GUERRA IMPERIALISTA IN IRAN: IL NEMICO PRINCIPALE È OVUNQUE IN CASA PROPRIA

Nella mattina del 28 febbraio, un attacco congiunto delle forze armate di Stati Uniti e Israele ha colpito molteplici obiettivi in territorio iraniano. Sono stati falcidiati i massimi vertici della Repubblica Islamica dell’Iran, con l’uccisione persino della guida suprema Ali Khamenei. Alla strage tra la popolazione civile è stato generalmente riservato, da parte degli organi di informazione e delle sfere politiche dell’emisfero occidentale dell’imperialismo mondiale, il trattamento propagandistico imperniato sulla consueta scala di valori: indicibile orrore, intollerabile crimine contro l’umanità da sbattere in prima pagina, se commesso dalla parte “sbagliata” della scacchiera imperialistica; secondario “danno collaterale” da segnalare ai margini della copertura mediatica, se commesso dalla parte “giusta”.

Il colpo sferrato era vistosamente in preparazione da tempo. La tensione si accresce ulteriormente lungo la linea di faglia mediorientale dell’assetto imperialistico globale. La potenza imperialistica statunitense, con il suo principale alleato nella regione, ha alzato il livello di uno scontro già in corso e che va ben oltre la contrapposizione diretta ed immediata con il solo Iran.

Washington conferma drammaticamente l’opzione dell’impiego della propria forza per contrastare il processo di indebolimento relativo che vede il proprio rango mondiale e le proprie sfere di influenza erosi dall’evoluzione dei rapporti di forza tra potenze. Lo Stato clericale iraniano che finora ha rappresentato la massima e principale sintesi dell’interesse generale della borghesia nazionale – già duramente ridimensionato nelle sue aspirazioni a rafforzarsi come attore regionale, alle prese con gravissime difficoltà a continuare a rappresentare l’involucro politico di ampie componenti della società capitalistica iraniana, responsabile di una feroce repressione contro un enorme movimento di contestazione in cui attualmente sono presenti differenti ed antitetici interessi di classe – ha intessuto da tempo legami importanti, economici e politici, con potenze ascendenti come la Cina. Gli Stati Uniti e Israele hanno puntato a sfruttare uno spazio temporale in cui è possibile colpire alcuni gangli di un sistema di alleanze e di cooperazione in divenire in cui realtà regionali impossibilitate – se considerate singolarmente – a costituire una sfida all’egemonia statunitense, possono diventare invece problematiche se connesse all’azione ed alla forza espansiva di talune centrali imperialistiche.

Considerare le tensioni e gli urti lungo le linee di faglia dell’assetto imperialistico mondiale, come quelle che attraversano l’Ucraina e il Medio Oriente, come situazioni a sé stanti, slegate dalle dinamiche dell’imperialismo come condizione capitalistica globale, non significa solo condannarsi a non comprendere il significato storico essenziale di questi conflitti. Significa anche porsi oggettivamente nella condizione di farsi utilizzare da forze borghesi, da interessi che animano il confronto imperialistico e che in esso operano attivamente.

Nella dinamica storica di questo confronto, che si va intensificando, per il mondo politico borghese, per i suoi apparati ideologici, non esiste alcuna questione di classe, non esiste alcuna distinzione di classe, né è contemplata la possibilità che, al di là della lotta tra gli Stati della classe dominante intorno alla spartizione del mercato mondiale e delle sfere di influenza politica, possa esistere e assumere un significato storico rilevante la lotta tra classi. È comprensibile. La borghesia, in tutte le sue declinazioni nazionali, in tutte le sue organizzazioni statuali e in tutte le sue forme ideologiche e politiche (tanto in Occidente quanto in Oriente, nel Nord e nel Sud del mondo) è accomunata dalla necessità di conservare comunque il proprio predominio di classe, che deve essere sacralizzato come una condizione “naturale” e senza alternative possibili.

Di fatto questo imperativo politico, di fronte al quale sfumano le più radicate differenze etniche e religiose, può tradursi in innumerevoli formulazioni, anche le più apparentemente incongrue e paradossali.

Con implacabile e desolante puntualità, la ripresa dello scontro tra l’asse americano-israeliano e l’Iran ha visto una piccola e berciante galassia di sigle di una sinistra extraparlamentare tanto prodiga di slogan roboanti quanto miseramente succube delle coordinate ideologiche borghesi ribadire che, ancora una volta, non è giunto il tempo per porre la demarcazione di classe, l’antagonismo di classe, l’interesse di classe come criterio fondamentale ed irrinunciabile.

Gran parte di coloro che soltanto quattro anni fa ribollivano d’indignazione di fronte ai massacri perpetrati dagli ayatollah e dai loro scherani nel reprimere le proteste scatenate dall’assassinio di Mahsa Amini, oggi gridano: “giù le mani dall’Iran” e rivendicano “il diritto del popolo iraniano di difendersi dall’aggressione imperialista”. Come se l’Iran fosse improvvisamente passato nelle mani di quei giovani proletari, donne e uomini, che hanno continuato a pagare il loro tributo di sangue fino ad un mese fa e non sia invece ancora nelle mani della sua classe dominante; come se l’Iran non possedesse uno Stato che certifica l’esistenza, all’interno del “popolo” iraniano, di due distinte e contrapposte classi sociali delle quali una, proprio per mezzo di quello Stato, tiene in soggezione l’altra; come se le mani strette attorno alla gola dei proletari iraniani fossero soltanto quelle delle borghesie americana ed israeliana e non anche quelle altrettanto lerce della borghesia iraniana; come se nell’unione sacra contro il nemico esterno e non nelle disfatte del proprio Stato in guerra risiedesse la concreta possibilità per la classe dominata di rovesciare la propria classe dominante, in Iran come in qualsiasi altra parte del mondo. Evidentemente, quattro anni fa, quando la sua stabilità non sembrava messa in discussione, un certo “internazionalismo” ha probabilmente ritenuto che lanciare i propri strali contro il regime teocratico di Teheran fosse del tutto innocuo. Oggi, quando il regime vacilla sotto i colpi di ciò che le loro più profonde ed inconfessate fibre terzomondiste considerano il “male” per antonomasia, la mostruosa “bestia”, l’unico vero “imperialismo”, riscoprono in preda alla preoccupazione la fasulla distinzione tra aggrediti ed aggressori; riscoprono il “popolo”, la nazione “antimperialista” e i “complotti della CIA”. “Giù le mani dalle masse proletarie iraniane” ha il diritto e il dovere di gridarlo – e gridarlo forte – la classe operaia americana contro le imprese belliche della propria borghesia imperialista; ne hanno il diritto la coraggiosa e martoriata classe operaia iraniana e gli internazionalisti di tutto il mondo che rivolgono però la medesima intimazione anche ai preti ed ai pasdaran dell’Iran, non certo gli ipocriti sostenitori di un diverso e speculare campo imperialista, i quali, per meglio camuffare la loro unidirezionale ostilità verso la potenza americana ed i suoi più stretti alleati e la loro inguaribile simpatia per il blocco avverso, tentano truffaldinamente di far coincidere il loro rigetto delle attuali alleanze della borghesia del proprio paese con la lotta contro il “nemico in casa nostra”, magari impiegando come tradizionali foglie di fico concettuali la NATO e l’“Occidente”.

Continueranno costoro, non c’è alcun dubbio, a proclamarsi fieri internazionalisti, nemici giurati di ogni borghesia e di ogni Stato borghese, oppositori di ogni guerra condotta da qualsivoglia realtà capitalistica e che veda il proletariato utilizzato come massa di manovra e carne da cannone nello scontro tra interessi borghesi. Torneranno a presentarsi come il non plus ultra della coscienza di classe, della consapevolezza di come il conflitto tra capitale e lavoro sia il vero elemento essenziale e dirimente nelle dinamiche che attraversano il mondo contemporaneo. Torneranno a farlo, ma solo nella misura in cui un allentamento delle tensioni e delle mobilitazioni dell’imperialismo dovesse consentirglielo nuovamente. Solo fintanto che l’assumere una posa internazionalista non intacca feticci ideologici e non pregiudica ambizioni egemoniche. Intanto, la guerra dell’imperialismo chiama (e non chiama mai dichiarandosi apertamente per quello che è), le sue mobilitazioni ideologiche ricominciano a carburare e questo piccolo universo di “internazionalisti” a tutta prova fintanto che non sono messi alla prova è tornato a sentenziare che, anche questa volta, la coscienza di classe e la lotta di classe devono aspettare, che vanno messe tra parentesi in nome della difesa nazionale, della gerarchia tra borghesie e Stati borghesi, in ragione di quella “sapienza tattica” in base alla quale la priorità dello schieramento e dell’autonomia di classe è sì imprescindibile, ma non oggi… in ragione di quel tacito comandamento secondo cui i proletari di tutti i paesi possono anche essere chiamati ad unirsi in tempo di pace, purché si riconosca che c’è sempre un buon motivo perché si scannino reciprocamente in tempo di guerra.

I bombardamenti, le operazioni militari, le stragi che sono tornati ad espandersi intorno al fulcro del conflitto iraniano e mediorientale sono parte integrante di una dinamica imperialistica, che va preparando altri ancora più terribili momenti di scontro. In questa dinamica sono veramente internazionalisti solo i militanti consapevoli di come sia estranea all’attuale contesto imperialistico la fase storica in cui le esigenze, gli obiettivi, i compiti della lotta tra classi, tra borghesia e proletariato, potevano essere posticipati, potevano essere considerati come un orizzonte ancora in fase di maturazione rispetto ai compiti dell’indipendenza nazionale, dello sviluppo capitalistico o della conquista di forme statuali democratiche.

In questa dinamica storica il compito degli internazionalisti è proseguire con tenacia, senza soste e scoraggiamenti, nel lavoro politico per contribuire a rendere più concrete e più salde le condizioni per una presenza operante e sempre più solida di una coscienza di classe, nella classe. Le accelerazioni del confronto imperialistico rendono aspramente palese quanto sia debole e marginale oggi la presenza sociale dell’internazionalismo e insieme quanto l’impegno per sostenerla e rafforzarla sia urgente e necessario. Bisogna guardare in faccia la realtà: la nostra classe, la classe sfruttata e rivoluzionaria, viene trascinata in una spirale di conflitti e guerre che preannuncia ed avvicina una grande conflagrazione imperialistica mondiale; vi è trascinata, passiva e principale vittima degli sviluppi del confronto imperialistico, mentre l’internazionalismo, come istanza, come espressione politica della coscienza di sé della nostra classe, è all’anno zero, o quasi.

Di fronte a questa situazione ci si può unire, più o meno consapevolmente, alla variegata offerta politica ideologica rivolta agli interessi borghesi che si attrezzano per l’intensificarsi del confronto imperialistico e che vengono istintivamente percepiti nei loro riflessi sulla “pubblica opinione”, ognuno secondo le proprie possibilità e in base agli spazi di cui dispone nello spettro della politica borghese: dalle boutique delle grandi firme dell’ideologia, ai negozi di quartiere ed alle bancarelle in strada fino ai miseri teloni stesi sul selciato ad esporre la propria mercanzia opportunista.

L’altra scelta, l’unica coerente con gli interessi storici del proletariato, con la sua funzione storica rivoluzionaria, è l’impegno, il duro, faticoso, lavoro politico controcorrente, per strappare coscienze ed energie, elementi d’avanguardia della nostra classe, alle innumerevoli forme e declinazioni della subordinazione borghese, per dare il necessario slancio alla formazione di quella soggettività politica senza la quale la terribile, inevitabile, esperienza dell’aggravarsi del confronto imperialistico non potrà tradursi in concretizzazione e rafforzamento delle capacità di emancipazione rivoluzionaria insite negli sviluppi della lotta di classe.

È già oggi che è necessario costruire i presupposti dell’alternativa proletaria, rivoluzionaria, internazionalista e comunista alla barbarie che sempre più il capitalismo nella sua fase imperialistica sta generando e genererà. Un primo passo in questa direzione è ribadire con vigore, nella lotta contro la guerra imperialista in Iran, l’indispensabile consegna: proletari di tutti i paesi, unitevi, il nemico principale è ovunque in casa propria.

Prospettiva Marxista – Circolo internazionalista «coalizione operaia»

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