PER IL «LETTORE PERSPICACE» – «Genesi e struttura» della tattica leniniana del disfattismo rivoluzionario – X

Dalla postfazione al testo di Roman Rosdolsky – STUDI SULLA TATTICA RIVOLUZIONARIA, Movimento Reale, Roma, giugno 2025, pubblicata anche in opuscolo.
Una delle tesi di una certa critica del disfattismo rivoluzionario pretende che Lenin, dopo averne arbitrariamente esteso la “dubbia” validità dal solo ambito russo all’intero campo internazionale, avrebbe poi, tra la fine del 1915 e i primi mesi del 1917, “disconosciuto” come un ferrovecchio questa tattica, dapprima in campo internazionale e poi nella stessa Russia, per averne finalmente compreso l’erroneità e l’inutilità.
Eppure, nel settembre 1915, in presenza dei prodromi dell’indebolimento dello zarismo, Lenin scrive:
La sconfitta della Russia si è dimostrata il minor male perché fa avanzare la crisi rivoluzionaria su grande scala, perché risveglia milioni, decine e centinaia di milioni di uomini. E la crisi rivoluzionaria in Russia, nella situazione creata dalla guerra imperialista, non poteva non generare l’idea dell’unica salvezza dei popoli, l’idea dell’«insurrezione alle spalle» dell’esercito tedesco, cioè l’idea della guerra civile in tutti i paesi belligeranti.[1]
Nel febbraio 1916, nel rispondere al socialpatriota tedesco Kolb, che aveva affermato che la lotta contro la guerra di Karl Liebknecht aveva “aiutato” l’Intesa, Lenin osserva che
La «lotta intestina» portata al punto di ebollizione è per l’appunto la guerra civile. Kolb ha ragione di dire che la tattica della sinistra porta a ciò; ha ragione di dire che essa significa l’«indebolimento militare» della Germania, cioè il desiderio di contribuire alla sua disfatta, che essa significa disfattismo. Kolb ha torto soltanto – soltanto! – quando non vuol vedere il carattere internazionale di questa tattica della sinistra. In tutti i paesi belligeranti è possibile «portare la lotta intestina al punto di ebollizione», «indebolire la potenza militare» della borghesia imperialistica e trasformare (per questo, in connessione con questo, attraverso questo) la guerra imperialistica in guerra civile. In ciò sta il perno della questione.[2] [grassetti redazionali]
Il rivoluzionario russo conferma qui pienamente l’obiettivo del proletariato internazionale di trasformare la guerra imperialistica in guerra civile passando per l’indebolimento della potenza militare della borghesia imperialistica di casa propria, in connessione con questo indebolimento e attraverso questo indebolimento.
Sette mesi dopo, Lenin ribadisce la validità internazionale della tattica del disfattismo rivoluzionario affermando che in generale
Il proletariato deve non soltanto opporsi a ogni guerra di tal natura [reazionaria], ma anche desiderare la disfatta del “proprio” governo e approfittarne per scatenare l’insurrezione rivoluzionaria, ove non riesca l’insurrezione per impedire la guerra…[3]
A lungo si è speculato sul fatto che questo risulti essere uno degli ultimi cenni alla tattica del disfattismo rivoluzionario da parte di Lenin. Abbiamo in realtà avuto modo di confermare come ancora nel dicembre 1922 Lenin continuasse a ritenere necessario spiegare «la questione del disfattismo». Ad ogni modo, dal momento che non risulta Lenin abbia mai sconfessato la validità internazionale del disfattismo rivoluzionario, è lecito concludere che il motivo per cui il dirigente bolscevico non sembra averne più trattato in un determinato intervallo temporale risiede semplicemente nel fatto che, dopo il suo ritorno a Pietrogrado nell’aprile 1917, l’impegno del dirigente bolscevico era focalizzato principalmente nella battaglia politica in Russia, in cui nel frattempo la nuova situazione venutasi a configurare con la Rivoluzione di Febbraio aveva condotto ad un superamento di questa tattica limitatamente alla Russia stessa.
È Lenin stesso ad illustrarci le ragioni materiali della necessità di questo superamento:
È naturale che la crisi rivoluzionaria sia esplosa, prima di tutto, nella Russia zarista, dove la disorganizzazione era la più mostruosa e il proletariato il più rivoluzionario (non in virtù di sue qualità particolari, ma per effetto delle vive tradizioni del 1905). Questa crisi è stata accelerata da una serie di gravissime sconfitte inferte alla Russia e ai suoi alleati. Queste sconfitte hanno sconvolto tutta la vecchia macchina governativa e tutto il vecchio regime, hanno inasprito contro di esso tutte le classi della popolazione, hanno esasperato l’esercito, hanno distrutto in larghissima parte il vecchio corpo degli ufficiali, costituito da una nobiltà fossilizzata e da una burocrazia particolarmente imputridita, lo hanno sostituito con elementi giovani, freschi, prevalentemente borghesi, plebei e piccolo-borghesi. I servitori dichiarati della borghesia o gli uomini semplicemente senza carattere, che strepitavano e urlavano contro il «disfattismo», sono stati posti oggi dinanzi al fatto del nesso storico che congiunge la disfatta della monarchia zarista più arretrata e più barbara con l’inizio dell’incendio rivoluzionario.[4] [grassetti redazionali]
Poche righe sopra Lenin scriveva:
La guerra imperialistica doveva, per oggettiva necessità, accelerare in modo eccezionale e inasprire al massimo la lotta di classe del proletariato contro la borghesia, doveva trasformarsi in guerra civile tra classi nemiche.
Questa trasformazione si è iniziata con la rivoluzione del febbraio-marzo 1917, la cui prima fase ci ha mostrato anzitutto che lo zarismo è stato colpito simultaneamente da due forze: da tutta la Russia della borghesia e dei grandi proprietari fondiari, con tutti i suoi inconsapevoli sostenitori e con i suoi consapevoli dirigenti, gli ambasciatori e i capitalisti anglo-francesi, da una parte; dal soviet dei deputati operai, che ha cominciato ad attirare a sé i deputati dei soldati e dei contadini, dall’altra parte.[5]
Piuttosto che un preteso “disconoscimento” della tattica del disfattismo rivoluzionario da parte di Lenin, vediamo qui la piena conferma della sua validità, nonostante – a causa degli arresti che allo scoppio della guerra avevano decapitato il centro dirigente bolscevico in Russia, a causa delle defezioni difensiste di diversi militanti e delle difficoltà di collegamento con la Russia della cerchia di Lenin in esilio – la rivoluzione del febbraio/marzo 1917 non potesse considerarsi diretta conseguenza del lavoro rivoluzionario dei bolscevichi.
La crisi dello zarismo, facilitata dalla sua “mostruosa disorganizzazione”, era stata infatti «accelerata da una serie di gravissime sconfitte». Sconfitte che avevano «sconvolto tutta la vecchia macchina governativa» facendo venire meno il sostegno politico della borghesia russa (in collegamento con le segreterie dell’Intesa) e che avevano consentito alla pressione di un proletariato con vive e recenti tradizioni di lotta rivoluzionaria di abbatterla e di organizzarsi nuovamente nei soviet (come nel 1905, ma stavolta insieme ai soldati e ai contadini).
La conferma della validità della tattica disfattista rivoluzionaria implicava contemporaneamente anche il suo superamento, dal momento che, in Russia, i compiti che questa tattica si prefiggeva – la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile – stavano già iniziando a realizzarsi:
La guerra imperialistica, che è la guerra per la spartizione del bottino tra i capitalisti, per il soffocamento dei popoli deboli, ha cominciato a trasformarsi in guerra civile, cioè nella guerra degli operai contro i capitalisti, nella guerra dei lavoratori e degli oppressi contro i loro oppressori, contro gli zar e i re, contro i grandi proprietari fondiari e i capitalisti per la completa emancipazione dell’umanità dalle guerre, dalla miseria delle masse, dall’oppressione dell’uomo sull’uomo![6]
Nuovi compiti si profilavano per le minoranze rivoluzionarie in Russia nella prima fase di un processo contraddittorio che non poteva essere disgiunto dalla sua dimensione internazionale:
… il proletariato ha fatto la rivoluzione rivendicando la pace, il pane, la libertà e ha trascinato con sé la maggioranza dell’esercito, composto di operai e contadini. La trasformazione della guerra imperialistica in guerra civile è cominciata.
Di qui la contraddizione fondamentale di questa rivoluzione, che fa di essa solo la prima fase della prima rivoluzione nata dalla guerra.[7] [grassetti redazionali]
La contraddizione risiedeva nelle specifiche caratteristiche democratiche della rivoluzione russa, che davano un nuovo contenuto alla rivendicazione della pace.
Senza aver mai disconosciuto lo spontaneo carattere di massa di questa rivendicazione, fino ad allora Lenin ne aveva però rifiutato l’assunzione a parola d’ordine della lotta contro la guerra da parte delle avanguardie coscienti del proletariato. Per il dirigente bolscevico il compito delle avanguardie rivoluzionarie non era quello di attestarsi sul livello di consapevolezza spontanea esistente tra le masse – rallentando così il suo sviluppo o facendolo anzi regredire – ma di sospingerlo sempre un passo avanti per impedire che al momento decisivo il movimento oscillasse, si perdesse e venisse riassorbito.
L’abbattimento dello zarismo aveva creato nuove condizioni nelle quali il movimento rivoluzionario doveva operare. In questo contesto occorreva tenere conto di due fattori: 1) la rivoluzione democratico-borghese russa era iniziata nel corso della partecipazione della Russia ad una guerra imperialista, e da questa guerra la borghesia recentemente ascesa al potere non era uscita e non aveva intenzione di uscire; 2) nel corso di questa rivoluzione si erano formati i soviet degli operai, dei soldati e dei contadini che, parallelamente al governo provvisorio borghese, gestivano un doppio potere.
La guerra civile, invece di proseguire, si stava arrestando, accontentandosi dell’abbattimento dell’autocrazia, senza porre fine alla partecipazione russa alla guerra imperialista. E la partecipazione della Russia alla guerra continuava ad essere reazionaria anche dopo la Rivoluzione di Febbraio, dal momento che la borghesia russa, finalmente al comando della macchina statale, aveva completamente rilevato i precedenti obiettivi di rapina dello zarismo e si guardava bene dal denunciare i trattati segreti stipulati in precedenza con l’Intesa.
Tuttavia, più o meno fino al luglio 1917, Lenin ritenne che le circostanze uniche e temporanee del dualismo di potere in Russia consentissero al proletariato di avocare a sé tutto il potere evitando la necessità di un’insurrezione violenta:
Soltanto in Russia è possibile il passaggio del potere a organismi già pronti, i soviet, per via pacifica, senza insurrezione, poiché i capitalisti non possono opporre resistenza ai soviet dei deputati degli operai, dei soldati e dei contadini.[8]
Dieci giorni dopo Lenin confermava questo giudizio:
Un solo paese al mondo può oggi prendere provvedimenti sul piano della lotta di classe contro i capitalisti per far cessare subito la guerra, senza ricorrere a una rivoluzione sanguinosa; un solo paese, e questo paese è la Russia. E così sarà finché esisterà il soviet dei deputati degli operai e dei soldati. Esso non potrà esistere a lungo accanto a un governo provvisorio di tipo tradizionale.[9] [grassetti redazionali]
Ma aggiungeva che questa possibilità sarebbe rimasta aperta[10] solo fino al momento in cui le operazioni militari contro l’esercito tedesco, sospese dalla rivoluzione e dalla riorganizzazione dello Stato russo, non fossero riprese con una nuova offensiva, fortemente voluta dagli alleati dell’Intesa:
Il passaggio all’offensiva è una svolta di tutta la politica della rivoluzione russa, è il passaggio dall’attesa, dalla preparazione della pace mediante l’insurrezione rivoluzionaria dal basso, alla ripresa della guerra. Il passaggio dalla fraternizzazione su un solo fronte alla fraternizzazione su tutti i fronti, dalla fraternizzazione spontanea, che si esprime nello scambio, con un proletario tedesco affamato, di un pezzo di pane contro un temperino – e per questo c’è la minaccia dell’ergastolo – alla fraternizzazione cosciente.[11] [grassetti redazionali]
La borghesia russa, legata con mille fili e molteplici interessi alla borghesia imperialistica dell’Intesa e ormai ben avviata verso l’intera ed esclusiva gestione del potere, grazie al progressivo autoesautoramento dei soviet menscevichi, era richiamata a “fare la sua parte” nella dinamica delle alleanze politico-militari del conflitto mondiale. D’altra parte, se già alla vigilia della Rivoluzione di Febbraio lo zarismo e parte dell’aristocrazia russa muovevano segretamente i primi passi in direzione di una pace separata con la Germania, in seguito all’abbattimento dell’autocrazia ampi settori della classe dominante esautorati dal potere si rivelarono più che disposti a praticare un disfattismo reazionario nella speranza che la vittoria tedesca conducesse alla restaurazione dello status quo ante.
Il superamento della tattica disfattista rivoluzionaria era per Lenin imposto dall’esistenza di una situazione la cui eccezionalità era stata determinata dall’arretratezza russa: le precedenti sconfitte avevano facilitato l’abbattimento dello zarismo e creato una situazione favorevolmente fluida che rendeva possibile un relativamente pacifico passaggio del potere al proletariato. Tale situazione avrebbe potuto però consolidarsi negativamente con una vittoria totale e un’occupazione da parte dell’esercito tedesco, eventualità che avrebbe definitivamente chiuso quel varco.
Rifiutando ogni sostegno ad un’offensiva nel corso di una guerra che vedeva l’esercito russo in posizione di rimessa nei confronti della macchina bellica tedesca, Lenin chiariva altresì che il superamento della precedente tattica non implicava in alcun modo un passaggio al difensismo, né “qualificato”, né “moderato”, né di qualsiasi altro genere.
Il disfattismo rivoluzionario era una tattica che poteva venire meno senza che ciò comportasse una rinuncia alla negazione del principio della difesa nazionale in una guerra imperialista.
Ma era possibile non perseguire la disfatta, salvaguardando le condizioni per la prosecuzione della rivoluzione, senza “difendere la patria”?
Già nell’ottobre 1916 Lenin aveva scritto:
La borghesia e i suoi sostenitori nelle file del movimento operaio impostano di solito il problema in questi termini: o noi riconosciamo in linea di principio il dovere di difendere la patria oppure lasciamo indifesa la nostra patria. Una simile impostazione è radicalmente sbagliata. In effetti, il problema si pone come segue: o noi ci faremo massacrare nell’interesse della borghesia imperialistica oppure prepareremo metodicamente la maggioranza degli sfruttati e noi stessi a impadronirci delle banche e ad espropriare la borghesia, a prezzo di minori sacrifici, per metter fine in generale al carovita e alla guerra.[12]
E due mesi dopo aveva rincarato:
… nel pronunciarsi negativamente sulla difesa della patria si pongono per ciò stesso esigenze eccezionalmente alte tanto alla coscienza quanto all’azione rivoluzionaria del partito che proclama questa parola d’ordine, a patto, s’intende, che non si tratti d’una frase vuota. Quando infatti ci si limita a enunciare il rifiuto di difendere il proprio paese, senza aver chiara coscienza, cioè senza rendersi conto di che cosa questo rifiuto implichi, senza capire che tutta la propaganda, l’agitazione, l’organizzazione, in breve, tutta l’attività del partito deve essere radicalmente rinnovata, «rigenerata» (per usare l’espressione di Karl Liebknecht) e adeguata a compiti rivoluzionari di ordine più alto, una tale enunciazione diventa una frase vuota.
Per comprendere esattamente che cosa significhi rifiutarsi di difendere la patria, bisogna considerare questo rifiuto come una parola d’ordine politica da prendere sul serio e da realizzare in concreto.
In primo luogo, noi proponiamo ai proletari e agli sfruttati di tutti i paesi belligeranti e di tutti i paesi minacciati dalla guerra di respingere la difesa della patria. Oggi, attraverso l’esperienza di alcuni paesi belligeranti, sappiamo con assoluta precisione che cosa significhi in realtà il rifiuto di difendere la patria nella guerra in corso. Significa negare tutti i fondamenti della moderna società borghese e minare alle radici il regime sociale vigente, non solo in teoria, non solo «in generale», ma nella pratica, immediatamente, oggi stesso.[13] [grassetti redazionali]
Dopo il marzo 1917 la guerra rimaneva imperialista, anche con il governo provvisorio. Non si trattava di una guerra difensiva della rivoluzione e si doveva perciò porvi termine. Soltanto il passaggio dei pieni poteri ai soviet dei deputati degli operai, dei contadini e dei soldati poteva ottenere una pace non imperialista, una pace senza annessioni né indennità. Occorreva però nel frattempo opporsi alle offensive volute dal governo provvisorio e mantenere il fronte in stallo, in piena sintonia con il sentimento prevalente tra i soldati, organizzando fraternizzazioni e tregue e vincendo le resistenze dei comandi borghesi. La lotta contro la guerra diventava anche lotta contro le possibili conseguenze della guerra voluta dalla borghesia.
Nella sua importante ricostruzione storica della rivoluzione russa, Trotsky riconosce questa dinamica:
Le diserzioni, estremamente numerose alla vigilia della rivoluzione, diminuirono nelle prime settimane seguite all’insurrezione. L’esercito se ne stava in attesa. Sperando che la rivoluzione avrebbe portato la pace, il soldato non si rifiutava di sostenere il fronte: altrimenti il nuovo governo non avrebbe potuto concludere la pace.
«I soldati – dichiara in un rapporto del 23 marzo il capo di una divisione di granatieri – esprimono nettamente l’opinione che possiamo solo restare sulla difensiva e non prendere l’offensiva». I rapporti militari e i rapporti politici esprimevano questa idea in diversi modi. Il sottotenente Krylenko, vecchio rivoluzionario e futuro comandante in capo sotto i bolscevichi, conferma che per i soldati la questione della guerra si riduceva alla formula: resistere al fronte, non passare all’offensiva. […]
Un’offensiva era la ripresa della guerra. L’attesa sul fronte era una tregua. La teoria e la pratica della guerra difensiva [la formula con cui il governo provvisorio giustificava l’offensiva – N. d. r.] costituivano per i soldati una forma di intesa, prima tacita e poi aperta, con i tedeschi. «Non toccateci e non vi tocchiamo!». L’esercito non poteva dar più nulla alla guerra.[14] [grassetti redazionali]
In quest’ottica, nel giugno 1917, Lenin specificava:
Ci hanno rammentato, qui, il fronte tedesco per il quale nessuno di noi ha proposto il minimo cambiamento all’infuori della libera diffusione dei nostri appelli, scritti da una parte in russo e dall’altra in tedesco.[15]
Ciò implicava forse che Lenin avesse in qualche misura finito per abbracciare la formula «né vittoria né sconfitta» e che tale formula avesse rappresentato fin dall’inizio della guerra l’unica impostazione corretta? Al contrario. Erano state le sconfitte militari dello zarismo, favorite in larga misura dalla prosecuzione della lotta di classe contro la guerra senza curarsi della possibilità della disfatta – al di là del fatto che la maggioranza del proletariato russo fosse stata o meno consapevolmente disfattista – a rendere possibile la rivendicazione della pace, a rendere possibile la guerra civile, la rivoluzione di febbraio e la situazione fluida del dualismo di poteri in Russia.
Lenin aveva da subito insistito sulla tattica del disfattismo rivoluzionario perché la riteneva in sintonia con gli interessi del proletariato e con la sua prassi di lotta contro la guerra, nonché per tracciare una netta ed invalicabile linea di demarcazione tra le minoranze internazionaliste conseguenti da un lato e il socialimperialismo e il socialpacifismo dall’altro.
In tal senso, la validità ed attualità di questa tattica dal punto di vista internazionale erano rimaste inalterate, perché, se la situazione era mutata nella Russia arretrata non lo era nel resto dell’Europa capitalisticamente avanzata ed ancora in guerra; e la Rivoluzione di Febbraio, questa guerra civile iniziata in Russia, che non aveva però ancora condotto alla conclusione della pace, non era che la «prima fase della prima rivoluzione nata dalla guerra», la prima di un ciclo rivoluzionario che doveva coinvolgere e sconvolgere i principali paesi belligeranti.
Per porre fine alla guerra imperialista, il proletariato russo doveva procedere con la guerra civile iniziata, doveva passare ad una fase successiva: rivolgersi contro la borghesia “democratica” di casa propria, inestricabilmente avvinta all’imperialismo, abbattere lo Stato della borghesia e conquistare il pieno potere politico.
A questo scopo, in seguito al dissolversi delle possibilità di una relativamente pacifica transizione dei poteri al proletariato organizzato nei soviet, per Lenin e i bolscevichi diventava necessario intensificare il lavoro rivoluzionario nell’esercito ancora guidato dalla borghesia e al tempo stesso armare anche il proletariato delle retrovie in vista dell’insurrezione.
Come osserva validamente Trotsky, riflettendo sull’esperienza del 1905, nell’inevitabile scontro determinato dall’insurrezione proletaria, le truppe governative
…vinceranno senza dubbio con la forza materiale e il problema che si porrà concernerà prima di tutto lo stato d’animo e l’atteggiamento dell’esercito. Se non ci fosse alcuna affinità di classe fra i combattenti che devono rizzarsi dalle due parti della barricata, la vittoria della rivoluzione, a causa della tecnica militare d’oggi, sarebbe effettivamente impossibile. Ma, d’altra parte, sarebbe la più grande illusione pensare che «il passaggio dell’esercito al popolo» possa aver luogo sotto forma di una manifestazione pacifica e simultanea. Le classi dirigenti, per le quali è questione di vita o di morte, non cedono mai di buon grado le loro posizioni sotto l’influenza di ragionamenti teorici a proposito della composizione dell’esercito. L’atteggiamento politico della truppa, la grande incognita di tutte le rivoluzioni, non può rivelarsi nettamente che nel momento in cui i soldati si trovano faccia a faccia col popolo. Il passaggio dell’esercito nel campo della rivoluzione si compie prima con una trasformazione morale; ma il solo mezzo morale non lo farebbe avverare. Vi sono, nell’esercito, varie correnti e stati d’animo diversi che si incrociano e si urtano: la minoranza si rivela coscientemente rivoluzionaria; la maggioranza esita ed attende una spinta dal di fuori. Essa non è capace di deporre le armi o di rivolgere le sue baionette contro la reazione, che quando comincia a credere alla possibilità della vittoria popolare. Questa fede non può essere ispirata dalla semplice propaganda. Bisogna che i soldati constatino in modo evidente che il popolo è disceso nella strada per una lotta implacabile, che non si tratta affatto di una manifestazione contro l’autorità, ma che si sta rovesciando il governo: allora, ma allora solamente, si determina il momento psicologico in cui i soldati possono «passare alla causa del popolo». Così, l’insurrezione è, essenzialmente, non una lotta «contro» l’esercito ma è una lotta «per» l’esercito. […] Una piccola guerra, basata sullo sciopero rivoluzionario, […] non può da sola dare la vittoria. Ma essa permette di provare i soldati; e allora, dopo un primo successo importante, cioè quando una parte della guarnigione ha aderito alla sommossa, la lotta a piccoli distaccamenti, la guerra dei partigiani, può trasformarsi nel grande combattimento delle masse, dove una parte dell’esercito, sostenuta dalla popolazione armata e disarmata, combatterà l’altra parte, circondata dall’odio generale. A causa delle differenze d’origine e delle divergenze morali e politiche che si constatano negli elementi di cui è costituito l’esercito, il passaggio di alcuni soldati alla causa del popolo significa prima di tutto un conflitto fra le due frazioni della truppa…[16]
Facendo riferimento alla medesima esperienza storica, nel gennaio 1917 anche Lenin scriveva:
… la storia della rivoluzione russa, come quella della Comune di Parigi del 1871, ci offre un insegnamento inconfutabile: il militarismo non può in nessun caso essere vinto e annientato, se non con la lotta vittoriosa di una parte dell’esercito contro l’altra.[17] [grassetti redazionali]
Nel 1930, ricostruendo le condizioni dell’esercito russo sotto il governo provvisorio, Trotsky aggiungerà:
Non si deve pensare che i rapporti nell’esercito siano stati identici in tutto il paese, in tutte le diverse formazioni e nei diversi corpi. No, i contrasti erano assai considerevoli. Se i marinai della flotta del Baltico reagirono alla prima notizia della rivoluzione con rappresaglie contro gli ufficiali, nelle vicinanze, nella guarnigione di Helsingfors, ancora ai primi di aprile gli ufficiali avevano una posizione preminente nel Soviet dei soldati e nelle solennità compariva a nome dei socialrivoluzionari un imponente generale. Simili contrasti tra l’odio e la fiducia non erano rari. Ciò nonostante, l’esercito costituiva un sistema di vasi comunicanti e le inclinazioni politiche dei soldati e dei marinai tendevano a raggiungere un unico livello.
La disciplina fu press’a poco mantenuta sinché i soldati contarono su mutamenti rapidi e decisivi. Ma quando videro – dichiara un delegato al fronte – che tutto continuava come in passato, la stessa oppressione, la stessa schiavitù, le stesse tenebre, le stesse vessazioni, i tumulti cominciarono. La natura, che non ha avuto l’idea di dotare tutti gli esseri umani di una pelle da pachiderma, disgraziatamente ha avuto l’idea di fornire ai soldati un sistema nervoso. Le rivoluzioni servono a ricordare di tanto in tanto questa doppia svista.[18]
Sia per Lenin come per Trotsky il movimento rivoluzionario deve sempre porsi l’obiettivo di conquistare una parte dei soldati. Una parte dei soldati della fanteria, della marina, dei servizi tecnici, ecc., essendo in linea di massima gli altri corpi (ad esempio l’aviazione, i reparti speciali o le truppe d’assalto) socialmente connotati in senso borghese e privilegiati dal punto di vista delle condizioni di esistenza quotidiane. Condizioni che rendono la loro partecipazione alla guerra quasi uno “sport”, rischioso quanto si vuole ma al tempo stesso eccitante e lontano dai disagi, dalle privazioni, dall’umiliante senso d’impotenza della vita di trincea o di quella in marina.
Nel pieno della guerra imperialistica mondiale la conquista dei proletari nelle forze armate non significava soltanto collegare parte dell’esercito con le istanze del proletariato delle retrovie ma anche far recepire a quest’ultimo le istanze immediate del fronte (porre fine ai combattimenti), e questa conquista non poteva avvenire soltanto tramite la propaganda dall’esterno, ma soprattutto con un lavoro interno che acutizzasse i contrasti di classe nell’esercito e per mezzo di una pressione esterna: la formazione di milizie operaie o di consimili organismi di lotta militare del proletariato non mobilitato, che, nel caso russo, si concretizzò nella costituzione delle “guardie rosse”. Una pressione che doveva mettere alla prova la tenuta dei comandi borghesi sull’esercito e che, in caso di esito positivo, avrebbe permesso l’ulteriore armamento del proletariato urbano ad opera del proletariato già in armi, al fronte e nelle guarnigioni.
Ad ogni modo, per Lenin fu la volontà della borghesia – appena giunta al potere sull’onda della stanchezza del proletariato, dei contadini e delle classi lavoratrici in uniforme nei confronti della guerra – di mantenere ad ogni costo la Russia all’interno di un conflitto che rimaneva chiaramente imperialista a “disgregare l’esercito”.
Nel giugno 1917, di fronte alle accuse rivolte ai bolscevichi di fomentare la disorganizzazione, Lenin ebbe modo di chiarire l’atteggiamento del suo partito:
La Pravda è vietata al fronte. Le «agenzie» di distribuzione di Kiev hanno deciso di non diffondere la Pravda. L’«Unione degli zemstvo» non vende la Pravda nei suoi chioschi. Infine, ci si promette una «lotta sistematica contro la propaganda del leninismo»… Ma, in compenso, si mette sul nostro conto qualsiasi protesta spontanea, qualsiasi eccesso, dovunque avvenga.
È anche questo un modo di combattere il bolscevismo.
Un modo già sperimentato.
Le masse, non avendo la possibilità di ricevere direttive chiare, sentendo istintivamente l’ipocrisia e l’inadeguatezza delle posizioni assunte dai capi ufficiali della democrazia, sono costrette a cercare a tentoni la propria strada…
Così, come risultato, sotto la bandiera del bolscevismo si raggruppano gli scontenti, i rivoluzionari coscienti, i combattenti indignati, che hanno nostalgia della loro capanna e non vedono l’ora che la guerra finisca, talvolta coloro che temono semplicemente per la propria pelle…
Là dove il bolscevismo ha modo di operare apertamente la disorganizzazione non esiste.
Là dove i bolscevichi non esistono o non si dà loro la possibilità di parlare si verificano eccessi, si manifesta la disorganizzazione, compaiono i falsi bolscevichi…
Ma proprio questo è ciò di cui i nostri nemici hanno bisogno.
Ad essi occorre un pretesto per poter dire: «I bolscevichi disgregano l’esercito» e per chiudere quindi la bocca ai bolscevichi.
Allo scopo di erigere una volta per sempre una barriera tra noi e le calunnie dei nostri «nemici», tra noi e i travisamenti più assurdi del bolscevismo, citeremo la parte conclusiva di un appello diffuso alla vigilia del congresso panrusso da uno dei nostri delegati nell’esercito [Krylenko – N.d.r.].
Ecco il testo.
«Compagni, voi dovete dire la vostra parola.
«Niente accordi con la borghesia!
«Tutto il potere al soviet dei deputati degli operai e dei soldati!
«Questo non significa che sia necessario non obbedire al governo attuale e rovesciarlo subito. Fino a quando questo governo sarà sostenuto dalla maggioranza del popolo, convinta che cinque socialisti riusciranno ad avere la meglio sugli altri ministri, non potremo dividere le nostre forze con rivolte isolate.
«Mai!
«Abbiate cura delle vostre forze! Riunitevi nei comizi! Approvate risoluzioni! Rivendicate il passaggio di tutto il potere al soviet dei deputati degli operai e dei soldati! Inviate le vostre risoluzioni a me, a Pietrogrado, al congresso, a nome del vostro reggimento, in modo che io possa far sentire la vostra voce!
«Ma diffidate dei provocatori che tenteranno di incitarvi a nome dei bolscevichi a disordini e sommosse per poter meglio nascondere la propria vigliaccheria! Sappiate, che, se oggi sono al vostro fianco, vi venderanno al vecchio regime non appena insorga un pericolo!
«I veri bolscevichi non vi incitano alla rivolta, ma alla lotta rivoluzionaria cosciente». […]
Non ai disordini e alle sommosse, ma alla lotta rivoluzionaria cosciente chiamano i bolscevichi il proletariato, i contadini poveri e tutti i lavoratori e gli sfruttati.[19]
Di fronte all’allontanamento delle prospettive di una rapida cessazione del conflitto e con il progressivo ripristino di un’autorità militare – fin troppo simile a quella dell’odiato regime zarista e perlopiù rappresentata dagli stessi individui – che doveva costringere i soldati ad una nuova offensiva, i bolscevichi, nel promuovere i comitati dei soldati, l’elettività degli ufficiali, l’abolizione dei distintivi del grado e del saluto agli ufficiali, cercarono un difficile equilibrio tra il lavoro per conquistare una parte dei soldati su linee di classe, abbattendo il potere dei comandi borghesi su di essi, e il tentativo di mantenere un certo grado di aggregazione tecnica delle truppe, per evitare che le loro forze si disperdessero in atti isolati e incontrollati, cercando di sostituire la disciplina e l’organizzazione borghese in sfacelo con una disciplina ed un’organizzazione rivoluzionarie.
Il lavoro rivoluzionario dei bolscevichi nell’esercito borghese, che operava su una disgregazione già in atto per aggregare gli elementi del futuro esercito rivoluzionario, non poteva però oggettivamente non contribuire a sua volta alla completa disgregazione del vecchio esercito, come dimostrerà di lì a qualche mese la drammatica rotta di fronte all’avanzata delle armate tedesche, seguita al primo fallimento delle trattative di Brest-Litovsk; nondimeno questo lavoro aveva iniziato a organizzare gli elementi che avrebbero successivamente costituito il nucleo fondativo dell’Esercito Rosso dello Stato proletario.
Proprio in relazione alle discussioni che accompagnarono le trattative di Brest-Litovsk, Lenin ebbe modo di tornare sul superamento del disfattismo rivoluzionario – circostanziando l’ambito di validità di questa tattica per quanto aveva riguardato la Russia – e sull’accusa di aver disgregato l’esercito russo:
Vi leggerò ancora un brano del discorso di Kamkov [socialrivoluzionario di sinistra – N.d.r.], per mostrarvi che cosa ne penserà qualsiasi rappresentante dei lavoratori e delle masse sfruttate. «Quando qui ieri il compagno Lenin affermava che i compagni Cereteli e Černov, e altri ancora, disgregarono l’esercito, non troveremo il coraggio di dire che anche noi, insieme con Lenin, disgreghiamo l’esercito?». Ha mostrato lucciole per lanterne (Applausi). Ha sentito dire che noi eravamo disfattisti, e se ne è ricordato ora che abbiamo cessato di esserlo. Se ne è ricordato fuori tempo. Hanno imparato a memoria una parolina, hanno in mano una bandierina rivoluzionaria, ma riflettere sulle cose così come stanno, questo non lo sanno fare (Applausi). […] Pensate, diranno, abbiamo disgregato l’esercito ed ora dobbiamo ricordarcene. Ma come l’abbiamo disgregato? Noi eravamo disfattisti sotto lo zar, ma non lo eravamo più con Cereteli e Černov. Noi pubblicammo sulla Pravda l’appello che Krylenko, allora ancora perseguitato, aveva diffuso nell’esercito: «Perché vado a Pietrogrado». Egli diceva: «Non vi esortiamo ad ammutinarvi». Questo non era disgregare l’esercito. Hanno disgregato l’esercito quelli che proclamarono grande e santa quella guerra. Hanno disgregato l’esercito Cereteli e Černov […] Ecco perché io ho detto, e nessuno mi ha smentito, che l’esercito si sarebbe salvato, se noi avessimo preso il potere nel marzo o aprile, se invece dell’odio sfrenato che gli sfruttatori ci portano perché li abbiamo schiacciati, – ed essi ci odiano in modo assolutamente legittimo –, se invece di questo essi avessero posto gli interessi della patria dei lavoratori e degli sfruttati al di sopra degli interessi della patria di Kerenskij e dei trattati segreti di Riabušinskij e dei piani di annessione dell’Armenia, Galizia e Dardanelli. Questo avrebbe significato la salvezza, e, a questo proposito, ciò che ha disgregato l’esercito, dopo la grande rivoluzione russa, e in particolare dal marzo in poi, è stato l’equivoco appello ai popoli di tutti i paesi con cui il governo esortava a rovesciare i banchieri di tutti i paesi mentre spartiva con i banchieri rendite e profitti: ecco che cosa ha disgregato l’esercito, ed ecco perché l’esercito non ha potuto resistere (Applausi).
Ed io affermo che noi, cominciando con quell’appello di Krylenko, che non fu il primo e che ricordo perché mi è rimasto particolarmente impresso nella mente, noi non abbiamo disgregato l’esercito, ma abbiamo detto: tenete il fronte, quanto prima prenderete il potere, tanto più facilmente resisterete…[20] [grassetti redazionali]
Evidentemente per un certo periodo Lenin ritenne che se i bolscevichi avessero potuto conquistare la maggioranza nei soviet all’epoca in cui era ancora possibile una transizione relativamente pacifica di tutto il potere a questi ultimi, la disorganizzazione dell’esercito borghese avrebbe probabilmente fatto meno strada prima di una sua trasformazione in senso rivoluzionario. Nella speranza di questa transizione pacifica e pur lottando contro i comandi borghesi, i bolscevichi non si posero come obiettivo tanto la disorganizzazione dell’esercito quanto una sua riorganizzazione alternativa, “dal basso” e senza soluzione di continuità, soprattutto tenendo conto della non remota eventualità, più e più volte ribadita, di dover condurre, a stretto giro dalla presa del potere, una guerra rivoluzionaria contro gli eserciti degli Stati borghesi (in primis la Germania). Quella particolarissima finestra di opportunità si era però rapidamente chiusa, rendendo evidentemente impossibile “fare la frittata senza rompere le uova”.
Come però osserva acutamente Roman Rosdolsky, nel suo saggio su La politica di pace dei bolscevichi prima della rivoluzione del novembre 1917:
…ingannevole era aspettarsi che i milioni di uomini dell’esercito ereditato dallo zarismo si sarebbero trasformati – solo attraverso l’elezione di “comandanti non odiati, ma rispettati” – in un nuovo esercito rivoluzionario! I dirigenti bolscevichi lo impararono solo attraverso un’amara esperienza storica, che fece loro comprendere che un esercito rivoluzionario poteva essere costruito solo sulle rovine del vecchio esercito. Ovviamente, l’idea di “piantare in terra la baionetta” non aveva il minimo legame con le tattiche e le aspirazioni del partito bolscevico, e non era altro che un trucco demagogico per aggiogarli. Tuttavia, questa idea era in sintonia con il sentimento della grande massa dei soldati, che – abbandonando il fronte – “votarono per la pace con i piedi” e lasciarono la giovane Repubblica Sovietica indifesa nel momento più critico della sua esistenza… Sarebbe sciocco, ovviamente, non rendersi conto che questi soldati avevano dietro di sé gli orrori di tre anni di carneficina e che il governo provvisorio guidato da Kerenskij faceva di tutto per deludere le loro speranze di pace! D’altra parte, sarebbe molto poco saggio dimenticare che in seguito il partito bolscevico riuscì a creare, sotto la direzione di Trotsky, dallo stesso materiale umano e in un tempo incredibilmente breve, un nuovo Esercito Rosso, pienamente preparato per la battaglia.[21] [grassetti redazionali]
Nell’ottobre 1918, riflettendo più profondamente sul lavoro rivoluzionario dei bolscevichi nell’esercito – forse con una maggiore serenità e distanza dalla stringente necessità di “curvare il bastone” nella polemica politica al centro di quella che fu una crisi di sopravvivenza della rivoluzione appena nata – e sulla scorta degli avvenimenti che avevano accompagnato e seguito la Rivoluzione d’ottobre, lo stesso Lenin riconobbe che
Mantenere l’efficienza combattiva dell’esercito sotto Kerenski equivaleva infatti a conservare un esercito con un comando borghese (pur se repubblicano). […]
…nessuna grande rivoluzione è mai avvenuta e può avvenire senza che sia «disorganizzato» l’esercito. Perché l’esercito è lo strumento più tradizionale su cui poggia il vecchio regime, è il baluardo più potente della disciplina borghese, del dominio del capitale, […] La controrivoluzione non ha mai tollerato, né poteva tollerare, la presenza di operai armati accanto all’esercito. […] Il primo comandamento di ogni rivoluzione vittoriosa, come Marx ed Engels hanno sottolineato a più riprese, è invece quello di distruggere il vecchio esercito, di scioglierlo e sostituirlo con un nuovo esercito. La nuova classe sociale, salendo al potere, non ha mai potuto e non può oggi conquistare e consolidare questo potere senza disgregare completamente il vecchio esercito […], senza passare per il periodo eccezionalmente duro e difficile in cui non c’è esercito (anche la Grande Rivoluzione francese ha conosciuto questo periodo), senza forgiare a poco a poco, in una aspra guerra civile, un nuovo esercito, una nuova disciplina, la nuova organizzazione militare della nuova classe.[22] [grassetti redazionali]
L’esperienza storica costringeva il dirigente bolscevico a prendere atto che la conquista di una parte dei soldati, degli operai in uniforme, non poteva coincidere con un mantenimento delle strutture organizzative dell’esercito borghese, e che, per quanto i semi del nuovo esercito rivoluzionario potessero essere piantati con il lavoro rivoluzionario nel vecchio esercito, non era possibile costruire questo nuovo esercito, con le sue nuove strutture organizzative, senza passare attraverso una completa disgregazione del vecchio esercito borghese. Esattamente in quanto rappresentava un elemento di aggregazione classista del proletariato all’interno dell’esercito borghese, il lavoro rivoluzionario dei bolscevichi aveva, in quanto tale, e in una certa misura persino suo malgrado, aggravato la disgregazione dell’esercito russo. Non c’è migliore dimostrazione della dialettica complessità dei fenomeni sociali e, al tempo stesso – sia detto per i sostenitori di un presunto carattere “borghese” della Rivoluzione d’Ottobre – migliore conferma della natura rivoluzionaria e proletaria del bolscevismo.
Continua…
NOTE
[1] Lenin, La sconfitta della Russia e la crisi rivoluzionaria, settembre 1915, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 21, p. 350.
[2] Lenin, Wilhelm Kolb e Georgij Plechanov, 29 febbraio 1916, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 22, p. 146.
[3] Lenin, Il programma militare della rivoluzione proletaria, settembre 1916, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 23, p. 83. Nell’ultima frase Lenin – da buon dialettico – considera ancora la possibilità teorica di un’insurrezione proletaria che impedisca lo scoppio della guerra (per quanto già la ritenga un’eventualità altamente improbabile), confermando implicitamente che “impedire” la guerra non ha lo stesso significato di “fermarla”.
[4] Lenin, La prima fase della prima rivoluzione, 20 marzo 1917, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 23, pp. 302-303.
[5]Ibidem, p. 301.
[6] Lenin, La rivoluzione in Russia e i compiti degli operai di tutti i paesi, 25 marzo 1917, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 23, p. 347.
[7] Lenin, Sui compiti del POSDR nella rivoluzione russa, 29 marzo 1917, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 23, p. 353.
[8] Lenin, Esiste una via verso una pace giusta?, 7 giugno 1917, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 25, p. 47.
[9] Lenin, Discorso sull’atteggiamento verso il governo provvisorio, 17 giugno 1917, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 25, p. 19.
[10] La stessa parola d’ordine “tutto il potere ai soviet” fu soggetta a successive valutazioni di opportunità da parte dei bolscevichi. Se nel primo periodo della rivoluzione Lenin ritenne auspicabile una pacifica presa del potere da parte dei soviet a maggioranza menscevica, in seguito alla tendenza all’autodissolvimento di questi ultimi in favore del governo provvisorio borghese, che lanciò l’offensiva di giugno, abbandonò questa prospettiva. La riprese in seguito con il crescere dell’influenza dei bolscevichi nei soviet stessi, ritenendo però ormai necessario che il passaggio dei poteri avvenisse per mezzo di un’insurrezione.
[11] Ibidem.
[12] Lenin, Per l’impostazione del problema della difesa della patria, dicembre 1916, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 23, p. 159.
[13] Lenin, Posizioni di principio sul problema della guerra, dicembre 1916, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 23, pp. 149-150.
[14] L. Trotsky, Storia della rivoluzione russa, SugarCo Edizioni, Milano, 1976, pp. 198-199. E aggiunge, citando e commentando le memorie di Gučkov, Ministro della guerra del governo provvisorio: «Si è giunti a fraternizzazioni catastrofiche. – gemeva – Si sono registrati casi di totale insubordinazione. Gli ordini impartiti sono prima discussi nelle organizzazioni dell’esercito e nei comizi. In questi e questi altri contingenti non si è neppure voluto sentir parlare di operazioni attive… Quando gli uomini sperano che domani verrà la pace – notava non a torto Gučkov – non si può costringerli oggi a sacrificare la vita». Ibidem, p. 201.
[15] Lenin, Discorso sulla guerra, 22 giugno 1917, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 25, p. 32.
[16] L. Trotsky, 1905, 1908, Samonà e Savelli, Roma, 1969, pp. 237-238.
[17] Lenin, Rapporto sulla rivoluzione del 1905, 22 gennaio 1917, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 23, pp. 246-247.
[18] L. Trotsky, Storia della rivoluzione russa, SugarCo Edizioni, Milano, 1976, p. 195.
[19] Lenin, Il bolscevismo e la «disgregazione» dell’esercito, 16 giugno 1917, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 24, pp. 579-580.
[20] Lenin, Discorso di chiusura sul rapporto per la ratifica del trattato di pace, 15 marzo 1918, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 27, pp. 171-172.
[21] Nella prima parte del volume presentato.
[22] Lenin, La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, Opere, Lotta comunista, Milano, 2002, vol. 28, p. 288-289.

