato partendo dalle sue punte avanzate, ma condurrà invece al risultato di attestarsi sul suo livello più arretrato.

Ad ogni modo, solo in apparenza il desiderio dei soldati che la guerra abbia termine e il loro rifiuto di provocare direttamente la disfatta sono in contraddizione tra di loro; anzi, è precisamente nella tattica del disfattismo rivoluzionario che queste due istanze apparentemente contraddittorie possono trovare una sintesi efficace.

Sulla base delle precedenti considerazioni è più che normale che per i soldati si ponga la necessità di trovare forme d’azione radicali che non alterino l’equilibrio del fronte, che interrompano i combattimenti senza tuttavia avvantaggiare l’esercito della borghesia che è in guerra con il proprio paese.

Da questo punto di vista, se entro certi limiti i comandi borghesi possono tollerare la diserzione, non potranno mai accettare la fraternizzazione, men che meno se organizzata, perché

… la fraternizzazione sviluppa, rafforza, consolida la fiducia fraterna tra gli operai dei diversi paesi. È chiaro che essa comincia a infrangere la maledetta disciplina della caserma-prigione, la disciplina della passiva subordinazione dei soldati ai «propri» ufficiali e generali, ai propri capitalisti […]. È chiaro che la fraternizzazione è un’iniziativa rivoluzionaria delle masse, è il risvegliarsi della coscienza, dell’intelligenza, dell’audacia delle classi oppresse, è in altri termini, uno degli anelli della catena di iniziative che conducono alla rivoluzione socialista proletaria.[4]

Non è con la diserzione che la «fiducia fraterna» può svilupparsi, rafforzarsi, consolidarsi, nemmeno tra gli operai di un singolo paese dietro un singolo fronte: l’abbandono dei propri commilitoni che rimangono sulla linea del fuoco, in certe condizioni può persino risultare un venir meno alla solidarietà di classe, l’“ognuno per sé” che in definitiva non salva nessuno. Persino gli ammutinamenti nelle immediate retrovie, se disorganizzati e privi di collegamento con la lotta politica cosciente contro la guerra, possono essere ricomposti dai comandi borghesi, magari proprio facendo strumentalmente leva sul cameratismo e tacciando di “egoismo” il rifiuto di dare il cambio ai commilitoni in linea[5].

La fraternizzazione è al contrario un atto politico che, mettendo in discussione la definizione del “nemico”, mette deliberatamente in discussione la guerra stessa; è un atto di indipendenza politica che consente il collegamento del proletariato in armi dei diversi paesi in guerra su linee di classe, che sviluppa la solidarietà internazionalista e che delinea il vero fronte; è l’espressione della “politica estera” di un proletariato che inizia a riconoscersi in quanto tale e che «impone la pace e dichiara guerra a coloro che vogliono imporsi ad esso», che annulla le divisioni fittizie impostegli dalla classe dominante di casa propria ed elegge quest’ultima a “straniero”, a “nemico” principale.

Le possibilità di realizzazione della fraternizzazione dipendono dalla configurazione del fronte e dalle operazioni in atto, ovvero dalla presenza di linee di attrito relativamente stabili, che consentano una certa routine e la possibilità di contatti tra soldati “nemici”, e in cui si impongano di fatto una serie di “codici di comportamento” tendenti a minimizzare reciprocamente gli urti.

Le caratteristiche di Materialkrieg della Prima guerra mondiale, l’imperversare del vortice di fuoco e acciaio della tecnologia bellica, gli inesauribili colpi di maglio di milioni di tonnellate di materia perforante, ardente, dilaniante, intossicante, oltre a trasformare la componente umana in un “combustibile” sacrificabile per la fornace industriale della guerra, rendevano certamente più estraneo ed astratto il “nemico”, che la propaganda nazionalista finiva di trasformare in un puro concetto deumanizzato. In un simile contesto e nelle condizioni di guerra di posizione in cui si assestò il fronte dopo i primi mesi, se era più difficile percepire la comune umanità dei soldati oltre la terra di nessuno era al tempo stesso anche più difficile dare concretezza all’odio, mentre diventava assai più facile odiare le più prossime e assai ben percepibili fonti di oppressione.

Se il trattamento umiliante con cui venivano addestrati e comandati i soldati dai propri ufficiali era funzionale a produrre l’esigenza di scaricare su un “nemico” socialmente consentito la rabbia e la frustrazione del soldato, la guerra di posizione doveva rivelarsi da questo punto di vista in larga misura controproducente e persino pericolosa per gli Stati maggiori borghesi, offrendo ben pochi sbocchi all’aggressività accumulata e proiettandola verso obiettivi “impropri”.

Nella quotidianità della vita di trincea, con i suoi taciti accordi reciproci di limitazione delle ostilità al minimo necessario, non era il “nemico” ad infrangere la relativa quiete e a mettere a rischio vite finora stentatamente salvaguardate – anche perché gli assalti si risolvevano generalmente in perdite devastanti per gli attaccanti. Erano i propri Stati maggiori a pianificare e a ordinare da lontano offensive la cui sanguinosa inutilità era ormai sempre più evidente a tutti i soldati, ed erano i propri ufficiali a farsi strumenti perlopiù volenterosi di questi ordini di morte.

Con il prolungarsi della guerra di posizione il concetto disumanizzato del “nemico”, a causa dell’estrema contiguità e della pressoché totale identità di condizioni, di problematiche, di difficoltà e di bisogni fra i soldati delle trincee contrapposte, doveva largamente venir meno, rendendo i contatti da casuali a intenzionali, da sporadici a frequenti e, infine, da spontanei a organizzati:

Per fraternizzazione noi intendiamo: in primo luogo, la pubblicazione di appelli in lingua russa, con traduzione tedesca, da diffondere al fronte; in secondo luogo, l’organizzazione al fronte, con la partecipazione di interpreti, di comizi di soldati russi e tedeschi, senza che i capitalisti e i generali e gli ufficiali dei due paesi che appartengono in maggioranza alla classe dei capitalisti possano impedire i comizi e osino assistervi, non avendo ricevuto una particolare ed espressa autorizzazione da parte dei soldati.[6]

Se le primissime fraternizzazioni spontanee nel corso della Prima guerra mondiale furono spesso la manifestazione di un comune sentimento religioso, le fraternizzazioni più organizzate e regolari sviluppatesi negli ultimi anni del conflitto rappresentavano una forma di lotta contro la guerra che rifletteva sia un persistere del condizionamento dal quadro ideologico nazionale borghese che un decisivo passo in direzione del suo superamento.

La fraternizzazione è in effetti il solo modo che – tenendo conto dell’esigenza ancora sentita dai soldati al fronte di non “cedere terreno” – consenta loro di interrompere volontariamente i combattimenti e di solidarizzare con i soldati “nemici” senza concedere ai comandi borghesi di questi ultimi l’opportunità di approfittare dei progressi del lavoro rivoluzionario nell’esercito avversario per lanciare nuove offensive; ed è il solo modo di “non cedere terreno” che non comporti il reciproco massacro dei proletari. Anche in considerazione di questo Lenin non identifica mai il sabotaggio militare con il disfattismo rivoluzionario. Per Lenin le sconfitte non devono essere perseguite direttamente dai soldati, che, ad esempio, si arrendano deliberatamente di fronte al nemico per farlo penetrare in un determinato settore o per fargli sfondare l’intera linea del fronte, ma devono essere il risultato del complesso della lotta della classe operaia contro la guerra. Le sconfitte assumono un valore tattico nella misura in cui, provocando l’indebolimento delle istituzioni borghesi, civili e militari, favoriscono l’azione del movimento rivoluzionario nelle retrovie e nell’esercito; quindi, proprio nella misura in cui favoriscono le fraternizzazioni.

L’organizzazione sistematica delle fraternizzazioni costituisce un efficacissimo strumento per accelerare un processo di tendenziale uniformazione dei livelli di coscienza del proletariato in divisa sui due lati del fronte.

Pretendere di risolvere il problema della guerra piantando unilateralmente “le baionette al suolo” può infatti produrre un certo sbigottimento presso le truppe dell’esercito contrapposto e, nell’immediato, persino frenarle se lanciate all’attacco, ma, considerando la probabile difformità dei livelli di organizzazione della coscienza rivoluzionaria del proletariato nei diversi paesi belligeranti, i comandi militari della borghesia nemica possono mostrarsi in grado di riprendere rapidamente il controllo delle truppe e di approfittare della situazione per spingerle ad una nuova offensiva. È solo il contatto diretto, protratto e organizzato con i soldati “nemici” per mezzo delle fraternizzazioni che può disinnescare un simile esito, mantenendo le truppe in stallo e indebolendo progressivamente la presa dei comandi su entrambi i fronti. Non con l’incrociare le braccia davanti ai soldati dell’esercito della borghesia nemica ma con l’abbraccio fraterno è possibile bloccare eventuali movimenti ostili imposti loro dai propri comandi e sperare di allentare i vincoli di subordinazione che li legano ai loro ufficiali. Da questo punto di vista, sarà sempre il proletariato con un maggiore grado di coscienza a fare il primo passo, a provare ad allacciare i primi contatti, nella consapevolezza che l’esempio è contagioso e che tutta una serie di istanze attendono soltanto una spinta per slatentizzarsi. In questi termini si pone per Lenin il compito dei militanti rivoluzionari nell’esercito che, sapendosi sotto sorveglianza, consapevoli che verranno sempre considerati dai comandi borghesi come “istigatori” del movimento, sappiano valutare le possibilità e gli spazi di impiego delle proprie esperienze e competenze per rappresentare le istanze dei soldati; che, quando i soldati iniziano a chiedere informazioni, interpretazioni, risposte chiare e coerenti ai loro bisogni sempre meno sopprimibili, producano volantini, opuscoli, giornali illegali (o altri strumenti di informazione e orientamento) specificamente rivolti ai soldati, che esprimano ciò che i molti sentono ma non sono in grado di esprimere compiutamente, che forniscano ai soldati un lessico e delle argomentazioni, una simbologia e delle indicazioni politiche di lotta. Strumenti che devono avvalersi di corrispondenti dal fronte e di una efficiente rete clandestina che colleghi il movimento nei centri urbani con le immediate retrovie e queste ultime con la prima linea – i cui settori sono generalmente isolati gli uni dagli altri – per dare la massima diffusione possibile ad ogni notizia riguardante episodi di disobbedienza collettiva, di ammutinamenti e di fraternizzazioni, confermando ai soldati che scelte e modelli comportamentali alternativi sono pensabili e possibili, per creare un clima di fattibilità, per generalizzare e unificare tali fenomeni.

Continua…


NOTE

[1] A. Rosmer, Op. cit., pp. 477 e 480.

[2] Già nel maggio 1915 Lenin osservava che «Le masse popolari poco coscienti (piccoli borghesi, semiproletari, una parte degli operai, ecc.), auspicando la pace, esprimono nella forma più indeterminata una protesta crescente contro la guerra, un crescente, ancora confuso, stato d’animo rivoluzionario. L’avanguardia cosciente del proletariato, i socialdemocratici rivoluzionari, osservano attentamente lo stato d’animo delle masse, si servono del loro crescente desiderio di pace non per appoggiare le banali utopie della pace «democratica» in regime capitalistico, non per incoraggiare le speranze riposte nei filantropi, nei capi, nella borghesia, ma per rendere chiaro lo stato d’animo rivoluzionario ancora confuso, per dimostrare – sistematicamente, tenacemente, instancabilmente, basandosi sull’esperienza delle masse e sulla loro disposizione di spirito, educandole con migliaia di fatti tratti dalla politica dell’anteguerra – la necessità di azioni rivoluzionarie di massa indirizzate contro la borghesia e i governi del proprio paese, come unica via che porti alla democrazia e al socialismo». Lenin, I filantropi borghesi e la socialdemocrazia rivoluzionaria, 1° maggio 1915, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 21, p. 172. Pochi mesi dopo il dirigente bolscevico ribadisce che «Lo stato d’animo delle masse a favore della pace esprime spesso un principio di protesta, di indignazione e di coscienza del carattere reazionario della guerra. Sfruttare questo stato d’animo è dovere di tutti i socialdemocratici. Essi prenderanno vivissima parte a tutti i movimenti ed a tutte le dimostrazioni su questo terreno, ma non inganneranno il popolo ammettendo che, senza movimento rivoluzionario, sia possibile la pace senza annessioni, senza oppressioni di nazioni, senza rapina, senza germi di nuove guerre fra i governi attuali, fra le classi attualmente dominanti». Lenin (e Zinov’ev), Il socialismo e la guerra, luglio-agosto 1915, Op. cit., pp. 288-289.

[3] Ibidem, p. 480.

[4] Lenin, Il significato della fraternizzazione, maggio 1917, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 24, p. 328.

[5] «Piuttosto che un astratto appello al patriottismo o un generico richiamo alla fierezza di reggimento, la concreta evocazione della sorte di un fratello nelle trincee, e della prospettiva di “abbandonarlo”, consente di delegittimare l’indisciplina.  Un limite fondamentale all’azione degli ammutinati è proprio questo imperativo della condivisione dello sforzo tra i soldati. L’ammutinamento degli uni espone maggiormente gli altri alla morte ed al pericolo». A. Loez, Op. cit., pp. 510-511.

[6] Lenin, Conferenza cittadina pietrogradese del POSDR, Progetto di risoluzione sulla guerra, maggio 1917, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 24, pp. 160-161.

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