LA «SUSSUNZIONE REALE DEL LAVORO AL CAPITALE» NELLA FASE IMPERIALISTICA

LA MATURAZIONE IMPERIALISTICA DEL CAPITALISMO E I COMPITI DELL’INTERNAZIONALISMO PROLETARIO – V

Articolo pubblicato nel n. 123 di Prospettiva Marxista, maggio 2025.


Nel corso degli ultimi anni, con l’intento di negare nella sostanza l’attualità della prospettiva internazionalista nelle zone di faglia dell’imperialismo, presso le quali permangono condizioni di arretratezza e di oppressione nazionale – come, ad esempio, in alcune aree dell’Asia centrale e del Medio Oriente – e nel tentativo di conferire dignità teorica “marxista” a questo intento, si è giunti a scomodare il concetto marxiano di «sussunzione reale del lavoro al capitale», la cui mancata realizzazione ostacolerebbe la formazione delle moderne classi sociali in queste aree, e, più in generale, a teorizzare una presunta “incompiutezza” della dinamica storica dell’estensione dei rapporti capitalistici al livello mondiale.

Una concezione di questo tipo conduce inevitabilmente a ritenere o che il processo di sussunzione del lavoro al capitale che si arresti al livello formale rappresenti una persistenza di rapporti di produzione precapitalistici, oppure che il predominio globale dei rapporti di produzione capitalistici debba identificarsi con un’omogeneità del livello di industrializzazione in ogni area del mercato mondiale. In ogni caso, da un punto di vista marxista, saremmo in presenza di un marchiano errore oppure di una frode, entrambi gravidi di conseguenze politiche.

Quand’anche la sussunzione formale del lavoro al capitale rappresentasse un residuo precapitalistico, Marx ci ricorda che, così come qualsiasi altro modo di produzione si sviluppa storicamente da modi di produzione precedenti e in contrapposizione ad essi, anche il capitalismo è sorto storicamente, ed è precisamente in virtù di questo processo contraddittorio – la cui scoperta è il tratto distintivo della dialettica materialistica – che l’eventuale sopravvivenza di residui precapitalistici non è affatto in contraddizione con il predominio globale dei rapporti capitalistici:

La società borghese è l’organizzazione storica più sviluppata e differenziata della produzione. Le categorie che esprimono i suoi rapporti, la comprensione della sua struttura, permettono quindi in pari tempo di comprendere l’articolazione e i rapporti di produzione di tutte le forme di società scomparse, sulle cui rovine e con i cui elementi essa si è costruita, e di cui in parte in essa sopravvivono ancora residui parzialmente non superati, mentre ciò che in essa era solo accennato ha assunto significati compiuti ecc. […]

Poiché inoltre la società borghese stessa è soltanto una forma antitetica dello sviluppo, certi rapporti delle forme precedenti in essa si troveranno spesso solo del tutto atrofizzati, o addirittura travestiti. [corsivi nostri][1]

Anche per Lenin

Non esistono e non possono esistere fenomeni “puri”, sia nella natura che nella società. Precisamente questo insegna la dialettica di Marx, mostrandoci che lo stesso concetto della purezza è una certa limitazione e unilateralità dell’umano intelletto, incapace di abbracciare completamente un oggetto in tutta la sua complessità. Nel mondo non esiste e non può esistere un capitalismo “puro”, poiché in esso vi è sempre un miscuglio di feudalesimo, di piccola borghesia, oppure di qualcos’altro ancora.[2]

In ogni caso, lo stesso Marx ci insegna che la sussunzione formale del lavoro al capitale non si identifica con rapporti di produzione precapitalistici:

Il processo lavorativo è sottoposto al capitale (è il suo proprio processo) e il capitalista vi entra in qualità di dirigente, considerandolo insieme e immediatamente come processo di sfruttamento del lavoro altrui.[3]

Per Marx, dunque, anche quando la sussunzione del lavoro al capitale è ancora soltanto formale il lavoro altrui viene già sfruttato dal capitalista.

Ma in che cosa consiste per Marx il carattere «formale» di questa sussunzione o sottomissione?

…noi chiamiamo sottomissione formale del lavoro al capitale la sottomissione da parte di quest’ultimo del processo lavorativo come […] sottomissione di un modo di lavoro già sviluppato prima che il rapporto capitalistico sorga.[4]

Per Marx, infatti,

… è nella natura delle cose che la sottomissione del processo lavorativo al capitale si verifichi per ora sulla base di un processo lavorativo ad esso preesistente, configuratosi sulla base di antichi e diversi processi produttivi e di altre e diverse condizioni della produzione: il capitale si sottomette un processo lavorativo dato, esistente – per esempio, il lavoro artigianale o il lavoro agricolo corrispondente alla piccola economia contadina autonoma, – e le modificazioni che possono tuttavia verificarsi all’interno del processo lavorativo, non appena esso soggiaccia al comando del capitale, possono essere soltanto conseguenze graduali della già avvenuta sottomissione dei processi lavorativi dati, tradizionali, al capitale.[5]

Mentre i processi lavorativi sono “ereditati” da «altre e diverse condizioni della produzione», i rapporti di produzione, i «rapporti tra i diversi agenti della produzione», sono già capitalistici. Perciò, se è vero che la sussunzione reale del lavoro al capitale, ovvero il «modo di produzione specificamente capitalistico»,

rivoluziona anche il modo d’essere del lavoro e la forma reale dell’intero processo lavorativo[6]

sviluppando l’industria, ovvero il «lavoro su grande scala», la cooperazione, la divisione del lavoro all’interno della fabbrica e l’impiego delle macchine, è altrettanto vero che le

…due forme [formale e reale] hanno in comune il rapporto capitalistico come rapporto di coercizione inteso a spremere pluslavoro dal lavoro salariato, dapprima solo prolungando la durata del tempo di lavoro – rapporto che non poggia su alcun legame di signoria e dipendenza personale, ma nasce unicamente dalla diversificazione delle funzioni economiche. […] È a questa forma di produzione del plusvalore [il plusvalore assoluto] che corrisponde la sottomissione formale del lavoro al capitale.[7]

Anche laddove prevale la sussunzione formale del lavoro al capitale esistono quindi, da un lato, soggetti privi di mezzi di produzione che sono costretti dal bisogno a vendere la propria forza-lavoro in cambio di un salario, e, dall’altro, possessori di mezzi di produzione che devono comprare la merce forza-lavoro altrui per consumarla capitalisticamente estraendone plusvalore.

A questo punto, è lecito domandarsi se, nelle ormai estremamente marginali aree del mercato mondiale in cui può risultare ancora prevalente, questa sussunzione soltanto formale del lavoro al capitale costituisca effettivamente il retaggio di una precedente fase storica, ovvero una tappa lungo il cammino verso il modo di produzione specificamente capitalistico intrapreso in ritardo, o se piuttosto non costituisca precisamente un risultato della diffusione e del predominio al livello mondiale del modo di produzione capitalistico maturato imperialisticamente?

Per Marx, in effetti, le due forme di sottomissione del lavoro al capitale, sono pur sempre «due forme distinte di produzione capitalistica»

…di cui la prima è sempre la battistrada della seconda, benché questa, che è la più sviluppata, possa a sua volta costituire la base per l’introduzione della prima in nuove branche produttive[8]

…o in nuove aree del mercato mondiale, ci permettiamo di aggiungere.

La sussunzione del lavoro al capitale deve essere considerata sulla scala mondiale. Quella formale può coesistere con quella reale ed anzi la prima può derivare dalla seconda. E se questo si verifica in determinati settori economici può verificarsi anche in specifiche aree geografiche.

Esattamente come in ogni singolo paese capitalistico aree maggiormente sviluppate coesistono con aree arretrate, senza che a nessun marxista serio venga in mente di mettere in discussione l’esistenza della sussunzione reale del lavoro al capitale in quel dato paese, il predominio del modo di produzione capitalistico a livello mondiale non soltanto non elimina le aree di arretratezza ma, al contrario, pur rendendole marginali, le presuppone. Supporre infatti che il capitalismo possa o debba raggiungere un livello di sviluppo uniforme in ogni angolo del pianeta è in profonda contraddizione con l’analisi marxista dello sviluppo ineguale.

In effetti, non soltanto non esiste più un solo angolo significativo del pianeta in cui il capitalismo debba ancora attecchire, ma, avendovi attecchito, lo ha fatto in forme specifiche imposte dalla fase imperialistica. Laddove si vuole vedere un ritardo dello sviluppo capitalistico – funzionale alla consegna politica di un recupero borghese di questo ritardo – assistiamo piuttosto ad uno sviluppo capitalistico deformato e condizionato localmente dalla sua maturità a livello mondiale. Esattamente come gli alberi più vecchi e alti di una foresta sottraggono luce alle piante più giovani, che crescono deboli e contorte o addirittura come parassiti delle piante più mature.

Nell’attuale stadio del capitalismo, in diverse aree del mercato mondiale si sono concentrate economie che difficilmente possono essere definite prettamente industriali, ma che ciononostante riuniscono in giganteschi conglomerati urbani milioni di lavoratori salariati in una miriade di piccole e piccolissime imprese del settore terziario o dei servizi e che ruotano attorno alle mille funzioni legate all’imperialismo mondiale. Si tratta di vere e proprie superfetazioni imperialistiche che nulla hanno a che fare con l’arretratezza capitalistica.

L’imperialismo, venendo in contatto in una determinata fase storica con precedenti modi di produzione in aree caratterizzate da certe dimensioni geografiche, da una certa demografia, dalla presenza di determinate risorse naturali, ha promosso suo malgrado lo sviluppo capitalistico di queste aree.

In altre aree del mondo, lungo le linee di faglia su cui grava la pressione e l’attrito pluridecennale – se non secolare – delle placche tettoniche costituite dalle sfere d’influenza delle grandi potenze e dalle loro direttrici d’espansione, l’imperialismo ha prodotto un’arretratezza endemica che le ha tagliate fuori dalla corrente dello sviluppo storico.

In quelle che abbiamo definito zone morte del mercato mondiale, maggiore è la pressione economica, politica e militare delle potenze mondiali o regionali più l’economia locale si avvolge in una spirale di dipendenza e di unilateralità. La piccola e media borghesia che riesce ad accumulare una certa quantità di capitale vede restringersi sempre di più i margini per un allargamento dell’accumulazione e per lo sviluppo dell’industria locale, e può ottenere maggiori profitti impiegando i propri capitali all’estero oppure in settori, come quello delle materie prime o di specifici prodotti agricoli, maggiormente legati alle esigenze delle economie dei paesi che dominano l’area e le cui borghesie hanno tutto l’interesse a frenare lo sviluppo del settore industriale dei paesi dominati. Più aumenta la dipendenza economica unilaterale di queste aree e meno può svilupparsi un’industria locale con un forte proletariato; meno si sviluppa il proletariato e meno esistono le condizioni per una lotta vittoriosa contro l’oppressione nazionale. Se, infatti, il proletariato di queste aree, frammentato e poco concentrato, non può assumere la direzione di un processo di rivoluzione in permanenza, dal canto suo la borghesia locale, che può svincolarsi solo parzialmente dai legami con l’economia della potenza dominante e soltanto incatenandosi alle sovvenzioni e agli “aiuti” delle potenze regionali e delle metropoli imperialiste rivali, non è nemmeno in grado di trarre il massimo vantaggio dalla mancanza d’indipendenza di classe del proprio proletariato per portare avanti un’autonoma e rilevante lotta di liberazione nazionale, dal momento che la debolezza del proletariato non è solamente politica ma anche sociale. I movimenti politici nazionalisti di questi paesi, ormai espressione di una borghesia mendicante che sfrutta avidamente il proprio proletariato e di un’alta burocrazia che deve il proprio reddito e la propria posizione sociale ai finanziamenti delle potenze regionali e delle grandi potenze dell’imperialismo, sventolano periodicamente la bandiera nazionale esclusivamente per metterla al servizio di chi può garantire la sopravvivenza in quanto tali degli strati sociali che rappresentano.

L’insufficiente sviluppo industriale non è comunque di per sé condizione sufficiente ad impedire il manifestarsi della lotta di classe nelle aree arretrate in cui si sono nondimeno affermati quei rapporti «tra i diversi agenti della produzione» che caratterizzano il capitalismo.

Come ebbero a scrivere Marx ed Engels nel lontano 1846:

Secondo la nostra concezione, dunque, tutte le collisioni della storia hanno la loro origine nella contraddizione tra le forze produttive e la forma di relazioni. D’altronde non è necessario che per provocare delle collisioni in un paese questa contraddizione sia spinta all’estremo in questo paese stesso. La concorrenza con paesi industrialmente più progrediti, provocata dall’allargamento delle relazioni internazionali, è sufficiente per generare una contraddizione analoga anche nei paesi con industria meno sviluppata…[9]

Se l’allargamento delle relazioni internazionali genera anche nelle aree arretrate una contraddizione tra forze produttive e forma di relazioni, che non ha bisogno di essere spinta agli stessi estremi dei paesi industrialmente più progrediti per provocare delle collisioni – ovvero la lotta di classe –, ciò deve risultare tanto più vero e più significativo in una fase storica in cui tale contraddizione è stata spinta all’estremo su scala mondiale. Quale che sia il suo livello di maturità, la lotta tra capitale e lavoro esiste anche in queste aree, così come in ogni situazione in cui si configuri una sottomissione anche soltanto “formale” del lavoro al capitale.

L’assenza nelle aree arretrate di un consistente proletariato industriale, concentrato, coeso e disciplinato dai ritmi della produzione di fabbrica, non implica che non esista comunque una classe sfruttata che subisce al livello locale e con l’intermediazione della propria borghesia tutte le contraddizioni di un’economia collegata con mille fili al mercato capitalistico mondiale. In ogni caso, questa immaturità non può costituire un alibi per il rinnegamento dell’internazionalismo e per la mobilitazione – materiale o ideologica – del proletariato internazionale, regionale e locale al servizio dell’uno o dell’altro degli schieramenti imperialistici che allentano o stringono il guinzaglio delle borghesie reazionarie delle nazionalità oppresse.

I marxisti, come scriveva Amadeo Bordiga a proposito delle “zone depresse” del meridione italiano,

…hanno preteso di allignare dovunque e non soltanto all’ombra degli altiforni. […] se lo sviluppo del capitalismo si fa in una continua gara di distruzioni dei centri produttivi più modesti e meno attrezzati per far luogo a sempre nuovi concentrati bestioni, la disparità di distribuzione dei “benefici del progresso” nelle diverse aree mondiali e nel seno di una stessa nazione è una delle dirette conseguenze del borghese disordine dell’economia. Le famose “zone neglette” non sono dunque un retaggio di tempi preborghesi ma uno dei tanti regali del capitalismo, della sua originaria “assenza di piano”. Quando comincia a fare piani ai fini della mondiale difesa di classe, mette nel piano anche lui un poco di lagrime ipocrite e demagogiche sulla sorte delle disgraziate aree arretrate al solo fine di far considerare fortunate quelle dove, giunto alle ultime espressioni, fonda campi di concentramento o scarica bombe atomiche.[10]

Anche nelle «zone neglette» esiste un soggetto sociale a cui non si può chiedere di disarmare dalla lotta di classe, di concedere tregue sociali e di farsi massacrare in nome delle false rivendicazioni nazionali di borghesie vendute al miglior offerente; un soggetto a cui può essere rivolto un messaggio internazionalista, quale che sia oggi la sua reale forza sociale e a prescindere dalla sua attuale effettiva capacità di egemonizzare le lotte locali. Nella metropoli imperialista si impone invece la necessità per il proletariato cosciente di non lasciarsi mobilitare ideologicamente, politicamente e militarmente al passo dei tamburi dell’opportunismo e del terzomondismo, che chiamano questo stesso proletariato al sostegno “incondizionato” di movimenti nazionalistici borghesi, prodotto e strumento delle logiche di potenza dell’imperialismo.

Escludendo gli esiti di devastanti guerre imperialiste che vedano il diretto intervento di uno o più Stati borghesi regionali, elevati artificiosamente e opportunisticamente al rango di “campo antimperialista”, l’unica forza che può risolvere in senso rivoluzionario le questioni nazionali nelle aree arretrate, laddove la classe operaia dei paesi dominati sia troppo debole e la borghesia priva di qualsiasi autonomia dalla dinamica imperialista, è il proletariato regionale, e, in misura ancor più determinante, un proletariato delle metropoli imperialistiche che giunga a porsi sul terreno della rivoluzione comunista in concomitanza della crisi capitalistica generale e di un sufficiente grado di consapevolezza organizzata.

Riconoscere questo dato di fatto, impegnarsi nello svilupparne la consapevolezza presso il proletariato delle metropoli e rendere le posizioni internazionaliste un riferimento visibile per eventuali minoranze rivoluzionarie che si collochino sul terreno di classe sia nei paesi oppressi che in quelli che opprimono, è il fondamentale compito che al momento le minoranze autenticamente internazionaliste possono assolvere senza ingannare sé stesse e la classe operaia.


NOTE

[1] K. Marx, Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica – Grundrisse, Manifestolibri, Roma, 2012, p. 55.

[2] Lenin, Il fallimento della II Internazionale, ne Il socialismo e la guerra, Lotta comunista, Milano, 2008, p. 69.

[3] K. Marx, Il Capitale: Libro I, capitolo VI inedito, Etas, Milano, 2002, p. 42.

[4] Ibidem, p. 44.

[5] Ibidem, p. 44.

[6] Ibidem, p. 44.

[7] Ibidem, p. 45.

[8] Ibidem, p. 48.

[9] K. Marx – F. Engels, L’ideologia tedesca, 1846, in K. Marx – F. Engels Opere complete, Editori Riuniti, Roma, 1972, Vol. V, p. 6.

[10] A. Bordiga, I socialisti e il mezzogiorno, Battaglia Comunista, n. 48 del 1949.

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