L’IMPERIALISMO COLPISCE, I BIRILLI CADONO

Se un marxista ucraino si lascerà trascinare dall’odio del tutto legittimo e naturale per gli oppressori grandi-russi a tal punto da far ricadere sulla cultura proletaria e sulla causa proletaria degli operai grandi-russi anche solo una piccola parte di quest’odio, anche solo sotto forma di estraniazione, questo marxista scivolerà con ciò stesso nella palude del nazionalismo borghese. Lenin, Osservazioni critiche sulla questione nazionale, 1913

Abbiamo ritenuto, a torto, che i signori di “operai contro” – ci dispiace, non ci riesce di chiamarli “compagni” dal momento che hanno acclarato la loro totale estraneità dal campo dell’internazionalismo, e con ciò da quello del comunismo – possedessero quel minimo di buon senso che permette di evitare di agitarsi in maniera convulsa quando si finisce nelle sabbie mobili dell’opportunismo. In genere, il risultato è quello di sprofondare ancora di più nell’ignominia. È esattamente quanto si è verificato con la loro risposta al nostro articolo Uno contro cento, nel quale abbiamo criticato severamente le posizioni espresse da un loro scritto Sulla resistenza in Ucraina. La risposta di questi signori ci permette di essere ancora più netti e di picchiare ancora più sodo contro quello che ormai non è più possibile considerare un mero vacillamento.

È nell’ordine delle cose. La pressione di avvenimenti di portata mondiale mette alla prova individui, gruppi, organizzazioni. Le professioni di internazionalismo fatte in tempi “normali” da parte di chi non ha risolto le proprie contraddizioni con un marxismo “riadattato” alle sue ataviche incomprensioni, saltano come i rivetti saldati alla bell’e meglio in un sommergibile che si immerga a profondità che non è in grado di reggere.

Non recriminiamo minimamente per le modalità espressive adoperate dall’estensore della “risposta”, abbiamo le spalle larghe e delle goccioline di bile ce ne liberiamo con una scrollata di spalle –; preferiamo, si fa per dire, soffermarci sugli scarsi e repellenti contenuti politici dell’articolo di tale E. A..

Veniamo paragonati al riformista Turati, il quale prendeva in giro gli operai “dalle mani callose” che tentavano di costituirsi in partito nel 1882, ed è strano, perché anche noi abbiamo pensato a Turati quando abbiamo letto l’articolo di “operai contro”, solo che il Turati che ci è venuto in mente è quello socialsciovinista del 1 novembre 1917, pochi giorni dopo Caporetto, che piange:

Quando la patria è oppressa le stesse proletarie libertà debbono essere difese dalla minacciante rapina del nemico trionfante e barbaro

Abbiamo riscontrato una certa somiglianza anche con l’altrettanto riformista e sciovinista Rigola, che nello stesso giorno declama:

Quando il nemico calpesta il nostro suolo, abbiamo un dovere, quello di resistergli.

Ma le impressionanti somiglianze non si fermano qui. Insieme a Treves, Turati scrisse su Operai e Teoria… – ops! un comprensibile lapsus – intendevamo dire su Critica Sociale del 15 novembre 1917:

Quando la patria è oppressa, quando il fiotto invasore minaccia di chiudersi su di essa, le stesse ire contro gli uomini e gli eventi che la ridussero a tale sembrano passare in seconda linea, per lasciare campeggiare nell’anima soltanto l’atroce dolore per il danno e il lutto, e la ferma volontà di combattere e di resistere fino all’estremo.

Ma ancora, in un discorso alla Camera dei Deputati del giugno 1918:

non è l’ora delle parole, mentre lassù si combatte, si resiste, si muore, per così vasto e profondo arco di confine… [ucraino?], e le nostre anime sono tutte egualmente protese nella angoscia, nella speranza, nello scongiuro, nell’augurio.

C’è da dire che i riformisti e sciovinisti Turati, Treves e Rigola persero la testa (oppure non la persero affatto) di fronte all’invasione del territorio della “propria” nazione, mentre sembra che gli eroici partigiani a distanza di “operai contro” riscoprano la patria ben prima che sul Grappa, addirittura sul Dniepr…

Sinceramente, ammettiamo di non essere in grado di comprendere la differenza tra il fucile in mano ad un operaio che lo usa contro un esercito invasore e quello degli operai italiani in divisa nel 1917 sul Piave, quello degli operai francesi in divisa sulla Somme, quello degli operai tedeschi in divisa nel 1918.

Siamo però in grado di comprendere che per “operai contro” la natura di una guerra imperialista cambia radicalmente se il territorio di uno Stato borghese, alleato di una o più potenze imperialistiche, viene invaso dalle truppe di un’altra potenza imperialista. Per fortuna i signori di “operai contro” non hanno dovuto indicare una strada al proletariato durante la Prima guerra mondiale. La guerra avrebbe cambiato natura ad ogni avanzamento o arretramento di fronte.

I signori di “operai contro” hanno deciso che “armarsi e contare come massa” è “necessario” per gli operai ucraini ad acquisire la loro indipendenza di classe. Beh, se lo hanno stabilito loro dev’essere per forza così. A noi sembra che tutti gli operai armati dalla borghesia imperialista nell’ultimo secolo abbiano “contato come massa” (qualunque cosa voglia dire), non ci risulta però che ad ogni guerra abbia fatto seguito una rivoluzione proletaria.

Ma, udite udite, l’autonomia degli operai ucraini dai loro borghesi “è possibile proprio nella forza che mettono in campo in questo movimento di liberazione” (sic). Sorvoliamo sulla pretesa che liberarsi dall’imperialismo russo equivalga a liberarsi dall’imperialismo tout court – ma un’autonomia che si manifesta nel combattere armati e inquadrati da una borghesia nazionale ci sembra un’autonomia che non esiste e che nulla garantisce debba sorgere automaticamente solo in virtù del respirare cordite e polvere da sparo.

Si tratta evidentemente di una “frase fatta”, ben più del richiamo all’unità mondiale del proletariato che, quantomeno, non scaturisce dalla degradante paura di essere marginalizzati di fronte al predominio quasi assoluto nella classe della propaganda di guerra dell’imperialismo di casa nostra.

Onestamente, noi smaniosi, certe smanie non ne abbiamo. Certamente ci difetta quella di parteggiare ad ogni costo per chiunque tranne che per la classe di cui “operai contro” si attribuisce abusivamente il nome.

È triste, nel 2022, dover spiegare a gente che si dichiara rivoluzionaria, che la necessità della propria rivoluzione il proletariato non la matura solo in base alle esperienze di lotta che vive sul momento, ma anche e soprattutto sulla base della capacità di accedere alle esperienze, e al loro vaglio critico, del passato. Per questa gente gli operai dovrebbero farsi massacrare come nel maggio 1871, non una ma ogni volta, senza trarre insegnamenti da quella battaglia per ripartire da un livello superiore. Non saranno certo loro a rendergli disponibile una nuova Guerra civile in Francia… per loro si tratta di esecrabile “coscienza importata dall’esterno” non di teoria della classe che deve ritornare alla classe. Dal canto nostro faremo il possibile, nei limiti delle nostre esigue forze, per impedire al proletariato di ripetere esperienze fallimentari solo in ossequio ad un feticismo piccolo-borghese della spontaneità.

Più che un’analisi dell’esistente lo statement di “operai contro” rappresenta un adeguamento all’esistente, una sua giustificazione in termini marxisti, comodo alibi per non schierarsi davvero con la classe operaia. Oggi gli internazionalisti – quelli veri, non quelli che scambiano l’internazionalismo con la valorizzazione di ogni nazionalismo oltre il proprio – si attestano sulla posizione più difficile, quella che il proletariato non ha ancora maturato ma che credono corrisponda ai suoi interessi immediati e storici ben più del farsi massacrare in guerre imperialiste.

L’imperialismo può certamente opprimere nazioni borghesi, ma il significato reale di questa oppressione, è stabilire chi ne paga il prezzo. Vogliamo dare ad “operai contro” una notizia: è il proletariato a pagarlo, e a presentargli il conto è sia l’imperialismo che opprime sia la borghesia oppressa.

Quando lo sveglio E. A vuole spiegarci cosa siano le potenze, le nazioni, l’imperialismo, dimentica di dimostrare che l’Ucraina si pone al di fuori del gioco delle potenze imperialiste, che non è pedina, oltre che oggetto, della contesa imperialista tra le potenze. Ma il vero peccato è citare Lenin senza averlo compreso. Facciano il favore i “teorici operai”, non ripieghino impropriamente su Lenin perché non hanno più il fegato di ricorrere a Stalin. Preferiamo gli stalinisti tutti d’un pezzo ai pezzi di… stalinismo.

Ad ogni modo, con “operai contro” siamo tornati alla categoria mitica ed indistinta di “popolo”. Popoli rapinati e depredati, popoli aggrediti ed aggressori, mentre le classi tornano sullo sfondo… a dire il vero, non comprendiamo più il perché di tanta acrimonia contro i difensori della patrimoniale e di tanta simpatia mostrata verso il nostro lavoro sull’argomento. Dev’essersi trattato di un equivoco.

Secondo l’onesto E. A. saremmo stati titubanti nello schierarci nella lotta fra talebani e americani, così come ci saremmo mossi con “equidistanza” nella “guerra strisciante” fra palestinesi e israeliani o di fronte alla ribellione degli operai in Kazakistan. Potremmo rispondere chiedendo a nostra volta: voi da che parte vi siete schierati? Noi ci siamo schierati e ci schiereremo sempre dalla parte degli interessi della classe operaia. Ci sembra, al contrario, che le vostre “titubanze” vi portino a schierarvi con un lurido sottoprodotto dell’imperialismo in Afghanistan; ad essere “equidistanti” tra la putrida borghesia compradora palestinese e la classe operaia palestinese; a negare l’esistenza di una differenziazione delle classi in Israele; a infangare una rivolta operaia a Zhanaozen accomunandola a lotte interne tra frazioni borghesi ad Almaty, e via discorrendo…

In Palestina abbiamo preso posizione per la classe operaia, che per voi ha nazione, mentre per noi, come per Marx – e anche per Lenin – non ha patria. Ci schieriamo con il proletariato mondiale, voi? Evidentemente solo a giorni alterni. Quando ci si può permettere di essere “classisti” senza rischiare di allontanarsi dal coro, siete i primi a cantare, quando più occorre evidenziare la divisione di classe vi schierate con i popoli.

Noi non titubiamo, noi non vacilliamo, noi non ondeggiamo, abbiamo scelto di schierarci con la classe operaia ed ogni altra “scelta” rappresenta per noi una “controscelta” a favore di una qualche frazione del capitale mondiale. Beh! Ne avete fatte di controscelte nella vostra storia… mai controcorrente però… Noi non andiamo in cerca di facili consensi, che in genere sono l’ambizione dei demagoghi e degli opportunisti.

Bella gente davvero, quella che nel conflitto russo-ucraino maschera con un rivoluzionarismo d’accatto il sostegno concreto, aperto, dichiarato ad un blocco imperialista piuttosto che ad un altro avocando la difesa del territorio. Che esorta gli operai a farsi massacrare per la borghesia che la arma, perché poi, automaticamente, con le armi in mano, potranno far valere consapevolmente la propria forza, acquisita indebolendosi.

Abbiate “il coraggio di andare alle estreme conseguenze”! Organizzate nelle vostre sedi un centro di reclutamento militare per tutte le future guerre imperialiste, ma apritelo solo quando la guerra imperialista diventerà difensiva per la borghesia, ovvero fin dal suo primo giorno. I 110 del 4 agosto 1914 ebbero più decenza di quanta ne mostriate voi.

Il ruolo che gli operai ucraini – che non “sminuiamo” né aduliamo – devono svolgere nelle circostanze attuali non lo decidiamo noi – e per fortuna neanche “operai contro” – ma mentre E. A. si unisce al coro di  chi infila loro al collo il guinzaglio borghese, noi cerchiamo di dare voce ad una prospettiva diversa, rispondente agli interessi storici della classe.

In quest’ora buia, il coraggio dell’infamia è cosa che “operai contro” ha ampiamente dimostrato appartenergli di diritto, e non gli contesteremo questo privilegio. Quanto a noi, non inventiamo con il cervello un’indipendenza di classe che ancora non esiste, e non giochiamo a dare indicazioni pratiche che per il momento non possono essere raccolte. Se potessero esserlo, queste indicazioni sarebbero il disfattismo rivoluzionario, la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile, armarsi per abbattere la borghesia ucraina e quella russa, e, per soprammercato, per abbattere anche gli intruppatori travestiti da operai. Nel qual caso, l’unico invito di andare a nascondersi che faremmo sarebbe rivolto a eventuali socialsciovinisti del tipo “operai contro”.

Per quanto ci riguarda, lo ripetiamo, il possesso di un fucile in sè non implica un’automatica presa di coscienza della necessità della rivoluzione proletaria, in caso contrario, ogni soldato che negli ultimi cento anni abbia preso in mano un’arma sarebbe diventato bolscevico. Semmai è la coscienza di classe ad indicare al proletario cosa fare del fucile che ha in mano, e il massimo di “coscienza” che può pretendere di rappresentare “operai contro” è puro ideologismo, parola tanto cara a chi piega la teoria marxista ad interessi di altre classi – consapevolmente o meno è irrilevante –; un ideologismo difensivista, di fatto al servizio dell’uno o dell’altro dei contendenti imperialisti o delle varie borghesie nazionali al rimorchio dei primi.

Gli “antenati”, di cui andiamo fieri, sono quegli internazionalisti che durante il secondo conflitto imperialistico mondiale si opposero alla cieca adesione del proletariato alle formazioni irregolari che in Italia vennero armate da uno degli schieramenti imperialisti in lotta contro l’altro. Quegli internazionalisti non si accontentarono di credere che le armi avrebbero illuminato gli operai che le maneggiavano, li raggiunsero, con grave rischio delle loro vite, e cercarono di convincerli a difendere la propria esistenza fisica organizzando squadre di autodifesa senza per questo diventare ausiliari di un esercito imperialista; cercarono di convincerli a non vedere nell’operaio tedesco in divisa esclusivamente un nemico da freddare ma anche un membro della loro stessa classe, con il quale sarebbe stato possibile fraternizzare – come dimostrano le migliaia di diserzioni di soldati tedeschi non più disposti a combattere per la borghesia tedesca; questi internazionalisti riuscirono persino a convincere qualche unità partigiana a schierarsi su posizioni di classe e a conservare le armi per rivolgerle contro la propria borghesia; erano pochi, e furono assassinati a tradimento dagli ideologi della “difesa del territorio invaso” di allora.

Rimaniamo con i nostri “antenati”, con Fausto Atti, con Mario Acquaviva, con Temistocle Vaccarella; non con i sicari da due soldi che li hanno ammazzati vigliaccamente, o con i loro attuali epigoni in sedicesimo, buoni ad impugnare soltanto molotov riempite di inchiostro digitale ma anche ad esortare operai di altri paesi a farsi scannare per la propria borghesia.

Quel che stufa o meno “operai contro” è affar suo, e suo soltanto, lasci stare i proletari però, che oltre agli intellettuali piccolo-borghesi, devono sorbirsi pure gli “intellettuali operai”, che di operaio hanno solo la caratterizzazione sociologica. Sapevamo che ci saremmo attirati i latrati ringhiosi e la bava maleodorante di chi ci avrebbe accusato di essere “amici del Kaiser”, “agenti del Mikado” e così via, è una vecchia storia che si ripete quando le cose si fanno serie e i birilli iniziano a cadere, uno dopo l’altro e ognuno in una direzione diversa dall’altro. Puntualmente, è arrivata l’accusa di simpatizzare per Putin. Beh, prendete posto, siete in buona compagnia insieme alla borghesia di tutta Europa, una borghesia che avreste l’indegno compito di coprire a sinistra, se contaste qualcosa. Avete fatto bene ad esprimervi, la posizione che avete preso è destinata a rimanere, come il marchio di chi ha venduto la classe che dice di rappresentare al primo vento che è spirato un poco più forte del consueto.

La nostra solidarietà va ai proletari ucraini e russi, non alla borghesia ucraina, che fa parte di quel popolo che “operai contro” ha riscoperto mettendo “tra parentesi” la lotta di classe, quella vera, quel rapporto conflittuale lavoro salariato – capitale che pare si dissolva in tempo di guerra.

È sempre così: proletari di tutti i paesi, unitevi finché dura la pace e sgozzatevi in guerra. È veramente grande il favore che ci fa “operai contro” evitandosi lo sforzo di leggerci, noi questa pena l’abbiamo sopportata finché ci ha retto lo stomaco. Il cero, al quale E. A. fa allusione, possiamo accenderlo per la dipartita, senza ritorno, di “operai contro” nel mondo dei più, nel mondo dei socialimperialisti e socialsciovinisti vari. Non sprecheremo altro inchiostro per discutere posizioni vergognose che meritano solo proiettili di saliva.

Rostrum

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