LA TEORIA MARXISTA È ELEMENTO FONDANTE DELL’INTERNAZIONALISMO PROLETARIO – I

Il marxismo è “eurocentrico”?

Prima parte di un articolo pubblicato nel numero 124 di Prospettiva Marxista, luglio 2025.


Continuate pure a lottare con animo, egregi signori del capitale! Per ora abbiamo bisogno di voi, qua e là il vostro potere ci è persino necessario. Dovete sgombrarci il campo dai resti del medioevo e dalla monarchia assoluta, dovete distruggere il regime patriarcale, dovete centralizzare, dovete trasformare per noi in veri proletari, in reclute, tutte le classi più o meno nullatenenti, con le vostre fabbriche e le vostre relazioni commerciali dovete fornirci la base dei mezzi materiali di cui il proletariato ha bisogno per liberarsi. Come compenso, terrete il potere per breve tempo, godrete lo splendore della maestà da voi creata, banchetterete e corteggerete la bella principessa, ma non dimenticate: «Il carnefice è alla vostra porta». F. Engels, I movimenti del 1847, gennaio 1848[a]

L’opportunismo non è più quello di una volta.

In altre fasi dello svolgersi della maturazione imperialistica del capitalismo il movimento rivoluzionario ha dovuto confrontarsi con realtà politiche che pur immerse nella prassi dell’adulterazione e della sofisticazione teorica del marxismo erano tuttavia costrette dalla propria tradizione e dalla propria funzione sociale a mantenere con esso un legame concettuale che apparisse quanto più coerente possibile.

In questo, se vogliamo, era la grandezza e l’infida pericolosità dell’opportunismo. Era l’epoca dei “Papi rossi”.

Il panorama attuale è alquanto differente.

Le organizzazioni politiche che oggi, in misura estremamente ridotta, assolvono – o si candidano ad assolvere – le funzioni dell’opportunismo mantengono con il marxismo un legame estremamente labile, esteriore, provvisorio, probabilmente persino sacrificabile qualora le esigenze dello “spirito dei tempi” dovessero richiederlo.

A volte si fa prepotentemente strada l’impressione che il richiamo rituale alla testualità del corpus teorico marxista venga adempiuto con una certa impazienza, come se le intellettualità dell’opportunismo che oggi rivendicano con proterva e ridicola esclusività la titolarità del “marchio” mordessero il freno, impazienti di abbandonarsi all’incontenibile desiderio di liberarsi dalle rigide pastoie dei “vecchi” concetti marxisti di internazionalismo, di classismo, di rivoluzione, per sostituirli con le loro più “elastiche” raffigurazioni di quegli stessi concetti o con opportune “integrazioni correttive”, figlie del fraintendimento, della falsificazione e, in ultima istanza, di sistemi ideologici estranei al marxismo e ad esso profondamente ostili.

Non è dunque con l’intento di “cogliere in fallo” realtà politiche che un domani potrebbero agilissimamente scrollarsi di dosso ogni residua incrostazione di un marxismo “posticcio” che proviamo a restituire alla teoria rivoluzionaria quel che riteniamo il suo contenuto autentico.

Quale che sia il livello della mistificazione opportunista – e il livello è oggi basso, desolantemente basso – i rivoluzionari non hanno facoltà di scegliere contro chi puntare l’arma della critica. La scelta è obbligata, e deve necessariamente convergere verso quelle realtà politiche che – molto o poco, più o meno efficacemente – si ritrovano a esercitare una qualche influenza presso quei settori del proletariato oggi maggiormente attivi nello scontro con il capitale, veicolando in essi l’ideologia della classe dominante. In questo contesto, quale che sia la caratura degli avversari che le circostanze pongono incidentalmente sul loro cammino, le minoranze rivoluzionarie devono cogliere tutte le occasioni che si presentano per temprare ed affilare le armi teoriche del marxismo.

La guerra imperialistica tra Israele e Iran – con la partecipazione ben poco straordinaria per quanto ancora occasionale degli Usa – preceduta dal conflitto spaventosamente asimmetrico di Gaza (che ha ormai perduto persino la connotazione di guerra per assumere quella della pura e semplice mattanza di palestinesi ad opera di una borghesia israeliana senza freni di alcun tipo nel proprio senso di impunità) e dalla guerra russo-ucraina, pur non rappresentando ad oggi una sostanziale alterazione degli equilibri imperialistici mondiali, hanno tuttavia costituito una sollecitazione sufficiente affinché l’opportunismo dei nostri miseri tempi sciogliesse ogni precedente riserva nell’esibire scopertamente le sue vecchie e flaccide vergogne ideologiche di chiara derivazione stalinista, maoista, terzomondista, spudoratamente spacciate per internazionalismo.

Il terzomondismo (generalmente contrabbandato sotto mentite spoglie marxiste) è, da almeno settant’anni, uno dei percorsi preferenziali attraverso i quali l’ideologia borghese tende a filtrare nel movimento operaio con una particolare virulenza che, nella sua proclamata radicalità, in casi estremi si compiace di non arrestarsi nemmeno di fronte alla critica “spietata” di un presunto eurocentrismo marxista, di un suo cripto-colonialismo e persino di un suo strutturale razzismo, risalente nientemeno che agli stessi fondatori teorici del socialismo scientifico.

Marx, ma soprattutto Engels [1], vengono accusati – da un punto di vista che nella maggior parte dei casi si presenta come simpatetico e che si prefigge esclusivamente di emendare le loro “limitatezze” – di aver circoscritto l’internazionalismo, perlomeno ai lontani tempi del Manifesto del partito comunista, ai «paesi più progrediti» o «più civili» senza preoccuparsi troppo, è inutile nasconderlo, della fondamentale importanza della “questione coloniale”, che avrebbe dovuto acquisire già allora la centralità che le sarebbe spettata nella strategia rivoluzionaria mondiale e che, da allora in avanti, per questo specifico “punto di vista” (complice anche la costruzione del concetto di “neocolonialismo”) non dovrebbe più cessare di avere.

Per questi discutibilissimi “marxisti” la lezione di Marx circa il fatto che storicamente un problema

… sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esistono già o almeno sono in formazione[1a]

e la constatazione che intorno alla metà del XIX secolo la questione coloniale non poteva essere all’ordine del giorno in assenza di concrete possibilità di soluzione, non può che rimanere lettera morta.

È in questo senso che spiriti particolarmente “brillanti”, scevri da quegli impacci che, nei più, assumono le limitanti forme di un cauto senso delle proprie proporzioni intellettuali, non hanno esitato a contestare a Marx l’ordine sequenziale dei concetti che il vecchio di Treviri ha deciso di trattare nel suo magnum opus, Il Capitale, ritenendo ad esempio che sarebbe stato più consono spostare l’ultimo capitolo del Primo libro, quello riguardante la cosiddetta accumulazione originaria, all’inizio dell’opera (come forse suggerisce a questi spiriti brillanti l’impiego stesso dell’aggettivo “originario”), data la sua importanza per comprendere anche la dinamica di rapina, di frode e di violenza dell’espansione coloniale e, per estensione, dell’imperialismo dei nostri giorni.

Roman Rosdolsky, studioso marxista forse non altrettanto brillante ma di solida competenza per quanto concerne la struttura compositiva ed espositiva del Capitale, ci informa che, più che al caso, al capriccio o alla sbadataggine di Marx, la sequenza dei capitoli della sua opera risponde ad un preciso disegno metodologico:

… come era necessario comprendere il divenire delle categorie economiche in quanto sviluppo dialettico di ciò che era già contenuto nel concetto di capitale, così non si deve perdere di vista che non ci troviamo in presenza di una mera dialettica dei concetti, e che in generale «la forma dialettica della rappresentazione è giusta solo se conosce i propri limiti». Così lo stesso metodo marxiano conduce allo studio delle «condizioni antidiluviane del capitale», che «fanno sì parte del passato e perciò della storia della sua formazione, ma non certo della sua storia contemporanea», e la cui espressione più appariscente si trova nella cosiddetta «accumulazione originaria».[2]

Ai book editor di Marx con un secolo e mezzo di ritardo deve essere evidentemente sfuggito che non essendo Il Capitale un’opera di “ricostruzione storiografica” non era vincolata a criteri espositivi strettamente cronologici. La dialettica della sintesi astratta delle molteplici determinazioni concrete e della risalita dall’astrazione alla complessa totalità del reale imponeva a Marx di chiarire cosa fosse il capitale a partire dal suo elemento costitutivo fondamentale, la merce; in seguito, una volta esplicato il concetto di capitale in quanto tale, era possibile illustrare il divenire del capitale, la sua genesi storica dalle forme di produzione precedenti. Espungendo l’accumulazione originaria dalla «storia contemporanea» Marx non pensava minimamente di negare l’esistenza di questo “peccato originale” e dei suoi “metodi idilliaci” nel coevo mondo coloniale, ma, se si possiede un minimo di dimestichezza con le categorie marxiane e con il metodo dialettico si comprenderà che la “contemporaneità” a cui si riferiva era quella del capitale che funziona creando i propri presupposti come risultati del suo proprio processo di produzione, ovvero sulla base dell’estrazione di plusvalore mediante lo sfruttamento della forza-lavoro salariata; alla “contemporaneità” del capitalista che da più di un secolo, nei “paesi più progrediti”, si appropriava ed accumulava in quanto tale e non più in quanto non-capitalista (perché capitalista in divenire).

Con buona pace dello pseudomarxismo terzomondista, e come precisa Marx nei Grundrisse:

… il nostro metodo, il che ha un’importanza molto maggiore per noi, ci mostra i punti in cui deve innestarsi la considerazione storica.[3]

Pertanto, il capitolo sull’accumulazione originaria di Marx, che, lungi dal rappresentare una mera «digressione storica» esulante dalla «vera e propria analisi economica» analizza invece «un elemento costitutivo del rapporto capitalistico […] come tale “insito nel concetto di capitale”»[4] – e che dunque si ripropone laddove il capitale, costituitosi come tale nei “paesi progrediti”, procede nella separazione violenta del lavoro dalle sue condizioni oggettive nei paesi arretrati – è stato collocato esattamente dove avrebbe dovuto.

Ma i limiti eurocentrici di Marx, e soprattutto di Engels (guai a dimenticarsene), più che nella valutazione delle “nazioni prive di storia” dell’Europa centro-orientale – questione spinosa per un certo campismo terzomondista che si vedrebbe costretto ad un oneroso lavoro di riaggiustamento ideologico delle proprie posizioni riguardo l’autodeterminazione nazionale, ad esempio nei confronti di un’Ucraina per la quale non nutre quelle particolari simpatie politiche che la legano “incondizionatamente” ad altre “nazionalità oppresse” – si manifesterebbero “evidenti” nel giudizio negativo che i fondatori del marxismo espressero ad esempio riguardo la lotta contro l’invasione coloniale francese in Algeria, condotta tra il 1830 e il 1847. L’imperdonabile “colpa” di Marx, e soprattutto di Engels (stavamo per dimenticarcene), sarebbe stata quella di aver concepito la liberazione dei popoli colonizzati non come opera propria ma come risultato dell’“intercessione” del proletariato dei paesi colonizzatori.

Ma, come non fa meraviglia la scarsa insistenza di un certo pseudomarxismo terzomondista sull’analisi di Marx ed Engels a proposito dell’Europa orientale, così non giunge del tutto inaspettata la ruffiana lente d’ingrandimento puntata invece sul Maghreb (regione di provenienza di molti dei proletari migranti che in Italia diverse tendenze opportunistiche mirano ad egemonizzare sindacalmente e politicamente).

Ma cosa scrisse di tanto terribile il germanico, “ariano” Engels, a proposito della rivolta antifrancese guidata dall’Emiro Abdelkader, “Santo tra i Principi, Principe tra i Santi”, massima autorità militare e spirituale di un’entità teocratica comprendente le province interne di Orano e di Titteri?

Tutto considerato, a nostro giudizio, è stata una grande fortuna che il capo arabo [l’emiro Abdelkader] sia stato preso. La lotta dei Beduini era disperata e, benché la guerra sia stata condotta in maniera oltremodo biasimevole da soldati brutali come Bugeaud, la conquista dell’Algeria è un avvenimento importante e favorevole per il progresso della civiltà. Le piraterie degli Stati barbareschi, nelle quali il governo inglese non è mai intervenuto fintanto che non disturbavano le sue navi, non potevano essere represse se non si conquistava uno di questi Stati. E la conquista dell’Algeria ha già costretto il bey di Tunisi e Tripoli, e anche l’imperatore del Marocco, a mettersi sulla strada della civiltà. Essi sono stati costretti a trovare per il loro popolo impieghi diversi dalla pirateria e, per riempire le loro casse, mezzi diversi dai tributi pagati loro dagli Stati minori d’Europa. Se possiamo deplorare che la libertà dei beduini del deserto sia stata distrutta, non dobbiamo dimenticare che gli stessi beduini sono una nazione di predoni, che vivevano principalmente facendo scorrerie, o gli uni a danno degli altri, o a danno di comunità stabili, prendendo quello che trovavano, massacrando tutti quelli che resistevano e vendendo schiavi gli altri prigionieri. Tutte queste nazioni di liberi barbari appaiono molto fiere, nobili e gloriose, se viste a distanza, ma basta avvicinarsi ad esse per trovare che, al pari delle nazioni più civili, sono dominate dalla bramosia di guadagno e che impiegano mezzi più rudi e più crudeli. E dopo tutto il borghese moderno, con la civiltà, l’industria, l’ordine e lo spirito almeno relativamente illuminato che lo accompagnano, è preferibile al signore feudale o al rapace predone con lo stato sociale barbaro cui appartengono.[5] [grassetti redazionali]

Prima di scandalizzarsi per dovere di rito terzomondista è necessario soffermarsi con maggiore riflessività sul significato attribuito da Engels al concetto di “civiltà” e su quale scopo dovesse storicamente assolvere questa “civiltà” per i fondatori della concezione materialistica della storia.

Il concetto di “civiltà” in gran parte della pubblicistica di Engels e di Marx sottende allo sviluppo dei rapporti sociali capitalistici, allo sviluppo della moderna società industriale e non allude ad un qualche giudizio di valore “etnocentrico”.

La concezione di “civiltà” in Marx e in Engels – il quale comunque deplora la brutalità della soldataglia francese e la distruzione della libertà dei beduini – non esprime una “superiorità” etnica dell’operaio in quanto francese, o inglese rispetto al nomade beduino o al piccolo agricoltore patriarcale cabilo, ma essenzialmente la superiorità della funzione sociale dell’operaio rispetto al predone nomade, al piccolo coltivatore per l’autoconsumo, al membro della comunità gentilizia, dal momento che solo il primo rappresenta il termine conflittuale del rapporto lavoro salariato-capitale la cui soluzione rivoluzionaria comporta il superamento della società divisa in classi sulla base di un possibile benessere materiale generalizzato.

Molti anni dopo Engels anche Rosa Luxemburg, il cui pensiero deve subire ancora la malaugurata sorte di passare per le mani poco pulite di tanti pseudomarxisti, scrisse che il commercio mondiale e le conquiste coloniali:

… agiscono in collaborazione nella seguente maniera. Dapprima portano i paesi industriali capitalistici europei in contatto con ogni specie di forme sociali di altre parti del mondo, a livelli di civiltà e di economia più antichi: economie schiavistiche contadine, economie servili feudali, ma prevalentemente forme comunistiche primitive. Mediante il commercio, in cui vengono attirate, queste economie rapidamente si decompongono e vanno in rovina. Mediante la fondazione di società commerciali coloniali in suolo straniero, o mediante conquista diretta, sia la terra, la più importante base della produzione, come il bestiame, dove esso esiste, cadono nelle mani di stati europei o delle società commerciali. In questo modo i rapporti sociali originari e il sistema economico degli indigeni vengono dovunque distrutti, interi popoli in parte sterminati, per il resto proletarizzati e in questa o quella forma come schiavi o come salariati posti al servizio del capitale industriale e commerciale. La storia delle decennali guerre coloniali, che si protraggono per tutto il XIX secolo: insurrezioni contro Francia, Inghilterra, Olanda e Stati Uniti in Asia, contro Spagna e Francia in America – è la storia della lunga e tenace resistenza delle vecchie società indigene contro la loro distruzione e proletarizzazione da parte del moderno capitale – una lotta dalla quale in conclusione il capitale emerge ovunque vincitore. In prima linea ciò equivale a un’enorme estensione del campo di dominio del capitale, a uno sviluppo del mercato e dell’economia mondiale, in cui i paesi popolati del globo terrestre sono reciprocamente produttori e acquirenti dei prodotti, lavorano in collaborazione, sono ripartizioni di una e identica economia, che abbraccia tutta la terra. […]

Come abbiamo detto, il dominio capitalistico europeo fa il suo ingresso nei paesi extra-europei in due tappe: anzitutto la penetrazione commerciale e il conseguente inserimento degli indigeni nello scambio mercantile; in seguito, l’espropriazione, in questa o quella forma, delle terre dei nativi e conseguentemente dei loro mezzi di produzione. Questi mezzi di produzione nelle mani degli europei si trasformano in capitale, mentre gli indigeni si trasformano in proletari. A queste due prime tappe, tuttavia, ne segue di regola prima o poi una terza: la fondazione nel paese coloniale di una vera e propria produzione capitalistica, sia per iniziativa di europei immigrati che di indigeni arricchiti.[6] [grassetti redazionali]

È vero, come sottolinea Luxemburg, che

… il sistema di produzione capitalistico ha la particolarità che per esso il consumo umano, che nelle precedenti forme economiche era scopo, diventa solo mezzo, ai servizi del fine vero e proprio: l’accumulo di profitto capitalistico.[7]

Così come è vero che la penetrazione capitalistica avrebbe nell’immediato peggiorato considerevolmente le condizioni materiali delle masse delle aree soggiogate, trascinandole «attraverso il sangue e il sudiciume, la miseria e l’abbrutimento», almeno fintanto che lo sviluppo delle forze produttive mondiali non avesse consentito alle masse di appropriarsi di queste stesse forze. Ma ciò che questa penetrazione non poteva fare a meno di compiere era esattamente «gettare le premesse materiali della soluzione dell’uno e dell’altro problema»[8].

L’umanità avrebbe fatto «un passo avanti» nella direzione della società senza sfruttamento e senza classi se la «tenace resistenza» delle più antiche civiltà, con la loro generalizzata limitatezza del consumo e con la loro specifica incertezza dell’esistenza legata alla sottomissione alle forze naturali avesse potuto trionfare? Domandiamolo ai cultori di fantastici eden precapitalistici i cui nostalgici voli in idealizzate “età dell’oro” sono la tipica deiezione di laboriose digestioni capitalistiche.

Nella fase storicamente ascendente del capitalismo, nello stadio pre-imperialistico del capitalismo e ad un livello di sviluppo delle forze produttive socializzabili ancora limitato a livello mondiale (Inghilterra, in parte Francia, in misura minore Germania, costa nord-orientale degli Stati Uniti), “resistenze” come quella delle popolazioni dell’Algeria nel 1830-1848 rappresentavano la resistenza di modi di produzione arretrati di fronte alla terribile collisione storica di un modo di produzione più avanzato. Senza indulgere in nessuna forma di approvazione della ferocia dei colonizzatori Engels constatava materialisticamente che, trascinate queste regioni nel gorgo della moderna civiltà capitalistica, la lotta per la libertà avrebbe ivi potuto svolgersi ad un livello più elevato: non più la libertà di conservare modi di produzione e riproduzione della vita sociale che, per la loro plurimillenaria lentezza nell’autoevolversi, erano destinati inesorabilmente a diventare facile preda della necessaria aggressività espansionistica del più dinamico capitale[9], ma la libertà dal capitale stesso, una volta che questo avesse sviluppato a livello mondiale gli elementi della sua distruzione e del suo superamento.

Soltanto se non si comprende o se si rimuove il nesso metodologico che attraversa l’elaborazione di Marx ed Engels durante tutta la loro lunga attività politica rivoluzionaria – confessando implicitamente il proprio riconoscimento della validità dell’accusa di “eurocentrismo” rivolta dall’ideologia borghese al marxismo, e cercando di cavarsi d’impaccio con un volgare trucco – è possibile sostenere che le loro considerazioni sull’Algeria del 1848 rappresentino un “peccato di gioventù”, magari espiato a partire dai primi anni Cinquanta del XIX secolo con l’analisi della colonizzazione britannica dell’India e dei rapporti della Francia e dell’Inghilterra con la Cina.

Trascorsi infatti appena cinque anni dal “giovanile” 1848, il precocemente invecchiato Marx (non il comodo capro espiatorio Engels), affronta la questione della conquista britannica dell’India e della distruzione delle comunità rurali del subcontinente nei termini che seguono:

Ora, per quanto sia sentimentalmente deprecabile lo spettacolo di queste miriadi di laboriose comunità sociali, patriarcali e inoffensive, disorganizzate e dissolte nelle loro unità, gettate in un mare di lutti, e i loro membri singoli privati a un tempo della forma di civiltà tradizionale e dei mezzi ereditari di esistenza, non si deve dimenticare che queste idilliache comunità di villaggio, sebbene possano sembrare innocue, sono sempre state la solida base del dispotismo orientale; che racchiudevano lo spirito umano entro l’orizzonte più angusto facendone lo strumento docile della superstizione, asservendolo a norme consuetudinarie, privandolo di ogni grandezza, di ogni energia storica. Non si deve dimenticare l’egoismo barbarico che, concentrandosi tutto su un misero lotto di terreno, aveva assistito inerte alla rovina di imperi, alla perpetrazione di crudeltà indicibili, al massacro della popolazione di grandi città, senza rivolgere loro più attenzione che agli eventi naturali – facile preda esso stesso di qualunque aggressore si degnasse di prenderne notizia. […]

Non si deve dimenticare che queste piccole comunità erano contaminate dalla divisione in caste e dalla schiavitù; che assoggettavano l’uomo alle circostanze esterne invece di erigerlo a loro sovrano, e, trasformando uno stato sociale autoevolventesi in un destino naturale immutabile, alimentavano un culto degradante della natura […]

È vero: nel promuovere una rivoluzione sociale nell’Indostan, la Gran Bretagna era animata dagli interessi più vili, e il modo che adottò per imporli fu idiota. Ma non è questo il problema. Il problema è: può l’umanità compiere il suo destino senza una profonda rivoluzione nei rapporti sociali dell’Asia? Se la risposta è negativa, qualunque sia il crimine perpetrato dall’Inghilterra, essa fu, nel provocare una simile rivoluzione, lo strumento inconscio della storia.[10] [grassetti redazionali]

In questi importanti passaggi Marx ci ricorda che, «qualunque amarezza possiamo sentire, personalmente, di fronte allo spettacolo del crollo di un mondo antico»[11], quantunque sia comprensibile provare un «sentimentale» rammarico per un mondo che muore e che talvolta possiede una propria grandezza e nobiltà a paragone della «profonda ipocrisia» e dell’«intrinseca barbarie della civiltà borghese»[12] che si mostrano «senza veli» nelle colonie, non era consentito ai rivoluzionari che avessero fatto propria una concezione materialistica della storia adottare politicamente il punto di vista di ciò che non poteva non tramontare, contrario all’evoluzione sociale, guardando nostalgicamente indietro alle relative virtù del passato piuttosto che dialetticamente oltre le miserie del presente. Miserie che hanno rappresentato una prima negazione che ha creato le premesse di una ulteriore negazione capace di affermare ad un livello superiore ciò che è stato precedentemente negato[13].

Sempre a proposito dell’India, Marx afferma che in essa l’Inghilterra

… ha una doppia missione da compiere; una distruttiva, l’altra rigeneratrice: demolire l’antica società asiatica, e gettare le basi materiali della società occidentale in Asia. […] L’opera di rigenerazione non traspira da un mucchio di rovine: eppure, è già cominciata.

L’unità politica dell’India, più solida e molto più estesa che non fosse sotto i gran Mogol, era la premessa iniziale della sua rigenerazione. Ora il telegrafo rafforzerà e perpetuerà l’unità imposta dalla spada britannica. L’esercito indigeno, organizzato e istruito da sergenti e caporali inglesi, era la conditio sine qua non dell’emancipazione indiana, della possibilità per l’India di cessare d’essere la vittima del primo invasore straniero. […] sta nascendo una nuova classe, dotata dei requisiti essenziali del governo, e imbevuta di scienza europea. […]

Gli effetti distruttivi dell’industria inglese, visti in rapporto all’India, un paese grande come tutta l’Europa, si toccano con mano, e sono tremendi. Ma non dimentichiamo ch’essi non sono che il risultato organico dell’intero sistema di produzione com’è costituito oggi. Questa produzione si fonda sul dominio assoluto del capitale. La centralizzazione del capitale è essenziale all’esistenza del capitale come potenza indipendente. L’effetto distruttivo di questa centralizzazione sui mercati del mondo non fa che rivelare, nella dimensione più gigantesca, le leggi interne dell’economia politica operanti in ogni città civile. Il periodo storico borghese ha creato le basi materiali del mondo nuovo: da un lato, lo scambio di tutti con tutti, basato sulla mutua dipendenza degli uomini, e i mezzi per questo scambio; dall’altro lo sviluppo delle forze produttive umane e la trasformazione della produzione materiale in un dominio scientifico sui fattori naturali. L’industria e il commercio borghesi creano queste condizioni materiali di un mondo nuovo alla stessa guisa che le rivoluzioni geologiche hanno creato la superficie della terra.[14] [grassetti redazionali]

Chi vuole vedere a tutti i costi negli accenni alla «società occidentale» e alla «scienza europea» un saggio di eurocentrismo occidentalista deve impegnarsi seriamente nel dimostrare che per “europeo” e “occidentale” Marx ed Engels abbiano voluto intendere qualcosa di sostanzialmente diverso da capitalistico e che – al di là di qualsiasi giudizio di valore – una moderna società collettivista, senza sfruttamento, senza classi, senza Stato, avrebbe potuto svilupparsi sulla base dello stagnante modo di produzione asiatico e della società rigidamente divisa in caste.

A questo proposito Hosea Jaffe, una delle figure intellettuali di punta nella denuncia del preteso eurocentrismo, dell’etnocentrismo e persino del razzismo del marxismo, ha profuso le sue energie in questa direzione, domandandosi se il capitalismo sia veramente necessario per il superamento della società divisa in classi, e rispondendosi negativamente.

Energie degne di miglior causa, dal nostro punto di vista (non dal suo, evidentemente, e, innegabilmente, nemmeno da quello della classe dominante). Ci limitiamo a sottolineare quanto il “materiale di pensiero” e gli stessi strumenti concettuali di cui si è servito Jaffe per elaborare ed esporre le proprie tesi “sconvolgenti” siano un prodotto storico e, segnatamente, un prodotto del capitalismo che ben difficilmente avrebbe potuto sorgere sul terreno dell’antica società tribale gentilizia… e non riteniamo utile aggiungere altro.

Il capitalismo non è “necessario” in sé ma in relazione alle possibilità che lo sviluppo delle forze produttive dischiude, in linea con la direzione che ha finora assunto l’evoluzione storica delle forme attraverso cui la specie umana produce e riproduce le condizioni della propria esistenza. Si tratterebbe di volgare teleologia soltanto se la direzione di tale evoluzione venisse dai marxisti considerata inevitabile, ma, così come in biologia l’eventuale venir meno dei presupposti materiali di un progressivo aumento della complessità degli organismi viventi può condurre ad una regressione verso organismi più semplici o addirittura alla loro estinzione, per il marxismo l’evoluzione sociale contempla la possibilità della comune rovina della classi in lotta, della regressione sociale, dell’estinzione sociale.

Dunque, se si vuole andare oltre il capitalismo, verso una società superiore, in sintonia con l’attuale direzione dell’evoluzione sociale, se si vuole impedire la regressione o l’estinzione sociale che il permanere del capitalismo rende possibili, non si può negare la necessità storica del capitalismo stesso come fase dell’evoluzione sociale dei modi di produzione.

Gli studi di Marx sulla sopravvivenza della comune rurale russa non hanno minimamente alterato questo impianto metodologico. Nel caso russo il salto dei modi di produzione era infatti concepito esclusivamente come conseguenza locale del collegamento della rivoluzione democratica nell’arretrata Russia con la concomitante rivoluzione proletaria vittoriosa nei paesi “progrediti”, “civili”, “occidentali”, ovvero capitalisti, nei quali lo sviluppo delle forze produttive aveva presumibilmente raggiunto un livello tale da consentire un superamento socialista dell’ineguale sviluppo a livello mondiale. Un collegamento che avrebbe quindi potuto evitare all’evoluzione sociale russa (e di tutti i paesi arretrati) di attraversare le “forche caudine” del capitalismo.

Nel 1894, il “maturo” Engels scrive che è

… non soltanto possibile, ma certo che, dopo la vittoria del proletariato e il passaggio in possesso comune dei mezzi di produzione nei popoli dell’Europa occidentale, i paesi in cui il regime capitalistico ha appena cominciato a imporsi, e che hanno salvato dalla sua offensiva istituzioni gentilizie o loro sopravvivenze, trovino in queste vestigia di possesso collettivo e nelle abitudini popolari che vi corrispondono un mezzo poderoso per abbreviare di gran lunga il processo di evoluzione verso la società socialistica, e risparmiare a se stessi la maggior parte delle sofferenze e delle lotte attraverso le quali noi dell’Occidente europeo dobbiamo aprirci faticosamente una via. Ma, per questo, è condizione imprescindibile l’esempio e l’aiuto fattivo dell’Occidente finora capitalistico. Solo quando l’economia capitalistica sarà superata nella sua stessa patria e nei paesi della sua fioritura, solo quando ai paesi meno progrediti sia dato d’imparare dal loro esempio «come si fa», come si mettono al servizio della collettività le forze produttive moderne divenute patrimonio comune, solo allora essi potranno lanciarsi in questo processo abbreviato di sviluppo. Ma lo faranno con la sicurezza di riuscirvi. Ciò vale per tutti i paesi precapitalistici, non solo per la Russia…[grassetti redazionali] [15]

Dunque – sia detto per i «profeti molto acrobati» della rivoluzione terzomondista, assertori della centralità della “questione coloniale” o delle “masse oppresse” contadine –, che il capitalismo si sviluppasse nei paesi arretrati o che la rivoluzione comunista anticipasse il corso di questo sviluppo trionfando nei paesi capitalisticamente sviluppati, il centro rivoluzionario era pur sempre costituito dal moderno proletariato. Da qualche parte nel mondo il capitalismo doveva comunque svilupparsi per poter essere superato in tutto il mondo.

Se si respinge come tale la fandonia terzomondista di un presunto eurocentrismo “giovanile” del marxismo, è poi decisamente facile non rilevare alcunché di strano e paradossale nel legame individuato da Marx tra la «profonda rivoluzione nei rapporti sociali» in Asia (la rivolta dei T’ai-p’ing, almeno finché essa conservò il suo contenuto sociale tendenzialmente borghese prima di ridursi ad un prolungamento in altra forma del “dispotismo orientale”) e le possibilità di una rivoluzione proletaria in Inghilterra e di rivoluzioni politiche in Europa (che Marx definisce “movimenti dei popoli europei” in favore della «libertà repubblicana e dell’economia di governo», dunque rivoluzioni democratico-borghesi e, al limite, “in permanenza”):

…scatenata dall’Inghilterra la rivoluzione cinese, il problema è come questa rivoluzione reagirà col tempo sulla stessa Inghilterra e, attraverso questa, sul continente europeo. […] In queste circostanze, avendo l’industria britannica percorso la maggior parte del normale ciclo commerciale, si può sicuramente prevedere che la rivoluzione in Cina getterà una scintilla nella polveriera sovraccarica del sistema economico vigente e provocherà l’esplosione della crisi generale che da tempo si prepara e che, debordando dall’Inghilterra, sarà seguita a breve distanza da rivoluzioni politiche in Europa. Sarebbe invero uno spettacolo curioso quello di una Cina che esporta il disordine nel mondo occidentale nell’atto stesso in cui le potenze occidentali si adoperano, con navi da guerra britanniche, francesi e americane, a ristabilire l’«ordine» a Shanghai, a Nanchino e alle foci del Gran Canale! [grassetti redazionali][16]

Si tratta invero di un passaggio illuminante – ancor più che per la smentita delle sciocche interpretazioni terzomondiste – per lo squarcio di luce che getta sulla concezione marxista della crisi capitalistica, intesa come crisi della formazione economico-sociale borghese e che non può essere ridotta nei termini banalmente meccanicistici, antidialettici, di causa-effetto tra economia e politica.

Scatenata dall’espansione britannica determinata dall’accumulazione capitalistica, la “formidabile” rivoluzione sociale cinese, ingolfando momentaneamente la penetrazione delle merci e dei capitali inglesi in un mercato potenzialmente di dimensioni continentali e provocando un intervento militare occidentale, poteva retroagire sull’economia inglese provocando «l’esplosione della crisi generale» e profondi sommovimenti politici e sociali in tutta Europa.

Dipinto raffigurante la Rivolta dei T’ai-p’ing

Dunque, non si tratta del riconoscimento di una presunta centralità delle rivoluzioni coloniali e delle lotte di liberazione dei popoli oppressi, quanto piuttosto della constatazione che in alcuni casi e ad un certo punto della loro evoluzione sociale questi movimenti potevano svolgere un ruolo in funzione della rivoluzione proletaria nei paesi capitalisticamente più progrediti; della constatazione che, in questo senso – se ne facciano una ragione i terzomondisti –, l’Oriente poteva lavorare per l’Occidente [17].

La liberazione dal dominio da parte dei “popoli oppressi” è stata sempre concepita da Marx ed Engels in relazione all’emancipazione del proletariato dei paesi sviluppati ed oppressori (e la tanto fraintesa quanto citata questione irlandese lo illustra a sufficienza); in certi casi come sua condizione preliminare, in altri (la maggior parte delle volte), come suo risultato, ma sempre ed esclusivamente come variabile dipendente, in funzione del centrale interesse del movimento rivoluzionario del proletariato internazionale e sulla base di un’inaggirabile analisi materialistica e dialettica della situazione concretamente determinantesi.

Nel 1853 Marx scrive che

Gli indiani non raccoglieranno i frutti degli elementi di una società nuova seminati in mezzo a loro dalla borghesia britannica, finché nella stessa Inghilterra le classi dominanti non saranno abbattute dal proletariato industriale, o finché gli stessi indù non saranno abbastanza forti per scrollarsi di dosso il giogo della dominazione inglese. [grassetti redazionali][18]

Le masse indiane potranno beneficiare dei prodotti dello sviluppo capitalistico introdotto dal dominio coloniale britannico solo quando l’appropriazione privata di questi prodotti verrà abolita, solo quando il capitalismo verrà abbattuto liberando una «società nuova». A questo punto Marx pone un’alternativa storica: questo superamento del capitalismo potrà avvenire in seguito al rovesciamento della borghesia inglese da parte del proletariato industriale oppure dopo che gli indiani si saranno dimostrati «abbastanza forti» da raggiungere l’indipendenza politica dall’Inghilterra.

Dunque, per Marx ed Engels l’elemento fondamentale per l’emancipazione dal dominio coloniale è la forza, la forza sociale derivante dal grado di sviluppo capitalistico, dall’industrializzazione e dal livello di proletarizzazione della popolazione attiva del Paese dominato; ed è solo nei casi in cui questa forza risulti mancante o insufficiente che la rivoluzione nei paesi progrediti può accelerare il processo. La liberazione anticoloniale può realizzarsi con maggiori probabilità quando nel paese dominato si sono sufficientemente sviluppati i rapporti sociali e le classi fondamentali del modo di produzione capitalistico, a questo punto però il proletariato può avanzare le proprie istanze di classe. Cosa ci sia di “paternalistico” o di “eurocentrico” in tutto ciò resta un insolubile mistero.

continua…


NOTE

[a] In K. Marx – F. Engels, Opere complete, vol. VI, Editori Riuniti, Roma, 1973, p. 540.

[1] Si tratta del consueto espediente di usare Engels come pattumiera per tutto ciò che l’adesione allo “spirito dei tempi” della moderna decadenza imperialista rende inaccettabile per coloro che non vogliono tuttavia rinunciare a definirsi “marxisti”. Alla bisogna, l’Engels “positivista”, “eurocentrico”, persino “razzista”, diventa il “cavallo zoppo” del tiro a due con Marx, per “salvare” quest’ultimo e continuare a definirsi “marxisti” in buona coscienza, ma al passo con i tempi dettati dall’ideologia borghese.

[1a] K. Marx, Prefazione a Per la critica dell’economia politica, 1859, in K. Marx – F. Engels, Opere scelte, Lotta comunista, Milano, 2023, p. 751.

[2] R. Rosdolsky, Genesi e struttura del capitale di Marx, Laterza, Bari, 1975, pp. 315-316.

[3] Ibidem, p. 315.

[4] Ibidem, p. 327.

[5] F. Engels, Straordinarie rivelazioni – Abd el-Kader – La politica estera di Guizot, gennaio 1848, in Opere complete, Editori Riuniti, Roma, 1973, vol. VI, p. 525.

[6] R. Luxemburg, Introduzione all’economia politica, 1909, in Scritti scelti, Edizioni Avanti!, Milano, 1963, pp. 381-384.

[7] Ibidem, p. 383.

[8] Cfr. K. Marx, I risultati futuri della dominazione britannica in India, 8 agosto 1853, in K. Marx – F. Engels, India, Cina, Russia, Il Saggiatore, Milano 2008, pp. 107-108.

[9] È in questo senso, e non con intento meramente denigratorio, che Marx ed Engels impiegano la definizione di popoli e nazioni «senza storia»: «La società indiana non ha storia o, quanto meno, storia conosciuta. Quella che si chiama la sua storia non è se non la cronaca dei diversi intrusi ognuno dei quali fondò il suo impero sulla base passiva di una società incapace così di resistenza, come di metamorfosi». K. Marx, I risultati futuri della dominazione britannica in India, luglio 1853, in K. Marx – F. Engels, India, Cina, Russia, Il Saggiatore, Milano, 2008, p. 104. L’assenza di storia di alcuni popoli, nella concezione di Marx ed Engels, non si riferisce ad una carenza evenemenziale nella loro storia o necessariamente ad una loro cultura più arretrata ma all’omeostaticità dei loro modi di produzione che ha frenato la loro evoluzione sociale per millenni, isolandoli dalle correnti più dinamiche della storia mondiale e determinandone la cronica dipendenza da nazioni e popoli vicini, militarmente più forti quando non socialmente più sviluppati.

[10] K. Marx, La dominazione britannica in India, giugno 1853, in K. Marx – F. Engels, India, Cina, Russia, Il Saggiatore, Milano, 2008, pp. 73-74.

[11] Ibidem.

[12] K. Marx, I risultati futuri della dominazione britannica in India, luglio 1853, in K. Marx – F. Engels, India, Cina, Russia, Il Saggiatore, Milano, 2008, p. 108. Trent’anni dopo, Engels scrive: «… la civiltà ha fatto cose che l’antica società gentilizia non aveva alcuna possibilità di compiere, ma è riuscita a farle mettendo in moto le passioni e gli istinti più bassi degli uomini, e alimentandoli a spese di ogni altra loro inclinazione. La pura e semplice avidità è stata lo spirito motore della civiltà dal giorno della sua nascita fino ad oggi; ricchezza, ancora ricchezza, sempre ricchezza, ma non ricchezza della società, bensì di questo singolo miserabile individuo – ecco l’unico fine decisivo. […] Poiché il fondamento della civiltà consiste nello sfruttamento di una classe da parte di un’altra, tutto il suo sviluppo procede in uno stato di conflitto permanente. […] quanto maggiori sono i progressi della civiltà, tanto più essa è costretta a velare col manto della carità i danni che essa stessa ha di necessità prodotto…» F. Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, 1884, Newton & Compton, Roma, 2006, p. 210. Due esempi di quanto Marx ed Engels stimassero “eticamente” o “etnicamente” superiore la “civiltà” di classe in generale e quella borghese, capitalistica, in particolare, pur ritenendola storicamente superiore rispetto ai precedenti modi di produzione. Superiore non in assoluto ma relativamente alle possibilità che schiudeva al passaggio dell’umanità dal regno della necessità a quello della libertà.

[13] Nel 1884, usando le parole di Lewis H. Morgan, Engels affermava: «il prossimo stadio superiore della società», sarà «una resurrezione, in una forma più alta, della libertà, dell’eguaglianza e della fraternità delle antiche gentes». F. Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, 1884, Newton & Compton, Roma, 2006, p. 211.

[14] K. Marx, I risultati futuri della dominazione britannica in India, luglio 1853, in K. Marx – F. Engels, India, Cina, Russia, Il Saggiatore, Milano, 2008, pp. 104 e 109.

[15] F. Engels, Bilancio finale nel poscritto di Engels a “Condizioni sociali in Russia”,1894, in K. Marx – F. Engels, India, Cina, Russia, Il Saggiatore, Milano, 2008, pp. 291-292.

[16] K. Marx, Rivoluzione in Cina e in Europa, maggio 1853, in K. Marx – F. Engels, India, Cina, Russia, Il Saggiatore, Milano, 2008, pp. 46 e 49.

[17] La successiva elaborazione di Lenin seguirà con perfetta coerenza il solco di quella di Marx ed Engels, concependo le lotte di liberazione nazionale, nelle quali il proletariato dei paesi oppressi mantenesse la propria indipendenza politica (al limite assumendo persino la direzione del movimento), come un elemento che poteva indebolire le potenze dell’imperialismo innescando o aggravando la decisiva crisi rivoluzionaria nelle metropoli.

[18] K. Marx, I risultati futuri della dominazione britannica in India, 8 agosto 1853, in K. Marx – F. Engels, India, Cina, Russia, Il Saggiatore, Milano 2008, pp. 107-108.

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