UNO CONTRO CENTO L’internazionalismo alla prova dei fatti in Ucraina

La marea sale, il vento soffia, per molti è dura mantenere la fermezza di una posizione coerentemente internazionalista, ammesso che l’abbiano mai avuta. Ne siamo mortificati, ma non cederemo di un millimetro di fronte ai tentativi di mettere l’internazionalismo proletario in una falsa posizione, per giustificare l’incapacità di reggere l’urto delle trombe assordanti, non della realtà – si badi bene – ma della propaganda di guerra e del conseguente sentire diffuso.

In generale, tra i sofismi e le sottigliezze con cui finora si è argomentato contro le dichiarazioni internazionaliste – quelle autentiche, senza “se” e senza “ma” – il trait d’union è sempre stato quello di mettere, di fronte all’evento guerra imperialista, la divisione sociale, la lotta di classe, “tra parentesi”.

Siamo tutti internazionalisti – ci mancherebbe – “ma” di fronte ad un’aggressione imperialista e all’invasione del proprio territorio l’appello all’unità internazionale della classe operaia deve cedere il passo ad un ritorno in prima linea della “questione nazionale”, che si tratti del Donbass oppresso o dell’Ucraina occupata. Lo spazio per la lotta di classe si aprirà “in un secondo momento”, prima viene la lotta dei “popoli” per la loro indipendenza, autodeterminazione, ecc. Niente di nuovo, dal 1914 ad oggi.

Ma abbiamo letto anche di peggio.

C’è stato chi ha agito in maniera più ambigua – e perciò più pericolosa – provando ad aggirare l’obiezione fondamentale di qualunque internazionalista degno di tale nome: la divisione sociale, la lotta di classe non è mai “tra parentesi”, né graffa, né quadra, né tonda. Mai. La divisione in classi non scompare miracolosamente da questa società al calor bianco dei colpi d’artiglieria sulle proprie case o nelle avanzate trionfali in territorio straniero. Mettetevelo in testa, se ne siete capaci, oppure svolgete il vostro “servizio” senza pretendere di insegnarci come assolvere a quello che riteniamo essere il nostro compito, a quello che abbiamo scelto come nostro compito.

Qualcuno ha tentato di aggirare questa obiezione descrivendo l’inquadramento della classe operaia ucraina sotto i vessilli nazionali della propria borghesia addirittura come una forma di “lotta di classe”. Finora nessuno si era spinto tanto oltre.

Si parla di “proclami” internazionalisti cui mancherebbe il “coraggio” di affrontare il “vero problema” in Ucraina, ovvero che scelta dovrebbero fare gli operai ucraini nei confronti dell’occupazione russa? Come dovrebbero comportarsi di fronte alle bombe che cadono sulle loro teste, distruggendo le loro case e uccidendo loro stessi e i loro cari?

Anche per noi rispondere a questo quesito è essenziale. Per il futuro della classe operaia ucraina, russa, europea e mondiale, e abbiamo già dato la nostra risposta. La nostra risposta agli operai ucraini non è e non può essere quella di farsi arruolare, inquadrare e mandare al macello per la borghesia di Kiev e per le potenze imperialiste che sostengono questa borghesia. Ed è la stessa risposta che diamo agli operai russi, coscritti o volontari che siano, nell’esercito dell’imperialismo di Mosca.

Chiariamoci. Il fatto che probabilmente in questi paesi in guerra non esistano nemmeno in forma embrionale rappresentanti di una qualche forma di indipendenza di classe non fornisce un comodo alibi per deflettere da quella che è la fondamentale consegna di ogni comunista: ribadire la necessità dell’unità dei proletari al di là di ogni fronte imperialista. E non è nemmeno una giustificazione per “inventare”, sì, “inventare” di sana pianta, un’indipendenza di classe degli operai ucraini che, ahinoi, è lontana anni luce dall’essere qualcosa di diverso da una fantasia allucinata.

Quanto sono “pratici” questi “internazionalisti concreti”, quanta “analisi concreta” nei loro scritti. Impregnati del mito resistenziale, sproloquiano di un affiancamento “autonomo” della classe operaia ucraina all’esercito regolare in una guerra di resistenza anti-russa. Veramente? Il proletariato ucraino si arma su basi di classe? Con il beneplacito di una borghesia, ucraina e internazionale, che fornisce armi ad un esercito proletario? Caspita! Non nascondiamo che ci piacerebbe vedere con i nostri occhi una simile manifestazione di “dualismo di poteri” e saremmo i primi a salutarla con entusiasmo e partecipazione, se avesse un qualche minimo legame con la realtà. Perché se così non è, allora signori state oggettivamente indicando ai proletari ucraini, come se ce ne fosse bisogno, di andare a farsi macellare impugnando bottiglie molotov davanti ai carri armati russi nell’interesse esclusivo della borghesia ucraina e internazionale, e questo, sia detto senza peli sulla lingua, è assai grave.

Non si capisce poi perché la casa di chi “inneggia a parole scritte all’unità mondiale dei proletari contro la guerra imperialista” – come noi – dovrebbe essere più comoda e “calda” di quella di chi invece incoraggia i proletari di una lontana nazione in guerra a farsi scannare per la propria borghesia con l’illusione che basti un fucile in mano e la qualifica di “operaio” sulla carta d’identità per innescare un processo di “indipendenza di classe”.

Per essere coerenti con la proclamazione di un altrettanto cartaceo coraggio, costoro dovrebbero arruolarsi nelle varie legioni straniere in giro per l’Ucraina… si accomodino, ma non si illudano che il loro mettere la pelle a repentaglio renda più valida la posizione per la quale la rischierebbero.

Sappiamo benissimo che cosa significa una guerra imperialista, il sabba delle streghe del più bieco nazionalismo, sciovinismo, odio etnico e/o religioso ecc. Sappiamo quanto esacerbino questo veleno l’invasione del proprio territorio, i massacri, le sofferenze inflitte dall’esercito nemico; quanto in assenza di una forte voce internazionalista la nostra classe sia spinta inevitabilmente dal dolore e dalla propaganda di guerra a stringersi attorno al proprio Stato e quindi alla propria borghesia.

È ora di guardarsi in faccia e riconoscere che le sofferenze in sé, la guerra in sé, non conducono inesorabilmente ad una presa di consapevolezza del proletariato circa i propri interessi di classe. Men che meno il solo avere un fucile in mano. Che la Seconda guerra mondiale – imperialista su tutti i fronti –, che non ha visto episodi significativi di ribellione, fraternizzazione, o insurrezione proletaria su posizioni di classe e internazionaliste sia finalmente d’insegnamento. Affinché la devastazione materiale e morale della nostra classe operata dalla crisi e dalla guerra capitalistica possa trasformarsi nella riscossa del proletariato, nell’abbattimento del capitalismo, è necessario che siano presenti anche gli elementi della sua autoeducazione, gli elementi in grado di favorire lo sviluppo di una coscienza rivoluzionaria che è aspetto fondamentale, non accessorio, del processo rivoluzionario. Non rappresentano elementi di questa autoeducazione coloro che non possiedono anche il coraggio di dire ai propri compagni di classe che sbagliano, quando sbagliano; che non hanno il coraggio di lottare contro le ideologie borghesi che dominano la nostra classe; che non hanno il coraggio di battersi come un Liebknecht, uno contro cento, per tenere accesa la fiamma dell’unità internazionale della classe operaia.

Appiattirsi sulla classe con l’idea che essa non possa mai andare contro i propri interessi, adularla con atteggiamenti di sudditanza tipicamente piccolo-borghesi, adeguandosi di fatto al livello di consapevolezza in cui la trattiene l’ideologia della classe dominante, non è la stessa cosa che il raccordarsi degli elementi coscienti interni alla classe con il dato livello di coscienza della classe per aiutare la classe ad elevare questo livello. Se non avessero questo scopo, non si capisce a cosa dovrebbero servire i comunisti. Ed è a questo scopo, per questa prospettiva che la lotta di classe non può e non deve mai essere messa “tra parentesi”, graffa, quadra o tonda; che non si può contrabbandare come “autonomia di classe” l’inquadramento del proletariato in bande irregolari al servizio di una qualsiasi borghesia, anche di fronte all’invasione straniera. Se l’indipendenza di classe non c’è – e ad oggi sostenere il contrario equivale ad un pernicioso inganno – quelle bande lotteranno per la borghesia che le sfrutta, sventolando i vessilli nazionali, vedendo nel proletario con un’altra divisa nient’altro che il loro odiato nemico.

L’indipendenza di classe non scaturisce dal semplice contatto di un fucile con una callosa mano “operaia”, e se questa indipendenza non c’è e non è nemmeno in gestazione, non costituisce alcuna forma di “ipoteca” sul futuro governo borghese il fatto che in Ucraina anche gli operai siano in armi. In Ucraina le armi, oltre che a borghesi grandi e piccoli, sono state consegnate anche agli operai proprio perché la borghesia ucraina non ha, purtroppo, niente da temere dal fronte di classe. Ancor meno da temere hanno le potenze imperialiste contrapposte alla potenza russa e che parteggiano per l’Ucraina… chissà che gli operai nazionalisti ucraini in armi non rappresentino un’“ipoteca” non solo per Kiev ma anche per Berlino, Parigi o Washington…

Sbagliano dunque gli operai ucraini a prendere parte alla resistenza anti-russa? Sì. Mille volte sì! Perché non stanno affatto formando organi autonomi di autodifesa fisica del proletariato su posizioni classiste. Perché non stanno combattendo per i propri interessi di classe ma esclusivamente per decretare quale sarà il loro sfruttatore a guerra finita. Perché fare causa comune con la propria borghesia non significa salvare le proprie case ma schierarsi proprio con chi le ha messe in pericolo e continuerà a farlo, da entrambi i lati del fronte. Abbiamo il coraggio di dirlo perché abbiamo rispetto della nostra classe e delle sue potenzialità, perché ci rapportiamo ad essa da pari, perché sentiamo nella nostra carne lo strazio di ogni bomba che la dilania e perché ci sentiamo obbligati da un senso di responsabilità storica nei suoi confronti.

L’importanza di una posizione internazionalista, che i piccoli e grandi genii di turno della politica mondiale definiscono “di principio”, “astratta”, “ideologica” si pone esattamente nella prospettiva dell’indipendenza della nostra classe, se non in questa nelle future conflagrazioni imperialiste.

Verso quale posizione “concreta” dovrebbero rivolgersi in futuro i proletari massacrati e abbattuti dalle guerre imperialiste? Verso quelle degli astuti “tattici” che hanno prudentemente taciuto o che, con varie motivazioni – persino “di classe”! – li hanno incoraggiati a farsi massacrare? Forse anche gli internazionalisti dovrebbero tacere prudentemente per aspettare “tempi migliori”… ma preferiscono essere quel che sono, anche uno contro cento, se necessario. Non nutrono lo stupido compiacimento elitario di essere in pochi, e non gli preme certo “salvare la coscienza”, perché anche se nel chiasso assordante le loro voci si perdono inascoltate, continuano a levarle, con costanza e determinazione, sforzandosi instancabilmente di renderle più sonore, di moltiplicarle.

Gli internazionalisti preferiscono tenere accesa una fiamma, anche piccola, affinché possa attecchire, perché qualcuno possa vederla, accendervi a sua volta la propria torcia e incendiare il mondo intero.

Sapere che il vento deve cambiare dovrebbe aiutare a tenere la barra dritta, eppure si trovano sempre buoni motivi per ripiegare sui posizionamenti correnti in una data epoca. Visto che il movimento operaio organizzato è oggi disarticolato a livello mondiale, non costituisce ancora un soggetto politico indipendente, la nostra classe dovrebbe accontentarsi “scegliere” qualcosa che esiste: ovvero, di fatto, l’uno o l’altro schieramento delle varie frazioni del capitale mondiale in lotta. È più pratico, è concreto, è immediato. C’è l’imbarazzo della “scelta”. Beh… grazie, ma no grazie. Per quanto ci riguarda sarebbe una scelta imbarazzante. Preferiamo lanciare un segnale per ora inascoltato che farci intruppare o peggio allinearci al coro degli intruppatori borghesi della classe operaia in bande armate o eserciti che non sono il suo. Astratti? Principisti? Ideologici? Certa concretezza superficiale, alla ricerca di una qualsiasi soluzione immediata, rischia pericolosamente di precipitare dritta dritta nel pantano del supporto allo status quo. Qualcuno ha detto che la radice di ogni opportunismo è nell’incapacità di concepirsi come minoranza in tempi dati, la guerra in Ucraina, così come ogni crisi che metta alla prova le posizioni di individui, gruppi e organizzazioni, sembra dimostrarlo ogni giorno di più.

Rostrum

Comzanros

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